Diritti umani

Giugno 30, 2006 on 2:01 pm | In Politica, Libertà, Democrazia | 3 Comments

diritti umani 

Chi vigila sui diritti umani nel mondo? Alcune delle più intransigenti dittature, naturalmente.
Ecco un articolo di Renato Camarda sulla composizione del nuovo Consiglio per i diritti umani dell’Onu. Il testo è tratto dal sito di Claudio Fava. 

“Tutto è stato fatto con insolita velocità: qualche mese dopo la pubblicazione del rapporto degli esperti che raccomandava l’estinzione della vecchia Commissione dei Diritti Umani e la creazione del nuovo Consiglio per i diritti umani, lo scorso maggio l’Assemblea delle Nazioni Unite eleggeva i nuovi membri. E dire che lo stesso gruppo di esperti aveva consigliato prudenza, suggerendo un processo più lungo per la creazione del nuovo Consiglio, così da definire meglio principi e metodologie. Tutti contenti, invece, che nel nuovo Consiglio non ci sono più Libia, Sudan, Zimbabwe, Corea del Nord, Bielorussia e Uzbekistan considerati tra i peggiori violatori. Tra i 47 membri votati però (prima erano 53) ci sono alcuni stati che nel rapporto annuale del 2006 di Human Rights Watch vengono così definiti:
Azerbaijan: “il governo dell’Azerbaijan da molto tempo reprime partiti di opposizione e gruppi di società civile, limitando arbitrariamente la loro libertà di espressione”
Cina: “Nonostante gli apprezzamenti per alcuni recenti sviluppi, la Cina continua a essere un paese con un solo partito politico che non ha elezioni nazionali, non ha una magistratura indipendente, ha il primato di esecuzioni capitali e censura perfino Internet”.
Pakistan: “Dopo sei anni dal colpo di stato, il governo militare del Gen. Pervez Musharraf non ha adottato alcuna politica per la difesa dei diritti umani”.
Cuba: “Il governo cubano reprime ogni forma di dissenso politico. Fidel Castro è al potere da 47 anni e non mostra alcuna intenzione di considerare qualsiasi riforma”.
Tra gli altri membri vediamo anche l’Indonesia, la Giordania, il Marocco, la Federazione Russa e l’Arabia Saudita, tutti presenti nelle liste dei paesi che non rispettano i diritti umani e anzi spesso accusati di usare la tortura contro i detenuti.
I nuovi membri sono stati votati all’Assemblea a scrutinio segreto. Curiosamente, gli Stati Uniti, che pure sono tra i maggiori propositori del nuovo Consiglio, non hanno presentato la propria candidatura. E si capisce: il governo Bush è universalmente condannato per le politiche di repressione interna, per il trattamento dei detenuti a Guantanamo e Abu Ghraib, e per la pratica di carceri segrete e extraordinary renditions (sequestri), tutto nel nome della guerra al terrore. Come membri del Consiglio, gli USA sarebbero stati forse ancora più esposti a critiche e censure. Non che non lo siano, comunque. Il ministro degli esteri cubano, Felipe Perez Roque, durante il primo giorno di sessione non ha esistato ad accusare gli USA di mantenere a Guantanamo un campo di concentramento, e ha puntato il dito anche contro l’Unione europea, accusata di complicità silenziosa con le operazioni illegali della CIA sul territorio europeo.
Con queste premesse, è difficile prevedere quale credibilità avrà il nuovo Consiglio. Vero è che ora sarà possibile redigere rapporti sul rispetto dei diritti umani dei vari paesi, inclusi membri del Consiglio, ma non si comprende come l’unanimità di giudizio potrà essere raggiunta. Nella vecchia Commissione, infatti, i conflitti politici erano all’ordine del giorno e i diritti umani erano ostaggio degli interessi di parte. Non si comprende tuttavia come tali conflitti saranno evitati dal nuovo Consiglio, visto che la situazione non sembra cambiata: paesi violatori continuano ad avere potere decisionale. Un po’ patetiche sembrano, da questo punto di vista, le parole di Kofi Annan nella sessione di apertura a Ginevra, il 19 giugno scorso: “Il Consiglio deve adoperarsi per un cambio drastico rispetto all’inefficienza e alla conflittualità passate”.
Di fronte a queste contraddizioni, rimane solo da chiedersi che cosa abbiano voluto veramente i fautori della nuova istituzione dell’ONU, se rafforzare o indebolire ulteriormente l’organo preposto al rispetto dei diritti umani nel mondo”.

