Quei “garantisti” del Giornale
Aprile 30, 2006 on 7:58 pm | In Uncategorized, Politica, Informazione | 3 Comments
Domenica 30 aprile Il Giornale ha dedicato un articolo alla mia candidatura a consigliere comunale di Milano. A stretto giro ho inviato questa replica. La pubblicheranno, i liberaloni?
Ecco il link all’articolo: Offese il premier Di Pietro lo candida per il Comune.
Signor direttore, ho apprezzato che il Giornale fondato da Montanelli e da Lei diretto ha voluto segnalare nell’edizione di ieri, domenica 30 aprile, la notizia della mia candidatura a consigliere comunale di Milano.Per una questione di ecologia della mente dei Suoi lettori, vorrei tuttavia precisare alcune cose.
- Mi candido come indipendente, nel senso che non sono iscritto ad alcun partito e rappresento solo le mie idee. Alle Comunali, dove resiste il voto di preferenza, questo ha un senso.
- Non sono un “girotondino di professione”, come il Giornale scrive, nè un “morettiano di ferro”. Per me la politica è una passione civile, non certo una professione, proprio come per Moretti, di cui peraltro non sono un seguace.
- Non sono il portavoce dell’inesistente “partito delle manette”, ma un cittadino che manifesta la proprie idee in difesa delle basilari norme dell’etica pubblica e dei principi scritti nella Costituzione, compreso il principio dell’uguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge, che il signor Berlusconi - secondo me e molti altri - non rispetta.
- Il mio urlo del 5 maggio 2003 non fu una “aggressione verbale”, ma una contestazione individuale, fenomeno normale in democrazia.
- Perfino il testo di quell’urlo è riportato in modo errato dal Giornale. Com’è facile verificare in rete, urlai: “Fatti processare buffone! Rispetta la legge! Rispetta la Costituzione! Rispetta la Democrazia! Rispetta la dignità degli italiani! O farai la fine di Ceaucescu o di don Rodrigo!”.
- La mia “missione” non è quella di “tramandare oralmente quel rap”. Più sobriamente, ogni giorno esercito la mia libertà di espressione e vivo il mio impegno civile, senza inibizioni.
- Non cercai “a caldo” di “derubricare” il “buffone in puffone”, per sottrarmi alle mie responsabilità. Era un espediente satirico, volto semmai ad amplificare la notizia di quella contestazione, e con essa le mie buone ragioni. Obiettivo raggiunto. Infatti davanti al giudice di pace ho parlato della liceità, vocabolario alla mano e in un contesto di critica all’abuso di potere, della definizione di “buffone” per colui che mi aveva querelato.
- L’Italia dei Valori non “vorrebbe far accomodare a palazzo Marino” la “mia incontinenza verbale”. Il concetto, anche sintatticamente, non regge. Antonio Di Pietro mi ha offerto di tentare di proseguire le mie battaglie in totale libertà dentro l’istituzione cittadina. E io ho accettato, pur prevedendo etichettature disoneste, basse polemiche e facili veleni.
Un’ultima questione: il Giornale scrive nel titolo all’articolo che mi dedica che io ho offeso il “premier”. Intanto è l’ex “premier”. E poi, se l’ho offeso o criticato, lasciamolo dire ai giudici. Tra garantisti si usa così, e io sono in attesa del giudizio della Cassazione. Si terrà il 4 maggio. I processi possono essere veloci, per gli imputati seri, che accettano di farsi processare.
Ps:
Se il Giornale vuole conoscere le ragioni del mio impegno civile e le mie idee per Milano, sono disponibile a rilasciare un’intervista.
Piero Ricca
Nota
Ho visto sull’edizione cartacea del Giornale che l’articolo in questione è corredato da una foto. L’ho riconosciuta: mi ritrae il primo di aprile 2006, in galleria Vittorio Emanuele, a Milano, mentre manifesto per la “liberazione” di Enzo Biagi. La foto è stata opportunamente tagliata in modo da tralasciare lo striscione che sto reggendo, dal titolo: “10 aprile 2006 Enzo Biagi libero”. Meglio non far sapere certe brutte cose ai “moderati” lettori del Giornale…
Una voce fuori dal covo
Aprile 29, 2006 on 2:27 pm | In Politica, Libertà, Democrazia, Legalità | 6 Comments
Non ho più voce. L’ho lasciata a Roma, dove ieri ho manifestato davanti al Senato contro la candidatura del prescritto per mafia Giulio Andreotti a seconda carica dello Stato.
