Tassi da usura
Luglio 20, 2006 on 1:35 pm | In Politica | 2 Comments
Cesare Geronzi
“Ti darei un bacio in fronte”, diceva Fiorani a Fazio nei giorni epici della scalata dei furbetti.
Difficile attendersi la medesima gratitudine per l’ex governatore della Banca Centrale da quegli imprenditori del Sud (e ce ne sono) che ancora si ostinano a fare impresa in modo pulito, senza cedere alla criminalità organizzata e cercando di sopravvivere ai tassi da usura stabiliti dalle banche. Imprenditori come Giuseppe De Masi, per esempio.
Titolare nella Piana di Gioia Tauro di un’azienda con 250 dipendenti attiva nel settore delle macchine agricole, De Masi denuncia da anni che i tassi d’interesse pagati alle banche della zona sono superiori ai limiti consentiti con l’applicazione del massimo dello scoperto.
A giugno, a seguito di un suo esposto, il Gup del Tribunale di Palmi ha rinviato a giudizio per usura i presidenti di Capitalia e Banca Nazionale del Lavoro, Cesare Geronzi e Luigi Abete, e l’ex presidente di Antonveneta, Dino Marchiorello. Insieme ad altri otto dirigenti e funzionari degli istituti bancari, i tre dovranno comparire davanti al collegio giudicante il prossimo 5 ottobre. Sarà interessante seguire l’esito del processo. E intanto giunga a De Masi, per quel che vale, la nostra solidarietà.
L’imprenditore ha di recente inviato una lettera a Romano Prodi e per conoscenza ai ministri Padoa-Schioppa e Bersani. Eccola.
“Ill.mo presidente Prodi,
ho appreso con soddisfazione le sue recenti dichiarazioni, nelle quali focalizza l’attenzione sulla necessità di maggiore trasparenza e sul riallineamento dei costi dei servizi al livello di quelli europei, perché in un sistema paese come l’Italia, non si può consentire di far pesare ai cittadini e alle imprese detti oneri in maniera sproporzionata rispetto alle altre regioni comunitarie. Da oltre 4 anni, con una serie di denunce, sia pubbliche che giudiziarie ho messo in evidenza il modo di agire distorto del sistema bancario al sud: nessuno mi ha mai ascoltato e degnato di una risposta. Ho avuto ultimamente appoggio istituzionale dal Governo regionale presieduto da Loiero il quale ci sta dimostrando la sua attenzione. Gli organi inquirenti hanno accertato che tali istituti di credito nel corso della loro attività avrebbero praticato a mio danno interessi illegittimi ed usurari. Esaminando la perizia tecnica richiesta dal Gup e predisposta da un funzionario della Banca d’Italia, si evince che il costo del denaro praticato sui conti correnti analizzati e riferiti alle mie aziende si aggira in media tra il 25% ed il 35% con punte ben maggiori. Per correttezza e precisione è opportuno evidenziare che il costo del denaro di cui trattasi è costituito dalla somma degli interessi, delle spese e commissioni pagate. Questi costi non hanno paragone in nessun altro paese europeo ed occidentale. Mi chiedo a questo punto: tutto ciò è legale? Tutto ciò è moralmente corretto? Tutto ciò può essere consentito? Con queste condizioni come fa un territorio che già di per sé trovasi in ritardo di sviluppo a crescere, recuperare i ritardi ed essere competitivo? Come fa un sistema economico locale a potersi sviluppare e confrontarsi con i mercati globalizzati? Come fa un sistema produttivo a sostenere costi del denaro che neanche nei paesi del terzo mondo si possono rilevare? E non morire? Come può un sistema di controllo complesso come quello bancario lasciarsi sfuggire dei casi nei quali vengono applicati tassi oltre il limite consentito dalla normativa? Come può la Comunità Europea consentire che i fondi destinati alle aree in ritardo di sviluppo finiscano per arricchire un sistema bancario stranamente iperprotetto e non aperto alla concorrenza del mercato europeo? Come fanno gli organismi di protezione della libera concorrenza, nazionali ed europei, a consentire il perpetrarsi di tale modo di operare? Come potrà fare un Governo, che ha al centro del programma la coesione economica, e quindi lo sviluppo delle aree svantaggiate, a non intervenire per sanare la principale causa di fallimento di tutte le politiche economiche attuate per lo sviluppo del territorio? Cosa può fare la Regione Calabria, più di quello che questo governo regionale sta facendo, perché il sistema bancario non applichi tali condizioni?”.