http://www.hrw.org/

La proposta di Borrelli

Giugno 29, 2006 on 2:00 pm | In Politica, Legalità | 3 Comments

foto borrelli

Una proposta in tema di Giustizia.
“Non ha senso ridurre i tempi della prescrizione quando non si fa nulla per accelerare la durata dei processi. Ne esce un incentivo alle manovre dilatorie, che portano vantaggio a quegli imputati che possono permettersi difese agguerrite. La prescrizione penale dovrebbe invece essere equiparata alla prescrizione civile: si interrompe all’inizio del processo”.
L’autore di questa semplice proposta si chiama Francesco Saverio Borrelli, già capo del pool Mani Pulite. Lo interpellai su questo e altri temi il 30 novembre del 2005.
Ai tempi di quel famoso “resistere resistere resistere” Borrelli fu attaccato da destra e sinistra come un eversore. Aizza le genti contro il governo Berlusconi, questa era l’accusa.
In realtà il procuratore generale di Milano levò la sua voce contro la deriva dell’illegalità. Ecco le sue parole esatte.
“Nessuna istituzione, nessun principio, nessuna regola sfugge ai condizionamenti storici e dunque all’obsolescenza, nessun cambiamento deve suscitare scandalo, purché sia assistito dalla razionalità e purché il diritto, inteso come categorie del pensiero e dell’azione, non subisca sopraffazione dagli interessi. Ai guasti di un pericoloso sgretolamento della volontà generale, al naufragio della coscienza civica nella perdita del senso del diritto, ultimo, estremo baluardo della questione morale, è dovere della collettività ‘resistere, resistere, resistere’ come su una irrinunciabile linea del Piave”.
Era il 12 gennaio 2002. I legislatori azzurri erano già al lavoro. E, rivelando una gran bella coda di paglia, si sentirono offesi da quelle parole.
Quattro anni e mezzo dopo l’ “eversore” è stato chiamato a fare pulizia nel mondo del pallone, una collettività che non ha saputo resistere alla perdita del senso del diritto.
La proposta di equiparare la prescrizione penale a quella civile può sembrare un tecnicismo, ma avrebbe un effetto sostanziale: contribuire a rendere un po’ meno disuguali gli imputati di fronte alla legge. Non è poco, di questi tempi. Da norma di garanzia contro le lungaggini processuali, la prescrizione del reato è diventata lo strumento dell’impunità per gli imputati dal colletto bianco. E non stupisce che i legislatori dalla coda di paglia, con la splendida “ex Cirielli”, abbiano scelto la strada opposta rispetto a quella proposta da Borrelli.

NO!

Giugno 26, 2006 on 8:12 pm | In Politica, Costituzione, Democrazia | 7 Comments

bicamerale 

Vittoria netta.
Il 61,3% dei votanti ha deciso di stracciare la sgangherata riforma della Costituzione firmata Calderoli.
Possiamo tirare il fiato. Almeno una volta ha vinto il buon senso. Lo scempio supremo ci è stato risparmiato. Ma il bello arriva adesso. 
I portavoce politici sembrano tutti d’accordo: le riforme costituzionali sono comunque “necessarie per il Paese”. “Adesso dialoghiamo”, annunciano i vincitori. “Le riforme comunque si devono fare”, ammoniscono gli sconfitti. Chi non è d’accordo è un bieco ”conservatore”.
Ebbene, c’è chi non è d’accordo: io per esempio, e con me molti altri. Non temiamo di apparire “conservatori”, se affermiamo che i problemi di questo Paese non sono di ordine costituzionale: semmai di ordine politico e morale. Pensiamo che la Costituzione non ha colpe: anzi è bella, moderna, valida così com’è stata scritta. E meriterebbe di essere attuata, prima di essere cambiata. Un esempio? Secondo l’articolo 49 i partiti sono libere associazioni che consentono ai cittadini di far politica con metodo democratico. Non sono previsti come oligarchie che occupano le istituzioni. Una riforma “necessaria” sarebbe dunque quella di renderli compatibili con la Costituzione. Invece i capi di queste oligarchie sembrano ansiosi di sedersi attorno a un tavolo, per varare insieme una grande riforma delle istituzioni.
Sia chiaro: anche noi “conservatori” ammettiamo che qualche ritocco alla Carta possa essere apportato: per esempio per adeguare alcuni meccanismi istituzionali a un sistema politico ora tendenzialmente bipolare o per disciplinare meglio i diritti civili alla luce delle nuove tecnologie. Ma questi specifici cambiamenti possono tranquillamente essere discussi e approvati attraverso le procedure previste dall’articolo 138. Non c’è alcun bisogno di bicamerali, tavoli comuni e grandi riforme. Soprattutto non c’è alcun bisogno di nuovi inciuci, che con la scusa delle riforme servano ai soliti furbacchioni per sistemarsi gli affari propri, vedi alle voci Impunità e Televisioni.

Riassumendo: rispettiamo e attuiamo la Costituzione prima di cambiarla; aggiorniamo specifici punti, se necessario, attraverso l’articolo 138, ovvero in Parlamento; tre volte NO a “grandi riforme” et similia.
Questo è lo schema del nuovo Comitato in difesa della Costituzione, che nasce oggi qui nella mia stanza. Si chiamerà “Viva la Costituzione!” ed è aperto al contributo di tutti coloro che condividono questi semplici punti. Nei prossimi giorni logo, manifesto, indirizzo email del Comitato per adesioni e prime iniziative. 
Ma ora è tempo di far festa con gli amici con i quali, in questi anni, abbiamo contribuito a preparare questo giorno. Che sollievo! 

Post scriptum

Segnalo questo articolo del professor Valerio Onida, contro il mito del nuovismo costituzionale.