Arrivati a Roma di buon’ora, l’amico Jerry e io dapprima facciamo una puntata a Montecitorio. I neo-nominati deputati, nel piazzale antistante, si preparano al primo giorno di scuola. Comincio a distribuire qualche volantino, titolo: “Andreotti visto da vicino”. Jerry scatta foto a ripetizione e si diverte come me ad ammirare certe facce e certi riporti dei rappresentanti del popolo sovrano.
Poi ci spostiamo a palazzo Madama. Capannelli di senatori sono in attesa davanti all’entrata, nel tramestio di reporter e fotografi. Inizio il volantinaggio. Poi i guardiani mi fermano: “Non si può per motivi di ordine pubblico”. O di quieto vivere? Mi consentono di stare sul marciapiede antistante, dietro una transenna. Non conoscono la mia voce.
Indosso uno dei due cartelli gialli che avevo preparato: “Un presidente colluso con la mafia?”. E’ il medesimo concetto dei manifesti affissi all’alba in tutta Roma dai fascisti di Forza Nuova. Le altre formazioni politiche, con poche virtuose eccezioni, per esempio Di Pietro, preferiscono sorvolare. Eccolo, il regime collusivo.
Ecco un breve video:
L’altro cartello (”Andreotti mafioso prescritto”), gli amici della Digos me lo sequestreranno nel corso della giornata. Motivo: “Questa è un’accusa, non si possono fare nomi”. Cerco di spiegare ai gendarmi che si tratta dell’esito di una sentenza definitiva. E che in democrazia si devono fare i nomi. Ma è tutto vano.
Mentre nel palazzo i nostri dipendenti eletti per nomina di partito si preparano alla prima votazione per darsi un degno presidente, dietro la transenna inizio il comizio, divertendomi un mondo e presto rimpiangendo di non aver portato con me Ikarus, il mio megafono.
C’è un gran via vai di gente: turisti stranieri, scolaresche in gita, passanti, cittadini angosciati all’idea del tartarugone alla presidenza del Senato. In gran parte sono solidali con noi. Gli stranieri soprattutto, incuriositi da quell’assembramento di uomini in divisa e auto blu.
M’interessa parlare con i giovanissimi. Molti ascoltano con attenzione. Li incoraggio per quel che posso a tenere gli occhi aperti e ad alzare la testa..
Passano le ore, mentre dall’interno del palazzo giungono notizie surreali di “pizzini” e votazioni annullate, dietro la transenna intrattengo gli astanti parlando di ipocrisia e impunità del potere, connivenza con la mafia, perdita della memoria, censura e manipolazione dell’informazione. Jerry volantina e fotografa, ogni tanto mi porta una bottiglietta d’acqua e va a fare nuove fotocopie dei volantini.
Ricordo nomi, date, fatti, circostanze, e il loro contesto. Nascono conversazioni interessanti, si susseguono simpatici siparietti. A un certo punto s’alza un coretto: “Ma-fio-so! Ma-fio-so!”. Arrivano i fotografi e gli operatori di ripresa. Sfido Andreotti con voce di tuono a scendere in strada e a venire a parlare con noi. Lui preferirà entrare e uscire da una porta laterale.
Sfilano Cuffaro, Ghedini, Guzzanti, Biondi, Cossiga e tanti altri consimili gentiluomini. Li contesto duramente, uno a uno, in modo specifico. Ai padani ricordo il cappio contro “Roma ladrona”, ai post-fascisti la fiera avversione al “regime” partitocratico. Ogni mezz’ora leggo per intero, scandendo ogni sillaba, una sintesi della sentenza del processo Andreotti. Alcuni si affacciano alle finestre del palazzo. Molti scattano foto con il videotelefonino.
Rimaniamo fino all’esito notturno dell’ultima votazione: Marini sotto per due maledette schede nulle. “Senato debole e popolo smidollato”, direbbe Gibbon. Gli autisti si complimentano per la “resistenza”. Poi, dopo oltre quindici ore di manifestazione, e sei o sette di comizio, ce ne andiamo a bere una birra.
Ps 1
Apprendo ora dalla radio che Marini è stato eletto presidente del Senato. Almeno una vergogna ci è stata risparmiata.
