Piazza Duomo 19
Giugno 17, 2006 on 1:05 am | In Politica, Legalità, Informazione | 6 Comments
Bettino Craxi e Silvio Berlusconi
La mia linea del Piave è piazza Duomo 19.
Lì la giunta dell’amministratore di condominio Albertini ha deciso di apporre una targa votiva in memoria di Bettino Craxi, la Vittima.
Poi la delibera fu sospesa. Ora non è chiaro che cosa farà la nuova giunta capitanata da donna Letizia, nella quale ha trovato un posto anche Stefano Pillitteri, il Nipote.
Se decideranno di metterla, mi premurerò di toglierla personalmente: in pieno giorno, con punta e mazzetta. Non mi sentirei sereno, infatti, ad abitare in una città che onori sulla pubblica piazza un ex latitante, fuggito all’estero per evitare la galera.
A scopo preventivo ogni tanto mi affaccio in piazza Duomo, e davanti al civico 19 tengo un comizietto e distribuisco qualche volantino. Così, per tener viva la memoria.
Nel suo modesto ufficio di piazza Duomo 19 san Bettino passava a ritirare le mazzette. Nel tempo libero riceveva il compare Silvio, lanciato alla conquista dell’etere dalle prime leggi su misura. Ricordo fatti e danni come questi. E mi auguro in questo modo di non urtare troppo la sensibilità della dolce Stefania, deputatessa per nomina di Forza Italia, del coerente Bobo, ex deputato azzurro eletto a Trapani e attuale sottosegretario del governo Prodi, di Claudio Martelli, pregiudicato, prescritto e star di Mediaset, di Carlino Tognoli, pregiudicato e presidente del Policlinico, di Gianni De Michelis, pregiudicato e parlamentare europeo nonché leader del partito Dc-Psi, e degli altri famigli della diaspora postcraxiana, accaniti antisocialisti, i quali hanno già tanto sofferto il “colpo di Stato” chiamato Mani Pulite.
In questo filmato un frammento del presidio tenuto con un gruppo di amici ferocemente giustizialisti, sabato 13 maggio, lungo la nostra linea del Piave.
http://video.google.com/videoplay?docid=-8969503705972072722
I tartufi e la Costituzione
Giugno 16, 2006 on 3:49 pm | In Politica, Costituzione | 2 Comments
Sergio Romano
Comunque vada il referendum, bisogna mettersi attorno a un tavolo e discutere, per cambiare la Costituzione a larga maggioranza. E questa intenzione andrebbe annunciata prima, non dopo il 25 giugno. Altrimenti sarebbe il caos o l’immobilismo.
Questo è il ritornello che negli ultimi giorni molte voci, anche di quelle considerate autorevoli, vanno intonando. Ritornello assurdo, ma spacciato come il trionfo del buon senso.
Tra i salmodianti si distinguono alcuni astuti treccartari cdl tipo Tremonti e ben noti parrucconi “bipartisan”, come Franco De Benedetti. I “riformisti” dell’Unione proprio non se la sentono di rompere il gioco: ora vincano i No, suggeriscono, ma poi ci impegnamo a riformare assieme, magari con una nuova bicamerale. Nessuno dica che i “riformisti” sono contro le riforme!
Tra i “bipartisan” eccelle il buon Sergio Romano.
Sentiamo l’argomentazione odierna, sul Corriere della Sera, dell’ambasciatore che ragiona freddamente.
“…Ora, beninteso, è opportuno correggere il prodotto pasticciato uscito dalla combinazione dei diversi interessi di Berlusconi, Bossi e Fini. Ma sono convinto che dopo la vittoria del NO il partito trasversale dell’immobilismo costituzionale riuscirebbe a bloccare qualsiasi tentativo riformatore e che il governo Prodi non avrebbe la forza per impedirlo. Il SI’, invece, potrebbe indurre il governo a prendere l’iniziativa per la convocazione di un tavolo costituzionale (comitato di saggi, commissione o addirittura piccola assemblea) a cui delegare la messa a punto delle correzioni necessarie e l’adozione di una legge elettorale. Non è una strada priva di incertezze, ma è l’unica, a mio avviso, che possa dare qualche risultato”.
Viene da chiedersi: ma perché si convoca il popolo a valutare un’ampia e incisiva riforma della Costituzione, se poi una nuova bicamerale (o “comitato di saggi, commissione, o piccola assemblea”) s’incaricherà di approvare una nuova riforma? E perché le due coalizioni dovrebbero annunciare - come esorta, sempre sul Corriere odierno, il buon Franco De Benedetti - un tavolo comune prima del referendum, quando milioni di italiani non sanno nulla o quasi dei contenuti della riforma che dovrebbero giudicare?
Misteri del tartufismo italico.
Passiamo oltre e veniamo al quesito centrale: è veramente necessario cambiare la Costituzione? Siamo sicuri che il problema italiano sia di ordine costituzionale e non politico e morale? E siamo sicuri che la Costituzione non meriti di essere attuata prima di essere modificata? Certo, per attuarla occorrerebbe salvaguardarne la credibilità di patto fondativo: moderno, inclusivo e valido per tutti. Gli inciuci, i mercanteggiamenti, gli stravolgimenti a colpi di maggioranza, le convocazioni referendarie prive di chiarezza, al contrario, producono almeno questo effetto, ben gradito se non proprio perseguito, da coloro che - per dna e vocazione - non si riconoscono nel modello costituzionale: screditare il “mito” della Costituzione Repubblicana, farla apparire un ferro vecchio, da cambiare in nome del “nuovo”. La natura del quale, intrinsecamente eversiva, abbiamo ben conosciuto nell’ultimo lustro, dopo gli anni della famigerata “Bicamerale”.