Il nodo etico

Giugno 24, 2006 on 4:49 pm | In Politica, Costituzione, Democrazia, Legalità | 7 Comments

 sylos labini
 Paolo Sylos Labini

Ora vinciamo il referendum.
Da martedì cercherò di capire a che punto sia la nuova legge sul conflitto di interessi.
Durante la campagna elettorale per le politiche, ebbi con Fassino un divertente scambio su questo tema, videoripreso, che fece un po’ di rumore e divertì Beppe Grillo, che lo inserì nel suo blog e nel suo spettacolo. In pratica Fassino sosteneva che la vera priorità è il lavoro, non il conflitto di interessi. Come se le due cose fossero incompatibili.
Pochi giorni dopo, in un’intervistina video, constatai che Furio Colombo la pensa diversamente. Gli chiesi di dirmi tre priorità per la nuova maggioranza parlamentare. L’ex direttore dell’Unità e attuale senatore dell’Unione mi rispose:
“Di sicuro, una nuova legge elettorale; di sicuro, una vera riforma della scuola che sani i guasti della riforma Moratti. Ma io non mi toglierò nemmeno il cappotto prima di presentare una proposta di legge che regoli i conflitti di interessi”.
Certo, l’agenda dei mesi successivi al voto è stata particolarmente fitta di impegni. E tuttavia la curiosità c’è. Avranno già messo a punto una proposta di legge che regoli le incompatibilità fra potere economico e politico? E in caso affermativo, quali sono le linee strategiche di tale proposta?
A margine, mi incuriosisce anche sapere se la direzione dei Democratici di Sinistra abbia elaborato il famoso “codice etico” a lungo richiesto, fino agli ultimi giorni di vita, da un tenace ”demonizzatore” come il compianto Paolo Sylos Labini, e alla fine promesso, nei giorni caldi dello scandalo Unipol-Bnl, da Fassino medesimo, in un documento ufficiale, approvato all’unanimità dalla direzione del partito:
“Vi è, infine, anche un nodo relativo alla regolazione della vita democratica dei soggetti politici. L’autonomia della politica è data dall’effettiva trasparenza della sua attività e del suo finanziamento. Se è vero che per chi è investito di una responsabilità politica o istituzionale non è sufficiente il rispetto della legge, servono codici etici che consentano di ispirare ogni comportamento a principi morali e condivisi” (dalla relazione di Fassino).
Ne parlava addirittura al plurale: “codici etici”.
Sarebbe stato forse opportuno redigerne almeno uno, al posto del papello programmatico, pubblicato sul Foglio per provare a eleggere D’Alema capo dello Stato a larga maggioranza, contro ogni procedura costituzionale.

Post scriptum

Qui una serie di testimonianze per il NO al referendum. La prima è di Giancarlo Caselli.

Intervista sulla riforma dei giudici

Giugno 23, 2006 on 4:58 am | In Politica, Costituzione, Democrazia, Legalità | 4 Comments

La corruzione dilaga? Una soluzione c’è: mettere in riga i giudici.
Ho chiesto a Francesco Moroni, giovane autore di un saggio sull’indipendenza della magistratura, di fare il punto sulla controversa riforma dell’ordinamento giudiziario, all’indomani dell’entrata in vigore dei decreti attuativi. Una riforma - si vantò l’onorevole Giuseppe Gargani di Forza Italia - in presenza della quale Mani Pulite non ci sarebbe mai stata.

Francesco, a che punto siamo con la riforma dei giudici?

L’entrata in vigore dei decreti attuativi redatti dal precedente governo porta a definitiva maturazione l’inclinazione autoritaria e punitiva presente in nuce nella legge n. 150 del 20 luglio 2005, che si limita ad enunciare i principi e criteri direttivi cui il legislatore delegato deve ispirarsi nell’attuazione della riforma dell’ordinamento giudiziario. Si tratta di un corpus normativo particolarmente caotico, che consta di una quindicina di decreti destinati a rendere operative alcune soluzioni tecniche assai pericolose per l’indipendenza della magistratura e per la qualità del già disastrato servizio giudiziario.

Quali sono i principali cambiamenti?

L’ossatura portante dell’impianto controriformista è costituita da tre decreti, relativi alla gerarchizzazione delle Procure, al sistema disciplinare e alla progressione in carriera tramite concorsi interni. I primi due hanno già cominciato a spiegare i propri effetti a partire dal 18 e dal 19 giugno. Il rischio è che gli uffici requirenti tornino ad essere strutturati in forma piramidale, con un’abnorme concentrazione di poteri in capo al Procuratore della Repubblica, unico titolare dell’azione penale, con amplissima discrezionalità nell’assegnazione e revoca dei fascicoli di indagine ai suoi sostituti, la cui autonomia verrebbe praticamente sterilizzata. Eppure, l’art.101 Cost. dice ancora che i giudici sono soggetti soltanto alla legge, non al capo-ufficio. Si prevede che tutti gli atti che costituiscono esercizio dell’azione penale o che incidono sulla libertà personale debbano essere assunti con il consenso preventivo del capo, ma tenendo conto dell’enorme carico di lavoro che grava quotidianamente su ogni Procura è presumibile che l’intervento personale del capo si verificherà solo in alcuni procedimenti da lui selezionati, con buona pace dell’obbligatorietà e della necessaria uniformità di esercizio dell’azione penale (art.112 Cost.).

Come cambia il sistema disciplinare?

Il nuovo sistema disciplinare, ora imperniato sulla obbligatorietà della relativa azione, rischia di trasformarsi in uno strumento intimidatorio o ritorsivo, poiché il mero esposto - anche anonimo! - di un imputato insoddisfatto sarà sufficiente a spedire automaticamente il magistrato davanti al CSM. Che poi il procedimento possa concludersi con un proscioglimento non consola, se si pensa che intanto la carriera del magistrato è ferma e la sua credibilità inevitabilmente (seppur ingiustamente) appannata agli occhi dell’opinione pubblica.