Ps 2
Mentre fuori manifestavo ecco cosa succedeva dentro il Senato, dal punto di vista di Furio Colombo: Un giorno in Senato
A Palazzo Madama!
Aprile 27, 2006 on 9:32 pm | In Politica, Legalità | 2 Comments
L’anno scorso il nostro dipendente a vita Giulio Andreotti rispose a una mia lettera aperta con un biglietto vergato a mano, intestato Senato della Repubblica. “Io non sono stato assolto per prescrizione”, era il delizioso incipit.
Una menzogna. Il granduomo se l’è cavata per la decorrenza dei termini, come ha stabilito una sentenza definitiva che lo dichiara responsabile di associazione mafiosa, almeno fino alla primavera del 1980.
Ci sarebbero molte altre ragioni per ritenere il tartarugone indegno del ruolo di senatore a vita. Ma in un Paese civile basterebbe questa: collusione con la mafia.
Invece domani potrebbe andare a lui la seconda carica dello Stato.
Non ci sto. E non ci stanno milioni di italiani, che hanno già mandato giù tanti di quei rospi. Non ci stanno anche alcuni esponenti politici e alcuni opinionisti. Pochi, a dire il vero.
Domani si terrà la prima riunione del nuovo Senato, eletto dai partiti e ratificato dai cittadini il 9 e 10 aprile. Fra poco, con il mio amico Jerry, prendiamo un treno e andiamo a Roma, armati di volantini e cartelli. In fondo è una questione di legittima difesa.
Vi dirò.
Ps: contiamo di essere davanti al Senato dalle ore 10, se qualcuno vuole raggiungerci…
Vota puffone
Aprile 26, 2006 on 9:42 pm | In Uncategorized, Politica | 13 Comments
Ho deciso: mi candido a consigliere comunale di Milano, come indipendente nella lista Di Pietro.
Mi candido perché ho visto le facce degli altri candidati. Non è prudente lasciare Milano nelle mani di certa gente.
Mi candido perché Tonino Di Pietro mi è simpatico. E in quest’Italia cialtrona mi sembra una persona seria. Lo dimostra il modo in cui ha commentato l’ipotesi di Andreotti presidente del Senato. Gli altri cinguettavano di “inopportunità politica”, lui ha ricordato la collusione di zio Giulio con la mafia, accertata in sede giudiziaria.
Mi candido perché Milano è l’epicentro del degrado nazionale, insieme a Palermo. E infatti Forza Italia, in Lombardia e Sicilia ha le sue roccaforti. A proposito, Forza Rita!
Mi candido perché detesto il gruppo dirigente della Lega e proprio non comprendo come si possa votare per uno come La Russa.
Mi candido perché non mi entusiasma l’idea della targa all’ex latitante Craxi in piazza Duomo 19, sotto l’ufficio dove affluivano le mazzette. La Giunta Albertini l’ha già decisa, ma il diessino Fiano, fresco deputato, la preferirebbe in via Foppa, visto che “la collocazione in piazza Duomo richiama troppo le vicende giudiziarie”. Davvero, non sto inventando!
Mi candido perché Milano mi ha regalato tanti amici.
Mi candido per consentire ai miei amici di votare a sinistra senza provare nausea.
Mi candido perché oggi la partita non è fra sinistra e destra, ma fra onesti e disonesti.
Mi candido perché, se ci penso, mi sembra di essere una persona candida.
Mi candido per illudere gli amici della Digos che sono diventato una persona seria.
Mi candido perché sono curioso di vedere quanti voti prendo.
Mi candido perché per essere eletto ci vorrebbe un miracolo. E io credo nei miracoli del buon senso.
Mi candido perché mi hanno parlato di un’altra Milano, aperta generosa e umana, che non esiste più.
Mi candido per fare opposizione, alla maggioranza e all’opposizione.
Mi candido per fare da sponda in consiglio comunale alle mattane di Beppe Grillo. E a chiunque abbia qualcosa di sensato da dire.
Mi candido per fare un dispetto a Silvio, capolista di Forza Italia.
Mi candido per consentire a tutti quelli che non sopportano i suoi abusi di potere di urlargli “Rispetta le legge, buffone!”, votandomi.
Mi candido perchè non mi sento rappresentato.