Vista la conventicola dei riformatori, è prudente tenerci stretta la nostra Costituzione: così com’è. Al rischio di apparire “conservatori”. Noi, i “demonizzatori”.
Ps:
Degno di nota il pensiero di Sergio Romano anche su un altro tema: il cosiddetto conflitto di interessi…
http://www.marcotravaglio.it/puffoni/171005.htm
Venditori di guerra
Giugno 15, 2006 on 6:01 pm | In Politica | 2 Comments
Danny Schechter - giornalista
Oggi il numero ufficiale dei soldati statunitensi morti in Iraq è salito a 2500. A questa lugubre lista vanno aggiunti centinaia di militari di altre nazionalità e decine di migliaia (in questo caso non esiste un conteggio ufficiale) di morti iracheni.
La democrazia non è stata ancora esportata. In compenso la guerra preventiva, altrimenti detta “missione di pace”, ha prodotto una carneficina.
Il disastro è stato preparato da una scientifica opera di manipolazione dell’informazione.
Al riguardo propongo una sintetica trascrizione dell’intervento tenuto a Milano, mercoledì 14 settembre 2005, da Danny Schechter, giornalista indipendente e autore del documentario “Armi di distruzione di massa - L’inganno dei media”.
Milioni di persone nel mondo hanno marciato contro la guerra in Iraq. Sapevamo che era una tragedia, decisa in violazione del diritto internazionale, ma il governo americano ci ha ignorati. Nemmeno i media ci hanno ascoltati. La gran parte dei giornalisti americani ha sostenuto le ragioni della guerra. Su ottocento giornalisti intervistati all’inizio della guerra, solo sei erano contrari. I media hanno venduto la guerra. Una guerra che poi nessun giornalista ha potuto liberamente raccontare.
Nel periodo in cui la guerra fu venduta l’opinione pubblica era dominata dalla paura. La gente ha creduto a quegli opinion leader che continuavano a evocare le armi di distruzione di massa e la storia della collaborazione fra Saddam Hussein e Osama Bin Laden. Ci han fatto vedere i documenti. Colin Powell all’Onu ci ha fatto vedere le prove. I media li hanno lodati. La settimana scorsa Powell ha fatto autocritica, ha detto che era stato male informato. Negli ultimi tempi molte agenzie di informazione hanno ammesso che la “copertura” della guerra era stata sbagliata. Per effetto di questi errori sono morte decine di migliaia di persone, in maggioranza civili innocenti. Per questi errori sono morti migliaia di militari americani. Ma prima di tutto è morto il diritto internazionale.
Come giornalista ho cercato di capire per quale motivo ci fosse tanta complicità fra media e governo. La domanda principale è stata questa: perché così tante agenzie di informazione non mi hanno fatto vedere cosa accadeva in Iraq. Mi sono documentato, inizialmente nella mia sala da pranzo, guardando la tv. Mi colpiva l’uniformità dei punti di vista. I media erano prigionieri di grandi agenzie che dettavano la linea. Questo è un fatto familiare per chi vive in Italia. Dieci anni fa c’erano negli Stati Uniti cinquanta compagnie di media, oggi sono quattro o cinque. In questo modo il controllo è più facile. Ieri ero a Roma, ed ero scioccato sentendo che in Italia Sky è considerata progressista perché non è controllata da Berlusconi. In compenso nella carta stampata c’è più varietà in Italia che negli Stati Uniti… Se le persone non sono adeguatamente informate noi non possiamo vivere in una democrazia. I media svolgono una funzione fondamentale per la democrazia.
Ero parte della squadra che ha fatto partire la Cnn, ho lavorato alle news dell’Abc. Ho combattuto molte battaglie per la messa in onda di notizie vere. Mi sono reso conto che, anziché raccontarci i problemi del mondo, sono i media uno dei problemi del mondo. E questo è un problema che riguarda ciascuno di noi. Con un gruppo di colleghi abbiamo creato un sito, www.mediachannel.org, attraverso il quale guardiamo e analizziamo i media. Da questa esperienza è nato il film. In particolare nei periodi di guerra, i media diventano una fabbrica di menzogne, che confonde le persone e nasconde loro la verità. Lavorando con colleghi di tutto il mondo ho messo insieme il materiale per il film, che è già stato visto in vari festival internazionali e anche in molte tv. Mi auguro che anche in Italia possa suscitare un dibattito. Il nostro dovere di cittadini è quello di cambiare i media costringendoli a essere utili per la democrazia.
Occorre educazione su questi temi. Per questo mi fa piacere che documentari come il mio girino per le scuole. Bush si è incontrato con alcuni dirigenti palestinesi e ha detto loro che Dio gli ha ordinato di distruggere Saddam. Lui vuole che noi gli crediamo in modo fideistico, non attraverso un’analisi dei fatti. Un alto dirigente della Casa Bianca ha detto a un giornalista che l’America è un Impero che crea la sua realtà. Possono dirlo, contando su media asserviti. Malgrado tutto, c’è ancora spazio per la speranza. Molti giornalisti, dopo la tragedia di New Orleans, hanno sfidato il governo denunciando lo scandalo. Penso che i cittadini abbiano la responsabilità e il potere di fare pressione sui media. Sia in America sia in Italia è necessario che l’opinione pubblica lotti per avere media più sinceri e più liberi.