E il sistema delle promozioni?

Il cervellotico sistema di progressione in carriera, imperniato su un fittissimo reticolo di concorsi interni, finirebbe per impegnare i magistrati (come esaminatori o come concorrenti) in un interminabile meccanismo concorsuale, a scapito del tempo che dovrebbe essere dedicato alla quotidiana attività giudiziaria. D’altra parte, in passato i concorsi premiavano solo i giudici più scaltri e conformisti, cultori di un arido nozionismo, e non servivano a riconoscere i meriti effettivamente guadagnati sul campo. Sarebbe più opportuno introdurre verifiche di professionalità periodiche e rigorose, come da tempo auspica l’ANM.

Sui decreti il capo dello Stato ha dettato la linea…

In una delle sue prime interviste, il Guardasigilli Mastella aveva indicato, fra le priorità dei primi cento giorni di governo, la sospensione di alcuni decreti di attuazione della legge di riforma dell’ordinamento giudiziario, ipotizzando inizialmente di imboccare la strada della decretazione d’urgenza, che avrebbe eliminato in radice i rischi relativi all’imminente entrata in vigore dei decreti attuativi. Nel suo primo intervento dinanzi al CSM, il Capo dello Stato Napolitano ha addotto non meglio precisate ragioni tecniche a sostegno dell’impraticabilità di tale iter, suggerendo la presentazione di un disegno di legge quale soluzione più corretta ed opportuna sul piano della procedura parlamentare. E così, il 9 giugno, Mastella ha proposto un disegno di legge che prevede la sospensione dell’efficacia di tre decreti attuativi, cioè una sorta di moratoria fino al marzo 2007, generando tuttavia il comprensibile malcontento dell’Associazione Nazionale Magistrati, perché nelle more dell’iter legis parte della riforma entra in vigore. Infatti, trattandosi di un semplice disegno di legge, finché non interverrà la definitiva approvazione da parte delle Camere saranno operative a tutti gli effetti le misure sulla riorganizzazione delle Procure e sull’illecito disciplinare. Dunque, nessuna sospensione immediata.

Che cosa vuol dire sul piano politico?

Come hanno giustamente sottolineato anche i maggiori costituzionalisti, le ragioni di questa soluzione non sono tecniche, giacché l’opzione del decreto non era certo costituzionalmente illegittima. Mastella, tenuto conto della risicata maggioranza esistente al Senato, ha esplicitamente manifestato il timore che il decreto legge non venisse convertito nei sessanta giorni previsti e ha preferito ripiegare sull’utilizzazione di un semplice disegno di legge, da approvare comunque entro il 28 luglio, quando entrerà in vigore l’ultimo decreto attuativo. Tuttavia, dal punto di vista politico non è detto che si riesca ad ottenere l’approvazione del disegno di legge prima della pausa estiva, a meno che il centrosinistra - per evitare al Senato di rimanere impantanato in un defatigante “Vietnam” parlamentare - non decida di utilizzare la corsia preferenziale della riduzione dei termini procedurali, o di porre la questione di fiducia. Ma allora, se entrambi i provvedimenti (decreto legge e disegno di legge) passano comunque per il Parlamento e i numeri al Senato sono i medesimi in ambedue le ipotesi, tanto valeva accorciare i tempi sin dall’inizio e presentare senza remore un decreto legge immediatamente efficace, verificando subito la tenuta della pur fragile maggioranza di cui gode il governo Prodi.

Insomma non c’è alcuna svolta nella politica giudiziaria?

Sul delicato terreno dei rapporti fra politica e magistratura si parrà la nobilitate dell’esecutivo dell’Unione, chiamato dagli elettori ad abbandonare la vocazione compromissoria, ad affrancarsi da qualsiasi tentazione inciucista e ad attuare il programma elettorale, secondo cui “Dobbiamo rimuovere tutti gli aspetti del nuovo ordinamento in stridente contrasto con i principi costituzionali e, ove necessario, intervenire con provvedimenti di sospensione dell’efficacia di quelle norme della legge delega (o dei decreti attuativi) che potrebbero ledere - costituendo diritti acquisiti non più contrastabili - il principio di unità, uguaglianza e parità di trattamento o rendere impossibile successivamente un nuovo e diverso riordino della magistratura”. Senza un’autentica svolta si corre il rischio che la controriforma non verrà smantellata e finiremo per rimpiangere l’ennesima occasione perduta.

Post scriptum
La riforma dei giudici porta il nome di Sua Eccellenza Padana Roberto Castelli. Costui, la scorsa settimana, a Merate, nel corso di un dibattito sul referendum, ha risposto alla contestazione di uno spettatore (che lo criticava per i pesanti giudizi dati sul senatore Scalfaro) chiedendo ai carabinieri di identificarlo e invitandolo a lasciare la sala. Ormai è una mania. Mi è stato riferito che il malcapitato, presidente del comitato per il NO di Lecco, si è trovato la Digos alle calcagna fin sotto casa. A questo punto, per coerenza, si dovrebbe riformare anche la prima parte della Costituzione: per esempio l’articolo 21.

Tre postille

Giugno 22, 2006 on 8:59 am | In Politica, Libertà, Democrazia, Informazione | 16 Comments

 

Tre postille all’episodietto Andreotti-Bicocca.