Mi candido per proporre l’aumento dell’ICI. Sì avete capito bene, proporrò l’aumento dell’ICI oltre la terza casa di proprietà. Con quei soldi istituirei un fondo per dare un tetto ai senza fissa dimora o agli studenti disagiati. Sì avete capito bene, ai poveri!
Mi candido perché provo rabbia ogni mattina.
Mi candido perché non mi ripugnerebbe, da elettore, votare per uno come me.
Mi candido perché vivo senz’automobile, e penso che questa città potrà vivere solo senz’automobili.
Mi candido per poter tirare un bel sospiro di sollievo se non dovessi risultare eletto, visto che - l’ho imparato da Platone - amministrare non è un privilegio ma una responsabilità.
Mi candido perché non mi piace né ubbidire né comandare. Quindi, caratterialmente, sono il candidato ideale.
Mi candido perché un certo giorno Pierfrancesco Majorino, giovane segretario cittadino dei diesse, mi ha telefonato per dirmi: “Stai al bar!”. Aveva paura che facessi perdere voti al buon Penati.
Mi candido perché non mi fido di uno che mastica gomme americane per ore, anche quando è seduto in prima fila ai convegni, come ad esempio Mirabelli, il segretario provinciale dei diesse. (Certo le colpe politiche di questa gente sono anche più gravi)
Mi candido perché una volta, a Telelombardia, la sempre affascinante Tiziana Maiolo voleva cacciarmi da un dibattito, perché non ero nessuno e non le piacevano i miei sandali.
Mi candido perché ho visto il film Le mani sulla città.
Mi candido per ricacciare indietro una destra incivile, che in questi anni ha calpestato i valori nei quali credo.
Mi candido perchè, diciamolo, nella Margherita ci sono certi ceffi.
Mi candido perché provo pena quando vedo le famigliole con bambini piccoli a passeggio nel cemento e nello smog di Milano.
Mi candido perché almeno stavolta si può scrivere la preferenza, fino a nuova riforma elettorale.
Mi candido perché il 10 aprile notte ero avvilito e volevo mollare tutto. Ma dopo una settimana - accidenti - mi è passata.
Mi candido perché dopo le giunte craxiane, Formentini e l’amministratore di condominio Albertini, alcuni cominciano ad avvertire un vago senso di soffocamento. Altri sono già morti, ma non lo sanno ancora.
Mi candido per fare campagna, da consigliere comunale di una città medaglia d’oro della Resistenza, per il NO alla controriforma della Costituzione.
Mi candido perché ciascuno abbia la possibilità di essere ascoltato.
Mi candido perchè quella telefonata di Enzo Biagi mi ha dato forza.
Mi candido perché hanno segato anche il Bosco di Gioia, per fare il nuovo ufficio di Formigoni.
Mi candido perché si rischia di avere un tipetto come Sgarbi assessore alla cultura.
Mi candido perché ho visto il progetto del nuovo quartiere Fiera e penso che certa gente dovrebbe essere arrestata.
Mi candido per proporre l’istituzione di emeroteche di quartiere, dotate di ogni comfort, per sfaccendati di ogni età.
Mi candido perché Milano, per me, rimane la città di Verdi e Manzoni.
Mi candido perché vorrei dare una mano a don Colmegna.
Mi candido perché i quartieri dormitorio, quindi quasi tutta la città, siano invasi e risvegliati dalla cultura e dall’arte.
Mi candido perché non ho stallieri mafiosi né ville secretate né conti neri alle Caymane.
Mi candido per eliminare la pubblicità esterna, a cominciare dai maxiposter luminosi. Gradualmente, perché sono un moderato.
Mi candido perché provare a dare a tutti internet in banda larga gratis, magari senza fili, mi sembra una buona idea.
Mi candido perché Paolino ha gli occhi in lacrime quando mi parla della sua città.
Mi candido perché fa piacere a Rita, Pina, Luisona, Angelica e tutte le meravigliose signore girotondine di Milano, vere combattenti, che mi amano, riamate.
Mi candido per proporre all’ambrogino d’oro Francesco Saverio Borrelli. Lo merita, forse più di Oriana Fallaci, che l’ha già vinto.
Mi candido perché nessuno mi potrà mai comprare.
Mi candido perchè ho passato gli ultimi cinque anni in strada con volantini megafoni e cartelloni e ho constatato, insieme ai matti come me, che è tutto inutile se dentro le istituzioni non c’è nessuno che ti ascolta.