Gli anni del disonore
Giugno 14, 2006 on 6:09 pm | In Politica, Legalità, Informazione | 2 Comments
Licio Gelli - “Venerabile Maestro” della loggia massonica deviata “P2″
In principio fu la P2.
Sul finire degli anni sessanta, sotto l’egida del commendator Licio Gelli da Arezzo, un gruppo di uomini senza scrupoli, in gran segreto, allungò le mani sull’Italia. Sensibili al denaro, rispettosi della gerarchia, fieri anticomunisti, i piduisti erano a modo loro degli idealisti: s’impegnarono senza risparmio per creare una società dove una minoranza di affaristi potesse prosperare in pace.
La loro idea della democrazia era semplice: i cittadini, opportunamente disinformati, votano ogni cinque anni e poi stanno zitti; le istituzioni, occupate dai partiti, rappresentano il potere formale; i membri del clan, in modo occulto, gestiscono il potere reale.
Membri del clan erano politici, giornalisti, banchieri, militari, uomini dei servizi segreti, faccendieri di ogni risma. Tra un affare e un depistaggio, i gentiluomini si diedero un programma ambizioso: il famoso Piano di Rinascita Democratica.
Punti qualificanti del Piano: la sottomissione della magistratura al governo; la dissoluzione della Rai, la divisione dei sindacati, il rafforzamento del potere del premier, l’infiltrazione di uomini del clan in tutti i gangli della vita pubblica.
A un certo punto, erano i primi anni Ottanta, il sogno di modernizzare in tal modo il Paese sembrò infrangersi. Le “toghe rosse” Giuliano Turone e Gherardo Colombo aprirono un’inchiesta, scoprirono gli elenchi degli affiliati: scoppiò lo scandalo, cadde un governo, ci fu una reazione della parte sana della politica e dell’opinione pubblica, il presidente Pertini bollò il clan come “un’associazione a delinquere”.
L’ondata “giustizialista” durò poco.
Un quarto di secolo dopo il bilancio è lusinghiero per il commendatore di Arezzo. I magazine gli dedicano servizi patinati, i suoi allievi hanno fatto carriera, il suo ideale s’è trasformato in realtà. Sicché il Venerabile Maestro può ben reclamare i diritti d’autore sull’opera del governo del suo affiliato 1816, Silvio Berlusconi. E, nonostante le condanne penali, vive l’alba dei novant’anni vezzeggiato come un padre nobile, anche da insospettabili come la professoressa Linda Giuva, consorte del ministro Massimo D’Alema.
Di questa lunga storia di corruzione ed eversione, l’infaticabile Mario Guarino ci aiuta a tener viva la memoria, per meglio comprendere il presente. Con la collaborazione di Fedora Raugei, ha da poco pubblicato il suo ultimo saggio sul tema: “Gli anni del disonore”. Chissà che non si riesca a organizzare una presentazione a Milano.
Gli anni del disonore
Dal 1965 il potere occulto
di Licio Gelli e della Loggia P2
tra affari, scandali e stragi
di Mario Guarino e Fedora Raugei
Dedalo Editore
“Giornalismo mafioso”
Giugno 13, 2006 on 5:39 pm | In Politica, Legalità, Informazione | 9 Comments
Alberto Nerazzini - giornalista
Quest’oggi Salvatore Cuffaro si è finalmente degnato di rispondere alle domande dei giudici del Tribunale di Palermo, dov’è imputato per favoreggiamento aggravato alla mafia. Poi è volato a Roma, per partecipare a una seduta di Palazzo Madama, visto che il presidente della regione Sicilia, oltre che imputato, è anche senatore. Pro tempore, poiché le cariche sono incompatibili. Dalle inchieste è emerso che Cuffaro si incontrava amichevolmente con mafiosi e loro prestanomi: per meglio organizzare la lotta alla mafia, s’intende. Per comunicare utilizzava decine di schede di telefonia mobile: per motivi di legittima riservatezza, ovviamente. La sua prima giunta è stata decimata dai provvedimenti della magistratura: ma chi non commette errori nella scelta dei collaboratori?
Non è prudente criticare Cuffaro, anche noi bloggers siamo monitorati. Nel suo sito ufficiale www.totocuffaro.it è pubblicato in evidenza questo annuncio.
Chiunque abbia divulgato notizie diffamatorie nei confronti dell’on.Cuffaro a mezzo internet, è diffidato a rimuoverle dal proprio sito web. Ricorrendo infatti gli estremi di reato, i colpevoli saranno perseguiti in via giudiziaria, tanto sul piano penale quanto su quello civile per il risarcimento dei danni.
In tale direzione, la rete internet è sottoposta ad un attento monitoraggio e sono già state avviate le prime denunce, sia nei confronti dei titolari dei domini, sia nei confronti dei rispettivi internet-provider responsabili in solido.
Le somme recuperate saranno integralmente devolute in favore delle famiglie delle vittime di mafia e di altre opere di utilità sociale e caritativa.