Indulto con frode
Luglio 19, 2006 on 6:59 pm | In Politica | 13 Comments
Enrico Buemi (Rosa nel pugno)
Non ci si può distrarre un attimo, specie in questi giorni di canicola.
Il 24 luglio è fissato alla Camera il dibattito sull‘indulto. Nei giorni scorsi, rinviata a tempi migliori l’ipotesi dell’amnistia, una larga maggioranza (contrari i soli gruppi della Lega e Italia dei Valori più qualche cane sciolto) ha approvato in commissione Giustizia della Camera il testo-base, concepito da quel pezzo d’uomo dell’onorevole Enrico Buemi (Rosa nel pugno). Il testo stabilisce uno sconto di pena di tre anni per quasi tutti i reati, compresi quelli tanto amati dal ceto trasversale di potere: corruzione, peculato, concussione, frode fiscale, falso in bilancio, aggiotaggio, appropriazione indebita, fallimenti. Per ora esclusi, in un soprassalto di giustizialismo, mafia, terrorismo e pedopornografia.
Lo sconto di pena, secondo calcoli ufficiali, dovrebbe aprire i cancelli del carcere per 12.756 detenuti. ”Un atto doveroso di solidarietà, da concludere entro agosto”, ha dichiarato Fausto Bertinotti, alta carica d’un parlamento con una novantina di imputati, prescritti e pregiudicati.
Un compiacimento bipartisan, di tipo umanitario, ha salutato il licenziamento del testo.
Nell’occasione i legislatori, senza dirlo troppo in giro, hanno avuto un pensiero di riguardo anche per quegli imputati e pregiudicati che non stanno ammassati in galera, tipo Cesare Previti per intenderci. Il monito del Papa non c’entra. Ma la logica, anche in questo caso, può definirsi umanitaria: se uno, dopo tutte le leggi su misura, i condoni, le depenalizzazioni, le prescrizioni, l’intimidazione dei magistrati, gli ostacoli di ogni tipo posti negli anni scorsi alla giustizia, se dopo tutto questo uno s’è fatto condannare o è ancora sotto processo per qualche reato di fascia alta, beh non può che essere una persona onesta o un sprovveduto. Per una ragione di equità, occorre dunque fargli uno sconto. Se proprio non si vuole azzerare il reato (amnistia), almeno gli si condoni in tutto o in parte la pena (indulto). Un ragionamento come questo è senz’altro alla base dell’estensione dello sconto ai reati da gentiluomini: i Ricucci, i Tanzi, i Consorte e simili. Con buona pace dei tanti truffati, che devono pur imparare come si sta al mondo. Ed è uno stimolo aggiuntivo alla clemenza, per questi caritatevoli legislatori, l’inquietante sequenza di scandali emersi negli ultimi mesi.
Per la cronaca Cesarone, dopo aver incassato un bello sconto di tre anni, che gli apre la via dell’affidamento ai servizi sociali, potrebbe anche non dimettersi da deputato, se in aula, il 24 luglio, cadesse l’emendamento approvato in commissione per evitare l’estrema vergogna, in base al quale l’indulto non toccherà le pene accessorie permanenti, come l’interdizione dai pubblici uffici.