Mi candido perché quest’inverno, quando al gelo raccoglievamo le firme per il referendum costituzionale, abbiamo fatto fatica a trovare gli autenticatori. Con 50 consiglieri comunali e provinciali eletti nelle liste dell’Unione.
Mi candido per promuovere un’opera di pedagogia di massa su vasta scala, a cominciare dalla sperimentazione di corsi gratuiti di educazione civile. Pian piano li si può far diventare facoltativi, previo superamento di un esame.
Mi candido perché la politica può anche non essere il losco affare che è.
Una palla al piede
Aprile 26, 2006 on 1:15 pm | In Politica, Informazione | 2 Comments
I sondaggi lo davano per spacciato ed è rimasto a galla. Ha perso le elezioni ma non se ne vuole andare. Minaccia, irride, inveisce, inquina, adesca. E’ il Puffone di sempre, in forma smagliante. Ci libereremo mai di questa palla al piede? Ecco un ritratto di quest’uomo meraviglioso, del romanziere spagnolo Javier Marìas.
Questo individuo è essenzialmente una palla al piede, a giudicare dal materiale video nel quale lo si vede ai vertici politici in compagnia di altri mandatari o in occasioni mondane più frivole. In realtà, il suo comportamento è identico negli uni e nelle altre, soltanto che nei primi finge di essere l’anfitrione, lo fa sempre (per dire, anche se si trova in Canada) e probabilmente lo è anche, sicuramente in quelli italiani, se ne appropria anche quando è soltanto un ospite.
Quando incontra altri capi di governo, si capisce che in fondo si sente un intruso, ed è il suo atteggiamento disinvolto e allegro - e ribadisco, come se fosse l’anfitrione o il baedeker ovunque - a tradire la sua insicurezza ultima; è come se temesse che in qualsiasi momento possa entrare un ciambellano e sussurrargli all’orecchio, con discrezione, che è stato commesso uno spiacevole errore e che deve lasciare il salone, l’ufficio, il pranzo, il vertice, il ballo. La sua eterna soddisfazione e disinvoltura sono eccessive, sottolineature in rosso. Sembra che gli vengano spontanee, quasi involontariamente, e non è così: compie uno sforzo permanente (alleggerito soltanto dalla forza dell’abitudine) e recita, ovviamente. Il suo sorriso impazzito (perché costante), le sue barzellette, le sue piccole pagliacciate, i suoi abbracci e le sue pacche e la sua iperattività triviale quanto superflua sono tremendamente involontarie. È come se stesse dicendo in ogni momento (ai suoi colleghi politici, alle telecamere, ai fotografi, ai telespettatori e soprattutto a sé stesso): “Vedete come mi trovo a mio agio. come mi districo, come converso, come influenzo, come mi muovo, come intrigo, come appartengo a questo mondo delle decisioni mondiali?” Quest’uomo non ci crede per intero, in realtà non se ne capacita e per questo deve lasciar ben chiaro, in modo gridato, che si trova nel suo elemento.
Egli ritiene che la sua simpatia (che lui tale considera) gli renda enormi servigi: si considera una persona accattivante, irresistibile, persuasiva - anche se non osa giudicarsi seduttore nell’accezione sessuale del termine. Con questa simpatia è convinto di poter ottenere molte cose e di poter convincere di molte altre ancora persino i più potenti. Se i suoi potenti colleghi non fossero in maggioranza gente di così scarsi lumi (illuminano poco, appena una penombra tutti insieme), si renderebbero conto che quella professionale simpatia è soltanto il modo di Berlusconi di chiedere permesso, di farsi perdonare, di allungare il collo per non essere coperto nelle foto.
Mi risulta che in un periodo della sua gioventù sia stato crooner, o cantante confidenziale (come si dice nella sua lingua), vale a dire intrattenitore che allietava le crociere dei ricchi, o qualcosa del genere. Come si sa, gli artisti dello spettacolo, per famosi che essi siano (e lui non lo era), sono nella considerazione dei ricchi più vicini alla servitù che agli invitati, cosicché, quel periodo, se le mie notizie sono corrette, gli deve essere servito da allenamento per staccarsi, per allontanarsi dai domestici e dai camerieri (ora si mostra persona alla mano con loro, ma li detesta e li vuole lontano, come se potessero contaminarlo), e per mischiarsi ai potentati più scemi, a quelli che ci cascano e che sono più sensibili alle lusinghe.