1 Ringrazio Beppe Grillo per aver pubblicato ieri sera sul suo blog www.beppegrillo.it il racconto del mio incontro con il senatore prescritto.

2 Ringrazio anche Telelombardia, che - mi hanno riferito - l’altra sera ha trasmesso l’intervistina che tanto ha indispettito gli amici della polizia. Dopo aver visto quella trasmissione, ieri un anziano militante leghista, impegnato nella campagna per il SI’ al prossimo referendum, mi ha fermato per strada e mi ha fatto i complimenti, indignato contro Roma ladrona. Non ho avuto cuore di ricordargli che zio Giulio, a fine aprile, era il candidato della Lega alla presidenza del Senato.

3 Un’ultima cosa per ora. Ho intenzione di scrivere al ministro degli Interni Amato, responsabile politico della polizia, per sottoporgli, anche alla luce delle mie non piacevoli esperienze di questi anni, il tema dei rapporti fra esponenti della polizia e cittadini che intendano esprimere le proprie opinioni in pubblico. Gli chiederò un’intervista e soprattutto l’impegno a redigere una lettera circolare o qualcosa di simile, che inviti dirigenti e agenti di polizia alla tolleranza, alla correttezza, alla scrupolosa osservanza delle norme che tutelano la libertà personale: bene da proteggere con attenzione fors’anche superiore allo zelo con il quale vengono solitamente difesi suscettibilità e decoro del potente di turno, quand’anche pregiudicato o prescritto. 

Andreotti visto da vicino

Giugno 21, 2006 on 12:53 am | In Politica, Libertà, Democrazia, Legalità, Informazione | 41 Comments

BICOCCA_6.JPG

Nel primo pomeriggio di ieri, nell’aula magna dell’Università Bicocca, a Milano, ho rivolto qualche domanda al senatore a vita Giulio Andreotti, sul tema di quella sua strana assoluzione per prescrizione del reato di associazione a delinquere, ritenuto dai giudici “concretamente ravvisabile” almeno fino al 1980. Per aver osato tanto, sono stato identificato e minacciato da agenti di polizia, e trattenuto in commissariato per quasi due ore. E m’è andata ancora bene.
Nell’aula magna della Bicocca alcuni cronisti stavano intervistando il nostro dipendente a vita su altri temi: il calcio, Moggi, la Nazionale, “la caduta della moralità pubblica come si evince dalle recenti intercettazioni”, il rapporto fra aspiranti attrici e uomini di potere e via leccando. Andreotti era comodamente seduto, rilassato. Ogni tanto faceva una battuta e i cronisti ridevano di gusto. I docenti della Bicocca, intorno, componevano una festosa corona.

A un certo punto mi sono inserito, ho consegnato ad Andreotti un foglio con l’estratto della sentenza della corte d’appello di Palermo, poi confermata dalla Cassazione (mio titolo del documento: ANDREOTTI VISTO DA VICINO), e con il tono più pacato possibile gli ho chiesto di commentarlo. Ne è nato un dialogo, che ho videoripreso a meno di un metro di distanza, di tre o quattro minuti. L’ho interpellato sulle responsabilità a lui addebitate dalla giustizia italiana, gli ho chiesto se ritenesse una cosa normale la presenza in Parlamento in qualità di senatore a vita di un personaggio così descritto da una sentenza definitiva, gli ho fatto presente che nei giudizi di molte testate internazionali il “caso Andreotti” era considerato uno scandalo, e così via intervistando. Lui ha risposto invitandomi a leggere per intero la sentenza, visto che “dagli estratti si capisce poco”, ha affermato che la prescrizione nasce solo dal dubbio della corte su un singolo incontro (per lui mai avvenuto) con il mafioso Bontade (”un certo Bontade”), ha aggiunto che all’estero incontra solo rispetto e solidarietà. E così via, minimizzando e svicolando, con quei tipici occhi a fessura.

Già mentre gli rivolgevo le domande alcuni agenti in borghese della sua guardia personale mi premevano e tiravano da dietro. Al che mi sono ribellato subito ad alta voce. Ho chiesto ad Andreotti se fosse ancora possibile in questo Paese fare domande ai politici e lui mi ha risposto che nessuno me lo stava impedendo, che fare domande era un diritto “e anche dare le risposte”, poi ha aggiunto: “Ma se lei è qui per fare un numero, allora…”. Le sue guardie intanto mi piantonavano e tenevano da dietro. Ma il principale non s’è accorto di nulla.

A intervista finita i gendarmi, agenti della polizia di Stato, hanno cercato di portarmi via tirandomi con forza. Ho protestato a voce alta in mezzo alla sala, mentre iniziava la conferenza. I gendarmi sono spariti. Nessuno dei presenti ha fiatato.

Sono rimasto altri venti minuti in aula magna, seduto tranquillamente, continuando a videoriprendere. Poi sono uscito per andarmene via, da solo, e sono stato trattato come un delinquente.

Una guardia privata della Bicocca ha cominciato a inveire in modo minaccioso, urlandomi addosso come un pazzo e cacciandomi a forza da una porta laterale, le guardie personali di Andreotti mi hanno trattenuto, strattonandomi e minacciandomi di sequestrami la videocamera e ordinandomi di mostrare i documenti. Il tono era concitato, nevrotico, da pessimo telefilm americano. Era evidente il tentativo di intimidire. Mentre il guardiano privato continuava a inveire e a minacciarmi, mi sono divincolato e me ne sono andato via. I poliziotti e la guardia privata mi hanno inseguito, mi hanno immobilizzato in un luogo dove non passava nessuno e a nulla sono valse le mie buone ragioni, del tipo: “Io non ho fatto nulla di male, ho semplicemente rivolto delle domande a un politico, riprendere eventi e personaggi pubblici è consentito, se commettete abusi vi denuncerò”.