Quindi, se vogliamo essere solidali con le famiglie delle vittime di mafia dobbiamo parlar male di Cuffaro, imputato per favori resi alla mafia, ricordando per esempio che si incontrava per sbaglio con mafiosi come Angelo Siino, da lui scambiato per un rallysta. Beata ingenuità.
Subito dopo, sul medesimo sito, si legge questa notizia.
A seguito della diffida con atto extragiudiziale notificata a SKY ITALIA dall’avv. Salvatore Ferrara, legale dell’on.Cuffaro, non sarà trasmesso il video “La Mafia è bianca” realizzato da RCS, calunnioso e denigratorio nei riguardi del Presidente Cuffaro.
Come atto (extragiudiziale) di solidarietà verso i pochi giornalisti di inchiesta rimasti in circolazione (pervicaci rei di “giornalismo mafioso”, secondo Cuffaro) ripubblico il testo di questa mia intervista ad Alberto Nerazzini, coautore insieme a Stefano Maria Bianchi de La mafia è bianca.
Alberto, come nasce l’iniziativa di questo documentario?
Forse vale la pena di fare una breve premessa. Dopo la chiusura di Sciuscià, conseguenza dell’ordine bulgaro di Berlusconi, devi pensare a un gruppo di inviati che si è trovato improvvisamente sulla strada. Ognuno di noi ha reagito in modo diverso. Per quanto mi riguarda (e mettici pure il fatto che di quel gruppo ero il più giovane) ho sempre cercato, in maniera anche piuttosto cocciuta, gli spazi dove poter fare inchiesta, senza limiti né compromessi. Questo mi ha portato a lavorare fuori da Rai e Mediaset, a rincorrere fantomatiche produzioni, a realizzare piccoli documentari indipendenti. In due anni ho fatto di tutto, dalle collaborazioni con qualche testata, italiane e straniere, alla traduzione di libri.
E poi?
Poi, verso la fine del 2004, è nata l’idea di Senzafiltro, la nuova collana della Bur in accordo con l’Ambra Jovinelli di Valerio Terenzio. E quando la Rizzoli e Terenzio hanno espresso il desiderio di inaugurare anche un filone di giornalismo d’inchiesta, per due giornalisti come me e Stefano era un’opportunità da non lasciarsi sfuggire. Era quello spazio che, da tempo, andavamo cercando. Grazie all’aiuto di Michele Santoro abbiamo trovato altri finanziatori: una strepitosa (e coraggiosa) coppia di amici che vive in Australia ha partecipato al progetto, fondando una piccola società – la ALI productions – e mettendoci nelle condizioni di realizzare un lavoro come La mafia è bianca. In un certo senso volevamo riprendere da dove eravamo rimasti, dalle ultime e fortunate inchieste siciliane di Sciuscià, dalla mafia, argomento tabù, scomparso dalle televisioni e dai grandi mezzi di comunicazione.
Perchè avete scelto come filo conduttore la sanità?
Ne La mafia è bianca si parla di ospedali e cliniche private perchè la sanità in Sicilia è un affare di proporzioni immense e al tempo stesso un punto d’incontro devastante tra il potere politico e quello mafioso.
Quanto tempo avete impiegato e con quale impegno?
Domanda difficile, davvero, perchè è difficile quantificare. La produzione a Palermo è iniziata il 23 maggio, nel giorno del tredicesimo anniversario della strage di Capaci, ed è proseguita senza interruzioni per circa cinque settimane. Ma prima ci sono state le settimane per preparare l’inchiesta e fare i sopralluoghi… Insomma, tutto incluso, con la postproduzione e la scrittura del libro che accompagna il film, diciamo sei mesi. L’impegno è stato totale, nel senso che non abbiamo fatto altro, non abbiamo fatto un giorno di vacanza (ricordo un desolato Ferragosto trascorso a scrivere…), spesso lavorando anche 18 ore al giorno. Ma ne valeva la pena.
Quali difficoltà avete incontrato a operare in Sicilia?
Alcuni momenti di tensione ma nessuna difficoltà particolare; a parte gli inevitabili ostacoli e gli intoppi prevedibili che accompagnano un’indagine giornalistica di questo tipo, un’inchiesta che si insinua nelle stanze che contano dei poteri politico ed economico di un territorio come quello della Sicilia, dove una mafia silenziosa da anni s’ingrassa nel disinteresse dell’informazione. La cosa più sorprendente resta la collaborazione appassionata di tanti siciliani che abbiamo potuto raccogliere lungo il nostro cammino.
Hai notato una vera volontà di cambiamento tra i siciliani?
L’aiuto, a volte anche la solidarietà ricevuti da persone diversissime tra loro si sorregge spesso su una voglia, più o meno espressa, di cambiamento. Sono sentimenti comunque che rischiano di finire soffocati se la politica si mostra cementata nelle ambiguità e nei fallimenti. Ecco anche perché il disincanto prospera.
Un disincanto che scivola a volte nella connivenza. Nel documentario date la parola anche a chi della mafia ha un’opinione positiva…
Ci vorrebbe più spazio per un discorso tutt’altro che banale, ma provo a rispondere con qualche domanda. Siamo sicuri che certi strati della società non ricevano assaggi di sussistenza e modernità più dalla mafia che dallo Stato? Siamo sicuri che sia così secondario il fatto che un politico (oggi sotto processo per favoreggiamento aggravato a Cosa Nostra) diventi presidente della Regione con ben il sessanta per cento dei voti dopo aver redatto e firmato – in perfetto stile berlusconiano – un contratto con i siciliani dove, tra i nove obiettivi di governo, non si faceva alcun riferimento al contrasto e alla lotta alla mafia o a qualsiasi forma di criminalità organizzata? Davvero chi afferma, in maniera forte e concreta, il proprio no alla mafia in Sicilia è destinato a essere un politico perdente?