Si tratta di un individuo che non ha il minimo senso del pudore quando vuole essere adulatore o addirittura ossequioso. In un certo senso, sì potrebbe affermare che ha la mentalità dei vecchi portinai, quelli che a quanto pare abbondavano nella Spagna franchista e che non sono spariti ancora del tutto: si prostravano in riverenze con i proprietari e con gli inquilini facoltosi e trattavano a calci i fornitori e le domestiche. Dietro a questa mentalità c’è sempre un senso di risentimento. Se inoltre si tratta di una persona che non teme il ridicolo, allora l’individuo in questione è pericoloso, come lo è quest’uomo dietro alla sua facciata cordiale, spiritosa, quasi si direbbe bonacciona, se non fosse che la bontà - neppure la sua caricatura - è estranea al suo animo. II fatto che ogni tanto si emozioni o si intenerisca non c’entra, fare ciò è alla portata di qualsiasi persona anche semplice e non è necessariamente segno di bontà o di compassione.
In realtà, è incomprensibile che queste persone possano ingannare chicchessia, per non parlare di quasi un intero paese, ed è incomprensibile che abbia ottenuto la maggioranza assoluta alle elezioni, ma quante volte e in quanti paesi non è accaduto lo stesso? Misteri. O forse la gente non ci fa caso, non presta attenzione, guarda e ascolta soltanto in maniera distratta, abituata com’è a come si vede e si ascolta la televisione.
II soggetto manca di scrupoli e ciò in maniera radicale, poiché questa carenza è autentica; non è il caso di tanti altri che li conoscono, e come, ma che hanno deciso di misconoscerli; egli ignora la loro esistenza e non li considera mai, nemmeno per rifiutarli o bollarli di stupidi o gravosi o bastoni tra le ruote. Non ne ha mai fatto a meno per il semplice motivo che non li concepisce proprio, non hanno mai fatto parte delle sue nozioni, meno ancora dei suoi valori. Tanto gli sono estranei, che quando li individua in un’altra persona, li considera soltanto un sintomo di debolezza e li usa per giudicare quella persona fragile o docile e, pertanto, assoggettabile.
Di fronte a questo tipo di individuo, la maggior parte delle persone è inerme, perché quasi nessuno è preparato a trattare con una persona tanto seccante e insistente (una palla al piede che non sta ferma un secondo, una di quelle persone a cui si dice di sì pur di levarseli di torno o di fermare il loro sproloquio, di riuscire a farli stare zitti), formalmente cordiale e persino affettuosa e che allo stesso tempo non osserva norme o regole d’alcun tipo. Non le considera nemmeno per disattenderle, e neanche i princìpi, neppure per tradirli; non ha la consapevolezza di stare esagerando o oltrepassando ì limiti o trasgredendo, anche se potrà fingere di abbracciare momentaneamente delle regole - le ha viste negli altri e ha imparato a essere mimetico.
Ma la cosa più difficile è questa: quasi nessuno è pronto a trattare con una persona che non sente mai vergogna di alcun tipo, né personale, né pubblica, politica, estetica. E nemmeno narrativa. In realtà egli non sa cos’è.
Dal Rapporto di Pérez Nuix su Silvio Berlusconi
(pubblicato sul n° 327, 23 nov. 2002, del settimanale “D”)
L’autore, nato a Madrid nel 1951, è considerato uno dei più importanti narratori spagnoli e i suoi libri sono tradotti in molti Paesi. Tra i suoi romanzi e saggi in italiano, pubblicati tutti da Einaudi:: Un cuore così bianco, Domani nella battaglia pensa a me, Tutte le anime, L’uomo sentimentale.
Paolo Scarpis, un sincero democratico
Aprile 25, 2006 on 7:59 pm | In Politica, Libertà, Democrazia | 7 Comments
Oggi in corteo ho incontrato il dottor Paolo Scarpis, il questore di Milano. Me ne avevano parlato come di una brava persona, un sincero democratico. Ed era da tempo che volevo fare due chiacchiere con lui. Sicché l’ho avvicinato, presentandomi:
“Signor questore, sono Piero Ricca, buongiorno”, e ci siamo stretti la mano.
Ne è seguito questo breve dialoghetto.
Io: “Potrebbe dire gentilmente ai suoi uomini che non devono più sequestrarmi né impedirmi di entrare a dibattiti pubblici?”