Gli agenti continuavano a ripetermi: “Tu non puoi comportarti così con il senatore, le tue domande non c’entravano nulla, tu non puoi riprendere senza permesso e hai ripreso anche noi, e poi ti conosciamo già, eri tu a Roma davanti al Senato, tu ora ci dai tutto il materiale e poi ti portiamo in commissariato”. Mentre dicevano questo, uno mi teneva fermo contro un muro e l’altro mi tratteneva lo zaino con la videocamera e un registratore audio.

Ho obiettato: “Lasciamo decidere a un giudice chi ha ragione, voi state commettendo un abuso e comunque esigo di conoscere i vostri nomi”.

Un agente ha risposto: “La legge sono io ora, il giudice sono io”. Poi, rivolto al collega ha aggiunto: “Ora gli prendiamo le impronte digitali, così l’amico inizia ad abbassare la cresta”. I danni dei telefilm americani sono incalcolabili.

Poi sono stato portato in auto da altri agenti di polizia al commissariato di Greco, dove sono stato trattenuto per oltre un’ora e mezza. Lo zaino lo hanno preso in consegna loro. Per puro caso, gravissimo reato, non avevo con me la carta d’identità (mentre ho mostrato un tesserino identificativo di tipo elettorale che, sempre per caso, avevo con me) e abbiamo dovuto attendere che fosse trasmesso un fax da Parma con la fotocopia del mio documento. La qual cosa ha evitato la ventilata pratica della fotosegnalazione con impronte digitali in Questura: che certo sarebbe stata un’esperienza divertente per uno dei cittadini più identificati di Milano.
Per tutto il tempo mi è stato impedito di telefonare al mio legale e di effettuare o ricevere qualsiasi altra chiamata, come chiedevo di poter fare. “Il cellulare lo deve tenere spento”.

Ho notato che gli agenti di Greco si consultavano con altre persone al telefono, compresi gli agenti di guardia ad Andreotti, per decidere se sequestrami il materiale o meno. A margine delle complesse trattative ho fatto presente di essere ben noto negli ambienti della Questura e altrove per le mie attività di cittadino impegnato in politica, citando nomi e fatti, compresi esposti e interrogazioni parlamentari contro la polizia di Milano.

Alla fine sono stato rilasciato, con videocamera e tutto il resto. Gli agenti hanno redatto un verbale “per uso interno”, che non mi hanno fatto leggere.

Ecco tutto. Sono stato trattato in questo modo perché, nel silenzio della gran parte degli operatori dell’informazione, ho rivolto due o tre domande a un senatore a vita giudicato dalla giustizia del mio Paese un colluso con la mafia, salvatosi da una condanna per intervenuta prescrizione del reato. Io, che non ho mai preso una multa in vita mia.

Coerentemente, al tg3 regionale della sera, le mie domande - di pura supplenza giornalistica - sono state definite come l’intervento di un “contestatore”. E il Corriere della Sera odierno, in un riquadrino, riporta la notizia del mio trasferimento coatto in commissariato, “a seguito di una discussione con Andreotti”. Nell’occhiello la “discussione” diventa “lite”.
Insomma, sembra tutto caduto in prescrizione: le collusioni mafiose, la funzione giornalistica, perfino il senso autentico delle parole.

Di seguito il video della “lite”:

Mieli, Andreotti e la verità

Giugno 20, 2006 on 12:30 am | In Politica, Democrazia, Legalità, Informazione | 4 Comments


In un simpatico riquadro del 30 aprile scorso il Corriere della Sera ha riconosciuto che il signor B. “non è l’unica” delle mie “ossessioni”. C’è anche Andreotti.
Pian piano capiranno che le “ossessioni” delle persone come me si chiamano legalità, etica pubblica, rispetto della verità dei fatti.
Per esempio, mi sentirei a disagio nel presenziare a una manifestazione pubblica accanto a un personaggio giudicato colluso con la mafia, salvatosi da una condanna solo per la prescrizione.
Si vede che Paolo Mieli non ha le mie stesse ossessioni. Infatti ancora oggi condurrà un incontro pubblico insieme ad Andreotti, alla fondazione Corriere della Sera, a Milano, dalle ore 18.
Anche a beneficio di Mieli (pmieli@corriere.it), ripubblico qui un brano di un saggio di Livio Pepino, magistrato di Cassazione, che al “caso Andreotti” propone un approccio razionale, basato sull’analisi delle sentenze e del loro contesto: un’eresia, rispetto allo spirito dei tempi. Pubblicato nell’ottobre 2005 da Ega Editore nella collana “Chiaroscuri - i libri di Narcomafie”, il volume s’intitola “Andreotti - la mafia - i processi” con sottotitolo “Analisi e materiali giudiziari”.
Ecco come Livio Pepino affronta la questione dell’occultamento della verità, a pagina 59 e seguenti del suo libro.“… Si è interessatamente smarrito anche il significato delle parole, al punto da confondere “assoluzione” con “prescrizione” e da considerare, conseguentemente, liberato da ogni accusa l’onorevole Andreotti. Non essendo pensabile che politici e opinion maker non conoscano il diverso significato dei termini “assoluzione” e “prescrizione” e non abbiano letto i passaggi fondamentali delle sentenze, c’è da chiedersi la ragione di questa operazione di occultamento della verità. Sta qui – ci pare – il problema politico fondamentale posto dalle ultime propaggini del “caso Andreotti”. Proviamo ad abbozzare una risposta con alcuni flash. 1