Molti forse lo pensano, anche nel centrosinistra.
Sciascia, citando Pirandello, riconosceva ai siciliani, che si fanno ´isola da sé’, una spiccata predilezione al fatalismo. E chi meglio di Sciascia conosceva la Sicilia e i siciliani? Dico questo per risponderti sulla volontà di cambiamento, perché senza dubbio moltissimi siciliani non accettano il destino di essere amministrati da una classe politica ricoperta dalle ombre e dalle ambiguità. Ed ecco la cosa che forse, più di ogni altra, mi ha colpito: la spocchia, la protervia che caratterizzano molti dei personaggi del film, grandi e piccoli potenti in carne e ossa. Un senso di impunità che può renderli anche volgari e grotteschi.
Come sta andando il tour in Italia? Come reagisce il pubblico?
Le presentazioni in giro per l’Italia stanno andando benissimo. In ogni città incontriamo platee e reazioni differenti. Ma dopo la proiezione del film tra il pubblico dominano la rabbia e l’entusiasmo. Chi partecipa alle presentazioni de La mafia è bianca si arrabbia per ciò che vede ma contemporaneamente è contento di vedere una storia che appartiene alla realtà, quella strana cosa che sempre più raramente è raccontata dalla televisione.
Avete nuove iniziative in cantiere?
Certo. La mafia è bianca è la prima di una serie di inchieste giornalistiche per la BURSenzafiltro. Io e Stefano stiamo già pensando ad altri due progetti.
Che idea ti sei fatto dell’intreccio mafia e politica? Nel film si vedono certe facce da Mani sulla città…
Non sei il primo a dirlo. Anche grazie a certe espressioni grottesche, di cui parlavamo poco fa, ci sono alcune scene che, in maniera involontaria e profondamente naturale, possono rimandare a film come il capolavoro di Rosi. Quello era il grande cinema storico-politico, una stagione che purtroppo sembra sempre più lontana. Noi invece non abbiamo fatto altro che raccogliere una storia che, come tante altre, chiede semplicemente di essere raccontata. Il rapporto tra mafia e politica, la stessa questione morale della politica, da anni sono argomenti fondamentali, poco considerati sia da chi fa informazione sia da chi fa il politico.
Vedi possibilità di riscatto per l’informazione italiana?
La situazione è drammatica. Tuttavia si vedono i primi, fragili segnali di ripresa. Lo dimostrano i successi di alcuni ottimi reportage televisivi e l’interesse che anche il cinema mostra nei confronti del documentario di denuncia. E’ ancora presto per dire che l’informazione italiana, da sempre piena di anomalie, almeno da quando la frequento in prima persona, è destinata a una pronta guarigione.
A proposito, hai partecipato alla realizzazione di Viva Zapatero!. Com’è andata?
Viva Zapatero! è stato un film faticoso e importante. Un film “necessario”, e anche un film sul dopo Berlusconi. Quando Sabina Guzzanti mi propose di collaborare al suo progetto non ho avuto dubbi e ho accettato senza fare troppe domande. Per mesi siamo andati in giro in tre, io, Sabina e Paolo Santolini, in Italia e all’estero: anche in questo caso il potere si è mostrato arrogante e a tratti ridicolo di fronte a un tema fondamentale come quello della libertà di espressione. Sono felice di aver curato Viva Zapatero!, proprio perché Sabina è riuscita a fare un film bello e, ripeto, necessario, di cui si sentiva un gran bisogno.
Referendum Costituzionale: Consigli per il NO.
Giugno 12, 2006 on 7:00 pm | In Politica, Costituzione, Informazione | 2 CommentsNon è semplice fare comunicazione politica quando i mezzi di comunicazione di massa sono usati per filtrare anzichè diffondere l’ìnformazione. Chi non intende rassegnarsi alla passività deve ingegnarsi: volantini, cartelli, striscioni, convegni, internet, filmati autoprodotti, spazi autogestiti su radio e tv locali. Io consiglio a tutti di comprarsi un bel megafono.
Tutto questo in attesa di liberare la Rai e riaprirla a un’informazione che abbia qualche attinenza con la realtà. Nel medio periodo, forse, la rete sarà accessibile a tutti, soppianterà la tv, e quindi non dovremo più preoccuparci di tipetti come Vespa e Petruccioli.
Ciò detto, segnalo che i Grilli del Meetup di Torino - Sergio e Davide - nuovi e cari amici cresciuti a pane e digitale, stanno realizzando alcuni spot in favore delle ragioni del NO al prossimo referendum costituzionale e li portano in giro per la città su schermi mobili. Che cosa bisogna inventarsi! Qui sopra una prima sfilata di testimonianze.
La sentenza della Cassazione
Giugno 12, 2006 on 6:58 pm | In Politica, Libertà, Legalità, Informazione | 2 Comments
Diverse persone mi hanno chiesto di pubblicare il testo integrale delle motivazioni con le quali la Corte di Cassazione ha accolto il mio ricorso, annullando la precedente sentenza di condanna con rinvio a nuovo Giudice di Pace. Eccole.