Lui: “Ma sono io che dò gli ordini, la responsabilità è mia.”
Io: “E le sembra giusto ordinare questi abusi?”
Lui: “Ma tu, Ricca, devi smetterla di andare a rompere i coglioni a Berlusconi.”
Io: “Il dissenso fa parte della democrazia.”
Lui: “Ma no, questa non è democrazia…”
Io: “Gli abusi di potere sui cittadini non sono democrazia.”
Lui: “Ma dai che abbiamo anche amici in comune…”
Io: “Ma questo non c’entra nulla, io esigo di essere lasciato in pace dalla polizia.”
Ha assistito alla scenetta, sostenendo le mie ragioni, il mio amico Paolo, un’altra vecchia conoscenza della Digos.
Dopo un esposto alla procura della Repubblica (per ora senza esito), una interrogazione parlamentare al Senato (promossa da dieci senatori unionisti) e diversi articoli di stampa (tra i quali uno di Travaglio, dal titolo: “Prendetelo, è incensurato!”), ora conosco il nome del responsabile del fermo abusivo del 29 gennaio 2005: il dr. Paolo Scarpis, che ha rivendicato con serenità l’episodio, forse dimenticando che nella Costituzione sulla quale ha giurato, tanto per rimanere in tema di 25 aprile, sono stabilite regole precise a tutela della libertà personale. Ma temo che per lui, pur sincero democratico, sia più importante evitare “sofferenze psichiche” al potente di turno, il quale - preso dall’ira - potrebbe anche far saltare la sua testolina (com’è accaduto in Trentino a un questore, dopo una contestazione a Fini).
E se per avventura il potente di turno, magari pregiudicato e prescritto per corruzione, si trovi a commemorare un ex latitante, già suo padrino d’affari, vaneggiando di complotti e calunniando giudici, questa sì che è democrazia, vero dottor Scarpis?
Io sono fermo a Pertini: “Libero fischio in libero Stato”. E continuerò a “rompere i coglioni” a chi mi pare (per usare questo linguaggio da caserma).
Salviamo la Costituzione
Aprile 25, 2006 on 2:29 pm | In Politica, Costituzione | 19 Comments
Scaricate e diffondete l’opuscolo No alla Riforma Costituzionale:
Sono le 13,50 di martedì 25 aprile 2006, scrivo da un internet point nei pressi della stazione Centrale di Milano. Sono da poco ritornato dal lago Maggiore e ho rinunciato a un pranzo in famiglia per partecipare alla manifestazione in memoria della Liberazione.
Quest’anno la festa ha un sapore speciale: è la prima dopo l’infausto lustro del governo del Prescritto. In cinque anni il granduomo non s’è mai fatto vivo alle cerimonie del 25 aprile, proprio non gli andavano giù quelle bandiere rosse e quell’incancellabile trittico: Resistenza-Repubblica-Costituzione.
Romano Prodi si è annunciato con una dichiarazione chiara: “E’ importante ricordare in questa giornata che la partecipazione popolare al prossimo referendum sia la più ampia possibile e che il no alla sbagliata riforma costituzionale della destra arrivi da ogni parte d’Italia “. I portavoce della Casa hanno gridato allo scandalo, il relatore della grande riforma della Costituzione, Sua Eccellenza Padana Roberto Calderoli detto “Pota”, ha parlato addirittura di una festa da “regime” incombente, come se una maggioranza parlamentare potesse “democraticamente” stravolgere a suo piacimento l’architettura istituzionale, riducendo la Costituzione - com’è avvenuto - a materia di uno squallido mercanteggiamento tra partiti.
A giugno saremo chiamati a dire SI’ o NO all’entrata in vigore della riforma Calderoli. Non si conosce ancora la data del referendum popolare, perché il governo in scadenza non s’è ancora degnato di fissarla. Lo farà giovedì, annunciano le cronache.
Il referendum è stato chiesto, secondo l’articolo 138 della Costituzione, da un alto numero di parlamentari e di consigli regionali, oltre che da circa un milione di cittadini.
Non ci è stato facile raccogliere le firme: era inverno, i media non hanno informato a sufficienza, i partiti del Centrosinistra non si sono mobilitati più di tanto, forse ritenendo superflua la petizione popolare, visto che già c’erano le firme dei parlamentari e dei consigli regionali.