La verità e la politica stanno sempre più imboccando strade diverse e opposte. Lo ha dimostrato in modo evidente, sul piano internazionale, la vicenda della guerra all’Iraq e delle (false) ragioni addotte a sua giustificazione. La logica, anche in questa vicenda, è la stessa: non interessano i fatti ma la realtà virtuale, costruita a beneficio e a vantaggio del potere. C’è chi sostiene, senza pudore, che si tratti di una necessità per mantenere il consenso dei cittadini. Siamo, al contrario, convinti che sia una tappa della trasformazione dei cittadini in sudditi e del deperimento della democrazia (che smette di essere tale senza trasparenza e verità). 2

Dire che il senatore Andreotti è stato assolto anche in relazione ai fatti anteriori al 1980, significa – come, del resto, è stato esplicitamente affermato – assolvere un sistema di governo, un modo di fare politica: non solo e non tanto per il passato, quanto per il presente e per il futuro. Significa abbattere il discrimine fra morale e immorale e tra legale e illegale. Se frequentare mafiosi, chiedere e offrire loro favori, discutere con loro financo di omicidi – condotte tutte ritenute provate dalla sentenza della Corte di Appello di Palermo – è considerato lecito sotto il profilo giudiziario, (come implica il termine “assoluzione”), e per tale via anche sul piano politico, allora questo può essere un metodo di azione politica e non deve destare scandalo se così fanno o faranno – non ieri, ma oggi e domani – politici di primo piano nel panorama nazionale e siciliano.
Negli anni scorsi – dopo gli omicidi di Falcone e Borsellino – è stata l’enormità stessa della violenza a produrre incrinature nel consenso di cui la mafia ha goduto e gode, crisi di antiche alleanze, aperte ribellioni allo strapotere mafioso. Si sono così verificati fatti nuovi e rilevanti: una mobilitazione senza precedenti della società civile; una capacità di rinnovamento della magistratura (dalla “rivolta” di parte dei sostituti della Procura palermitana all’indomani della strage di via D’Amelio alla scelta del Csm di dare finalmente a quell’ufficio una guida di sicura capacità e di assoluta limpidezza); una crescita di successi nell’azione repressiva (di per sé insufficiente di fronte a un fenomeno come quello mafioso, ma tuttavia significativa). Gli sviluppi delle indagini su Cosa nostra, l’entità del fenomeno dei collaboratori di giustizia (cresciuto in numero e qualità a livelli mai raggiunti), gli arresti eccellenti (dopo decenni di scandalose impunità e connivenze), le “finestre” aperte sugli intrecci eccellenti e su possibili coinvolgimenti di “pezzi di Stato” nelle più drammatiche vicende e nei più oscuri delitti della Repubblica sono stati segnali di vulnerabilità della mafia e delle potenzialità di un’azione istituzionale coerente e decisa. Ma la reazione non ha tardato a organizzarsi. E oggi sorde opposizioni all’intervento giudiziario, rumorosi quanto incontrastati rilanci di personaggi indagati per reati gravissimi e martellanti campagne di delegittimazione (ivi compreso il discredito pregiudiziale dei collaboratori di giustizia) lasciano intravedere il riaffacciarsi del metodo, già sperimentato nella seconda metà degli anni Ottanta, che fece precocemente sfiorire la “primavera i Palermo”.
Dire (credere e far credere) che il senatore Andreotti è stato assolto in toto significa assecondare la diffusa voglia di normalità e ricondurre la mafia a una normale forma di criminalità, simile a quella che si trova in ogni parte del mondo, con la quale convivere (senza disdegnare accordi).

3

Questo costume e questa cultura, ancorché alle porte, incontrano tuttora, tra gli altri, un ostacolo: alcune leggi e chi è chiamato ad applicarle e lo fa con rigore e fermezza. Sta qui un’ulteriore ragione della falsificazione dell’esito del processo, necessaria per proseguire nell’opera di delegittimazione di chi ha doverosamente condotto le indagini (e, insieme, dei magistrati che continuano a credere nei principi di legalità e uguaglianza). L’occasione era attesa da tempo e la posta in gioco non era (non è) la ripresa di protagonismo della politica, ma la rivincita di chi maltollera l’effettiva uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge e il controllo di legalità. E’ facile prevedere che, se passerà questo orientamento, non basteranno neppure sentenze di condanna passate in giudicato (non diverse, quanto a “dovere di rispetto”, da quelle assolutorie) a salvarci dall’affermazione che “mafia e corruzione non esistono”, che le stragi e i delitti avvenuti in Sicilia e nell’intero Paese sono stati opera di pochi professionisti del crimine o di terroristi isolati, che le tangenti sono il giusto compenso per attività di intermediazione. Ad essere in gioco – com’è facile comprendere – non è solo il linciaggio di un magistrato o di un ufficio giudiziario (cosa, peraltro, di un qualche rilievo…) ma le regole della nostra democrazia. (…)
Per questo insieme di ragioni chiedere che l’analisi del “caso Andreotti” avvenga a partire da carte vere e non da carte false è un problema di democrazia e non un inutile (e meschino) accanimento nei confronti di un notabile ormai estraneo ai circuiti del potere reale. Il fatto è che i problemi sottostanti a quel processo riguardano non solo la storia della prima Repubblica (e della sua caduta), ma anche – e soprattutto – le prospettive della seconda Repubblica che rischia di essere peggiore della prima. A evitare questo esito la lettura dei passaggi fondamentali delle sentenze che hanno scandito il “processo del secolo”, seppur faticosa (date le frequenti astrusità del lessico giudiziario) può essere istruttiva”.