Corte di cassazione, Sezione V penale
Sentenza 7 giugno 2006, n. 19509
MOTIVI DELLA DECISIONE
Il Giudice di pace di Milano condannava R.P. alla pena della multa, per avere offeso l’onore e il decoro di Berlusconi Silvio, Presidente del Consiglio dei Ministri, proferendo al suo indirizzo le seguenti espressioni: «Fatti processare, buffone! Rispetta la legge, rispetta la Costituzione, rispetta la democrazia, rispetta la dignità degli italiani o farai la fine di Ceausescu e di don Rodrigo».
Il giudice escludeva la sussistenza dell’esimente di cui all’art. 51 c.p., sia per la violazione del limite della continenza, sia perché, essendosi svolto l’episodio nei corridoi del palazzo di giustizia di Milano, difettava il contesto stesso nel quale si inquadra il diritto di critica.
Ricorre l’imputato, che ribadisce gli assunti difensivi prospettati, lamentando violazione di legge e vizio di motivazione. Egli rammenta il particolare momento in cui si svolse la vicenda, ossia il maggio 2003, quando il querelante, al centro del dibattito politico per il noto conflitto di interessi che lo riguardava, era imputato nel processo Sme a Milano e promuoveva leggi ad personam (legge Cirami, legge sulle rogatorie internazionali, legge di modifica del reato di falso in bilancio).
Il prevenuto è un giornalista free lance, collaboratore di vari giornali, sensibile alla questione morale della politica italiana, organizzatore di dibattiti sul tema.
L’epiteto “buffone”, opportunamente contestualizzato, perde la sua carica lesiva e va comunque inserito nell’ambito della critica politica, che si esprime con toni anche aspri e sgradevoli.
Le circostanze dimostrano chiaramente - prosegue il ricorrente - che la strategia processuale adottata dal querelante era dilatoria e defatigante e, dunque, contraria ai doveri di un cittadino investito di elevate funzioni pubbliche. E tale strategia si coniugava con i ripetuti attacchi del partito del querelante contro l’ordine giudiziario.
L’imputato richiamava pure la decisione del caso Oberschick da parte della Corte europea dei diritti dell’uomo dell’1 luglio 1997, che ha ritenuto che l’espressione “idiota” rivolta da un giornalista ad un personaggio politico molto in vista in un articolo improntato a critica poteva essere considerata polemica, ma non costituiva gratuito attacco personale.
Non diversamente, pertanto, assume il R., l’epiteto “buffone” esprime veemente, ma legittima critica rivolta al querelante, la cui condotta appariva elusiva del rispetto della legge.
È stata presentata memoria difensiva all’odierna udienza.
Il ricorso è fondato.
Il diritto di critica può manifestarsi anche in maniera estemporanea, non essendo necessario che si esprima nelle sedi, ritenute più appropriate, istituzionali o mediatiche, ove si svolgano dibattiti fra i rappresentanti della politica ed i commentatori. Diversamente, verrebbe indebitamente limitato, se non conculcato, il diritto di manifestazione del pensiero che spetta al comune cittadino. Irrilevante, dunque, è la circostanza che nella specie la censura sia stata esternata nei corridoi di un palazzo di giustizia, che appare anzi particolarmente idoneo, come sede privilegiata, a suscitare riflessioni sul tema della legalità e del rispetto della legge.
Che si tratti di una critica lo si desume in maniera non dubbia dal fatto che l’imputato ha fatto seguire all’epiteto incriminato espressioni che suonano come forte riprovazione della condotta tenuta dal querelante come homo publicus. L’esortazione pressante «fatti processare, rispetta la legge» è una vibrata ed accorata censura, istintivamente suscitata dalla presenza del personaggio che a tante polemiche e contrasti aveva dato origine.
Non a caso il ricorrente ha rammentato temi scottanti, che hanno profondamente diviso l’opinione pubblica, dando luogo a critiche anche da parte della stampa estera: il conflitto di interessi, le leggi definite ad personam, il rapporto fra i parlamentari e la giurisprudenza.
Del carattere di critica politica dell’esternazione è conferma ulteriore l’evocazione del dittatore romeno Ceausescu e del personaggio manzoniano simbolo di sopraffazione ed arbitrio (don Rodrigo).
Ciò che denota il profondo senso di protesta per il vulnus che il R. riteneva inferto a valori primari dello stato di diritto, come quello della eguaglianza dei cittadini di fronte alla legge ed ai giudici che la applicano.
È noto che il diritto di critica si concreta nella espressione di un giudizio o di un’opinione che, come tale, non può essere rigorosamente obiettiva. Ove il giudice pervenga, attraverso l’esame globale del contesto espositivo, a qualificare quest’ultimo come prevalentemente valutativo, i limiti dell’esimente sono costituiti dalla rilevanza sociale dell’argomento e dalla correttezza di espressione (Cass., Sez. V, 11211/1993, Paesini, in tema di diffamazione a mezzo stampa; 6416/2004, Pg in proc. Ambrosio; 7671/1984, Hendi).
Non si è trattato di gratuità l’espressione alla persona del querelante, ma di forte critica, speculare per intensità al livello di dissenso nell’ambito politico e nell’opinione pubblica dalla delicatezza dei problemi posti ed affrontati dalla persona offesa.