L’informazione e la consapevolezza si seminano giorno dopo giorno. E certe battaglie si devono fare, senza esitazioni né calcoli pseudomachiavellici. Per questo la reticenza del Centrosinistra è stata una scelta sbagliata, e purtroppo confermata durante la lunga e opprimente campagna elettorale. In qualsiasi Paese civile, il cambiamento a colpi di maggioranza di oltre un terzo degli articoli della legge fondamentale dello Stato sarebbe diventato il tema principale del dibattito politico. Qui da noi no: si è preferito parlare di Bot, di Pacs, di ICI, di Luxuria e Caruso, con le conseguenze che conosciamo.
“Forse hanno paura di apparire idealisti”, mi ha detto una volta il professor Maurizio Viroli, con riferimento a certe timidezze dei dirigenti unionisti.
Ecco perché mi sembra tanto più significativa l’affermazione di Romano Prodi, alla vigilia di questa giornata particolare.
Sui contenuti della riforma ho scritto già vari articoli e ritornerò presto a occuparmene. Qui a fianco ho pubblicato un opuscolo, curato dal comitato milanese per il NO, di cui mi onoro di far parte. Mi sembra un documento rigoroso e sobrio, che spiega in modo comprensibile i cambiamenti principali apportati dalla riforma. Invito tutti a diffonderlo in vista del referendum.
Ora scusatemi, ma mi aspettano in piazza!
Scaricate e diffondete l’opuscolo No alla Riforma Costituzionale:
Per inserire anche voi nel vostro sito l’iniziativa “No alla Riforma Costituzionale” fate un copia-incolla dall’ HTML quì sotto:
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Andreotti, presidente di garanzia?
Aprile 23, 2006 on 12:32 pm | In Politica, Legalità, Informazione | 16 Comments
Sui giornali si parla di un’ipotesi: Andreotti presidente del Senato. Della serie: il nuovo che avanza. La proposta è stata fatta dalla cdl e ufficializzata ad Andreotti da Letta e Casini in persona. Il divo Giulio non s’è tirato indietro. “Se può servire a far ripartire il dialogo fra i poli, accetto”, ha dichiarato ieri alla Stampa. Gli unionisti per ora non si sono sbilanciati. Per chi tra loro avesse qualche dubbio, ecco uno stralcio della sentenza della corte di Cassazione, che ha confermato il giudizio di appello di “assoluzione” del senatore a vita per intervenuta prescrizione del reato di associazione a delinquere. In poche parole, corriamo il rischio di ritrovarci un colluso con la mafia come seconda carica dello Stato. Propongo di farne un volantino e diffonderlo, magari anche il 28 aprile, davanti a palazzo Madama, all’insediamento del nuovo Senato.
ANDREOTTI VISTO DA VICINO
“Andreotti ha commesso il reato di partecipazione all’associazione per delinquere (Cosa Nostra, ndr)… concretamente ravvisabile fino alla primavera 1980… estinto per prescrizione.
L’imputato ha indotto i mafiosi a fidarsi di lui e a parlargli anche di fatti gravissimi (come l’assassinio di Mattarella) nella sicura consapevolezza di non correre il rischio di essere denunciati, ha omesso di denunciare le loro responsabilità, malgrado potesse, al riguardo, offrire utilissimi elementi di conoscenza. Aveva una propensione a intrattenere personali, amichevoli relazioni con esponenti di vertice di Cosa Nostra… (per) utilizzare la struttura mafiosa per interventi extra ordinem … forme di intervento para-legale che conferisce, a chi sia in possesso dei canali che gli consentano di sperimentarle, un surplus di potere rispetto a chi si attenga ai mezzi legali.
La manifestazione di amichevole disponibilità verso i mafiosi è stata consapevole e autentica e non meramente fittizia.
I fatti non possono interpretarsi come una semplice manifestazione di un comportamento solo moralmente scorretto e di una vicinanza penalmente irrilevante, ma indicano una vera e propria partecipazione alla associazione mafiosa, apprezzabilmente protrattasi nel tempo”
Dalla sentenza, poi confermata in Cassazione, con la quale la Corte d’Appello di Palermo, il 3 maggio 2003, ha assolto il sen. Andreotti per intervenuta prescrizione del reato di associazione a delinquere.
Vi segnalo sul caso Andreotti-Senato questo mirabile articolo di Barbara Spinelli.
Scaricate il Volantino Andreotti
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