Livio Pepino
Andreotti la mafia i processi
analisi e materiali giudiziari
Ega Editore, 12 euro

Notizie dalla cloaca

Giugno 19, 2006 on 2:25 am | In Politica, Informazione | No Comments

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Bruno Vespa - Confezionatore “su misura” di trasmissioni TV

Eravamo rimasti a Moggi che chiudeva in bagno un arbitro.
Le nuove intercettazioni vip non sono meno avvincenti.
L’erede al trono lurido e insulso, il sottopancia governativo che si crede onnipotente, i segretari-lenoni, gli affaristi loschi: dalla cloaca italica emergono nuovi eroi.
Tra le perle, la telefonata fra il sottopancia postfascista Salvatore Sottile e Brunacchio Vespa. E’ il 9 marzo 2005. I due ometti si devono mettere d’accordo su una puntata di “Porta a Porta” con Fini ospite. Brunacchio propone alcuni nomi di ospiti e interlocutori giornalistici, premurandosi di aggiungere: “… ma se li volete eh?”. La trasmissione, promette, “gliela strutturiamo, gliela confezioniamo addosso”, a Fini. Cioé: il curatore della trasmissione “giornalistica” di punta del “servizio pubblico” confeziona abiti su misura per il potente di turno, il quale può tranquillamente scegliersi scaletta, controparte e intervistatori.
Sia chiaro: il dottor Vespa è un professionista serio e si comporta allo stesso modo con tutti i potenti. E’ centrale perché, nella cloaca, è tra i più affidabili. E infatti Fini va proprio a Porta a Porta a chiedere “provvedimenti” (come San Bettino prima della fuga in Africa) per il magistrato che conduce l’indagine che vede coinvolti il suo portavoce, il suo segretario e sua moglie Daniela, in affari nel ramo sanitario. Un altro serio professionista-cloaca è il direttore del tg1 Clemente J. Mimun, anch’egli finito nei tabulati mentre promette a Sottile “un servizio dai risvolti favorevoli all’on. Fini e all’intera coalizione di governo”.
Nessuno stupore. Vespa e Mimun svolgono la funzione per la quale sono stati selezionati: ben diversa dal giornalismo. Certo, dovrebbero essere cacciati alla svelta. Ma il problema è il sistema. Fin quando la Rai sarà ostaggio dei partiti, l’informazione risulterà sempre un abito su misura dei potenti di turno. Ergo: o ce la teniamo così o si fa qualcosa per restituirla ai cittadini. Su www.perunaltratv.it c’è il testo di una sensata proposta di legge di iniziativa popolare (in scadenza), che sarebbe utile portare in Parlamento.

Avviso

Giugno 17, 2006 on 7:16 pm | In Politica, Libertà, Costituzione, Informazione | 4 Comments

Domani, domenica 18 giugno, con i soliti amici del gruppo Qui milano libera ci si ritrova per una nuova iniziativa di informazione sulle ragioni del NO al prossimo referendum costituzionale. L’appuntamento è per le ore 10,45 in via Solari angolo via Stendhal.
Cartelli, volantini e opuscoli li porto io.

Dopo uno splendido pranzo con il comandante partigiano Giovanni Pesce e la sua compagna Onorina, l’amico Alberto Ricci e io quest’oggi abbiamo deciso che, in caso di vittoria del NO, il giorno dopo il referendum fonderemo un nuovo comitato. Titolo: “Viva la Costituzione!”, sottotitolo: “Attuarla, prima di cambiarla”.

Tre gli obiettivi del nascituro comitato “Viva la Costituzione!”:
1 Dimostrare che i problemi del Paese derivano più da un deficit di attuazione che di modernità della Costituzione del 1948
2 Segnalare il nostro dissenso rispetto ad ogni ipotesi di “grande riforma” e correlati, nuovi inciuci bicameralisti
2 Ricordare che, se proprio il Parlamento intende aggiornare alcuni specifici punti della Costituzione, le procedure per farlo, possibilmente a larga maggioranza, sono previste dall’articolo 138 della Costituzione

Ma avremo modo di riparlarne. Ora è tempo di darsi da fare, ancora una volta, per imprimere un poco di vivacità a una campagna referendaria confusa, fiacca e semiclandestina. Anche Giovanni e Onorina, antichi combattenti per la libertà, erano sconcertati per questo fatto, di cui portano responsabilità, in primo luogo, i dirigenti dell’Unione e della Rai.
Che la cosiddetta “casa delle libertà” abbia interesse a impedire una corretta informazione, lo dò per scontato.

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Questa opera è pubblicata da Piero Ricca sotto una Licenza Creative Commons

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