Il diritto di critica riveste necessariamente connotazioni soggettive ed opinabili quando si svolge in ambito politico, in cui risulta preminente l’interesse generale al libero svolgimento della vita democratica. Ne deriva che, una volta riconosciuto il ricorrere della polemica politica ed esclusa la sussistenza di ostilità e malanimo personale, è necessario valutare la condotta dell’imputato alla luce della scriminante del diritto di critica di cui all’art. 51 c.p. (Sez. VII, 15236/2005, Ferrara ed altri).
Il Giudice di pace ha estrapolato dalle frasi pronunciate dal R. il solo termine oggettivamente offensivo, negando l’esercizio del diritto di critica ed omettendo di contestualizzare, come dovuto, l’esternazione.
Al contrario, si adombrano nel caso di specie gli estremi dell’esimente in questione, della quale resta da accertare se sia stato rispettato il limite della continenza (o correttezza formale).
La sentenza va, pertanto, annullata con rinvio al Giudice di pace di Milano, che si uniformerà al principio di diritto innanzi formulato e che motiverà congruamente in punto di continenza.
Essendo stati accertati il sostrato fattuale della critica e l’utilità sociale della stessa, intesa come interesse della collettività alla manifestazione del pensiero ed alla conoscenza delle pur divergenti opinioni dei cittadini sui temi cruciali della vita pubblica, il giudice di merito dovrà stabilire se sia stato violato il limite della correttezza formale delle espressioni adoperate dal R.
Sotto tale profilo egli avrà cura di considerare: la desensibilizzazione del significato offensivo di talune parole, segnatamente in ambito politico e sindacale, ossia il mutato atteggiamento circa la loro offensività da parte dei consociati, in ragione delle peculiarità di taluni settori della vita pubblica, ove i contrasti si esprimono tradizionalmente in forma anche vibrata (per l’operatività della scriminante anche quando essa si esprima in toni aspri e di disapprovazione, v., ex pluribus, Sez. V, 12013/1998, Casanova; 761/1998, Pg in proc. Pendinelli ed altri; 11905/1997, Farassino; 5109/1997, Landonio).
La critica può esplicarsi in forma tanto più incisiva e penetrante, quanto più elevata è la posizione pubblica della persona che ne è destinataria (Sez. VII, 11928/1998, Ruffa; 3473/1984, Franchini).
Ciò vale a dire che il livello e l’intensità, pur notevoli, delle censure indirizzate a mo’ di critica a coloro che occupano posizioni di tutto rilievo nella vita pubblica, non escludono l’operatività della scriminante.
Pertinente appare, al riguardo, il richiamo fatto dal ricorrente alla decisione 1° luglio 1997 della Corte europea dei diritti dell’uomo (causa Oberschick c. Austria), che ha ritenuto la violazione dell’art. 10 della Convenzione da parte dell’Austria, in un caso in cui il direttore di un giornale aveva pubblicato un commento su un discorso tenuto dal leader del partito liberale austriaco e capo del governo della Carinzia, nel quale questi veniva definito “idiota”. La Corte ha affermato in proposito:
- che la libertà di espressione non vale solo per le “informazioni” e le “idee” recepite favorevolmente, ma anche per quelle che indignano ed offendono;
- che se si tratta di un uomo politico, che è un personaggio pubblico, i limiti alla protezione della reputazione si estendono ulteriormente, nel senso che il diritto alla tutela della reputazione deve essere ragionevolmente bilanciato con l’utilità della libera discussione delle questioni politiche;
- che se l’espressione “idiota” può essere offensiva dal punto di vista obiettivo, è anche vero che essa appare proporzionata all’indignazione suscitata dallo stesso ricorrente.
Si impone, dunque, l’annullamento con rinvio al Giudice di pace di Milano per nuovo esame.
P.Q.M.
Annulla la sentenza impugnata, con rinvio al Giudice di pace di Milano per nuovo esame.
Quale amnistia?
Giugno 10, 2006 on 1:50 pm | In Politica | 1 Comment
Cesare Previti - politico, evasore fiscale, corruttore di giudici
Ogni tanto si parla di amnistia: il provvedimento che estingue un determinato novero di reati, le pene già comminate e i relativi procedimenti in corso.
Ha rilanciato il tema, nei giorni scorsi, il ministro della Giustizia.
I favorevoli dichiarano uno scopo umanitario e insieme organizzativo: sfollare le carceri dai poveri cristi (per questo scopo, in verità, basterebbe l’indulto) e gli uffici giudiziari dai faldoni destinati alla prescrizione.
I contrari pensano che ci si debba risparmiare un’ulteriore ferita al principio astratto di certezza della pena, senza trscurare i problemi concreti per la sicurezza sociale, conseguenti alla liberazione di molti pregiudicati.
I favorevoli si richiamano al principio rieducativo della pena.
I contrari obiettano che le priorità sono altre: durata dei processi e problemi strutturali.
In mezzo ci sono gli scettici, tra i quali mi annovero.
Vorremmo capire meglio per quali specifici reati sia previsto il provvedimento di amnistia, che necessita - ricordiamolo - di una maggioranza dei due terzi del Parlamento. Francamente non me li vedo, gli inquilini della casa delle libertà, votare un testo che non includa i reati dei colletti bianchi, a loro tanto cari. Il rischio è dunque quello di veder approvato l’ennesimo salvacondotto per i soliti noti o, al contrario, di “illudere di nuovo migliaia di poveri cristi in carcere”, come ha osservato l’altra sera Marco Travaglio a un dibattito con Beppe Grillo a Milano.
C’è poi un altro punto, sistematicamente sottovalutato da chi mette mano a provvedimenti “condonisti”: i diritti delle vittime dei reati. Ne ha parlato il giurista Vittorio Grevi sul Corriere della Sera di domenica 4 giugno. “Sarebbe importante - scrive Grevi - condizionare l’amnistia all’adempimento da parte dell’imputato o del condannato delle obbligazioni civili a favore delle vittime, nonché all’eliminazione delle conseguenze dannose o pericolose del reato. Sarebbe questo un modo per attenuare l’effetto di sostanziale “ingiustizia” da sempre intrinseco a ogni provvedimento di amnistia”.
Comunicato
Giugno 8, 2006 on 10:20 am | In Politica, Informazione | 49 CommentsIeri, dopo avere letto i commenti degli “onorevoli” Ghedini, Biondi e Cicchitto alla sentenza della Cassazione, mi son preso il lusso di inviare alle agenzie un mio “commento ufficiale”. Lo riporto di seguito.
Appena ho tempo, proporrò un’analisi della rassegna stampa odierna, compresi i commenti degli “onorevoli”.
Dopo la Cassazione
Ho appreso con soddisfazione le motivazioni della corte di Cassazione, in merito al processo intentatomi per querela del signor Berlusconi.
Ora è tre a zero, per usare il gergo calcistico tanto in voga.
Ricordo infatti che il molto impunito querelante affermò che quella mia contestazione era “un agguato mediatico, studiato, preparato con il tg3″.
E si rivelò - dopo un’ispezione - un’accusa falsa.
Lamentò “l’offesa al decoro e all’onore della presidenza del Consiglio”, chiedendo - attraverso l’avvocatura dello Stato - 50.000 euro di risarcimento danni. E si rivelò una pretesa senza fondamento.
Querelò per ingiuria.
E ora la Cassazione ci spiega che non fu ingiuria, ma una semplice ”critica politica”, di “pubblica utilità”, rivolta a esigere rispetto per la legge da un uomo di potere.
Ci vuole tempo, ma alla fine la ragionevolezza prevale.
“Abbiate fiducia nelle Istituzioni”, mi disse il presidente Ciampi il 9 novembre 2002 durante una manifestazione di dissenso rispetto alla legge Cirami.
Ne abbiamo avuta.
Ora mi auguro che il signor Berlusconi e i suoi reggicoda sappiano trovare la forza per accettare le regole e farsi processare, nei residui procedimenti penali rimasti aperti, a Milano come a Madrid, senza tante storie.
Come ho fatto io.
Ma soprattutto auspico che gli attuali governanti si dimostrino più tolleranti verso il dissenso, oltre che più rispettosi della legge e dell’etica pubblica.
Cassazione!
Giugno 7, 2006 on 3:43 pm | In Politica | 24 Comments
Sono state depositate oggi le motivazioni in base alle quali la Corte di Cassazione, lo scorso 4 maggio, ha deciso di annullare la condanna a una multa per la mia contestazione a Berlusconi, rinviando il giudizio a nuova sezione del Giudice di Pace di Milano.
La Corte evidenzia la legittimità della critica politica, anche accesa, a un personaggio pubblico. Sottolinea il tema di quella mia contestazione: l’esigenza di veder rispettate la Costituzione e le leggi. Annota che il luogo dove la contestazione si svolse - il palazzo di Giustizia di Milano - è idoneo a manifestare attenzione ai temi della legalità.
L’espressione “buffone, fatti processare” - si legge nelle motivazioni - non va condannata in quanto si tratta solo di una “forte critica”. Il fatto poi che l’abbia rivolta all’allora presidente del Consiglio in un’aula di giustizia è del tutto “irrilevante”: anzi il corridoio di un palazzo di giustizia appare “particolarmente idoneo, come sede privilegiata, a suscitare riflessioni sul tema della legalità e del rispetto delle leggi”.
Che si tratti di una “semplice critica”, lo si desume in maniera non dubbia dal fatto che “l’imputato ha fatto seguire all’epiteto incriminato espressioni che suonano come forte riprovazione della condotta tenuta dal querelante come ‘homo publicus’”.
Anzi “l’esortazione pressante ‘fatti processare’, ‘rispetta la legge’, è una vibrata e accorata censura, istintivamente suscitata dalla presenza del personaggio che a tante polemiche e contrasti aveva dato origine”.
Una censura che peraltro ebbe una “utilità sociale, intesa come interesse della collettività alla manifestazione del pensiero” su temi cruciali della vita pubblica.
Insomma, la Corte ha confermato ciò che ho sempre sostenuto.
Ora mi auguro che il signor Berlusconi, nei procedimenti penali rimasti aperti, si faccia processare senza tante storie, come ho fatto io. E che gli attuali governanti si dimostrino più tolleranti verso il dissenso e più rispettosi della legge.
Non vorrei essere costretto ad alzare di nuovo la voce…
Appena possibile, pubblicherò il testo completo delle motivazioni.
E poi vedremo se il nuovo giudice di Pace di Milano se la sentirà di pronunciare una sentenza di definitiva assoluzione.
Questa opera è pubblicata da Piero Ricca sotto una Licenza Creative Commons
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