L’ineffabile Buemi era contrario all’emendamento: “Non è giusto che il Parlamento passi il tempo a fare leggi pro o contro qualcuno”, ha dichiarato, tentando di scongiurare l’accanimento contro Previti, condannato a sei anni per corruzione. E non ha tutti i torti: diciamolo, il Parlamento non sarebbe più lo stesso senza Cesarone.
In questo bel quadro, resta da capire se gli elettori dell’Unione, il 9 e 10 aprile, abbiano votato per assistere a tali atti di clemenza verso i delinquenti dal colletto bianco o, al contrario, come alcuni si ostinano a credere, per una politica di netta discontinuità nei confronti del precedente governo, fondata sul principio dell’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge.
Tra le poche voci di dissenso si registra quella di Antonio Di Pietro, che ha annunciato voto contrario e minacciato le dimissioni da ministro. Il solito fissato con la legalità e la questione morale. Gli altri unionisti stanno zitti. Non soffrono di simili ossessioni. Rispettano il vincolo di casta. E confidano nell’indifferenza di chi li ha eletti.
La risposta di Petruccioli
Luglio 18, 2006 on 3:22 pm | In Politica, Informazione | 22 Comments 
Ieri ho ricevuto per posta elettronica la risposta del presidente della Rai Claudio Petruccioli a una mia lettera aperta del 5 giugno scorso.
La pubblico qui sotto, resistendo alla tentazione di replicare. Ritengo che il testo e il tono della lettera di questo nostro dipendente, per gli amici di questo blog, non abbiano bisogno di commenti. Fin quando la Rai sarà in mano ai partiti, a dirigerla verranno chiamati tipetti del genere. Per chi volesse scrivergli due righe, ricordo che l’indirizzo istituzionale di Petruccioli è c.petruccioli@rai.it
“mi scuso per il ritardo rispondo anche se con scarsa fiducia sulla sua disponibilità o il suo interesse ad avere delle risposte lo dico a ragion veduta lei infatti anche nella lettera del 6 giugno ripete - ad esempio - che Meocci fu nominato direttore generale anche grazie alla mia astensione affermazione priva di qualunque fondamento Meocci fu eletto direttore generale con i cinque voti favorevoli dei consiglieri della casa delle libertà i tre consiglieri del centrosinistra votarono contro io mi astenni non nel voto ma dal voto non sarebbe cambiato nulla anche se mi fossi astenuto nel voto o avessi votato contro perché in un organismo di nove membri cinque è comunque la maggioranza non avrei contribuito - in ogni caso - alla elezione di Meocci come lei ripete spero solo per ottusità anche se mi sembra impossibile che un uomo della sua intelligenza non abbia ancora capito le banalità che qui le ho ricordato di qualche interesse potrebbe essere, invece, conoscere i motivi che io addussi per motivare la mia astensione dal voto almeno per chi non abbia come unico obiettivo quello di confermare a chi scrive di considerarlo un mascalzone un bugiardo un ipocrita e così via come lei fa con me io motivai la mia astensione dal voto con l’argomento che la incompatibilità non si potesse assolutamente escludere sottolineai che anche i consiglieri che votavano a favore di Meocci non se la sentivano di dichiararne la assoluta infondatezza e aggiunsi che - in base a queste premesse - avrei investito ufficialmente del problema l’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni quella mia lettera ha formalmente avviato la procedura che - dopo il parere del Consiglio di Stato - ha portato la stessa Autorità a pronunciarsi per la incompatibilità di tutto ciò c’è ampia e precisa documentazione se la chiedesse potrei inviargliela ma dubito possa interessarle perché di lì non è facile derivarne la conferma che io sia - come lei è evidentemente convinto - un gran pezzo di merda dopo la dichiarazione di incompatibilità riguardante Meocci mi sono caricato per cinquanta giori del peso di un lavoro doppio fino a che abbiamo nominato il nuovo direttore generale nella persona del dott. Claudio Cappon qualora le sia sfuggito sono stato io a sostenere con il massimo di determinazione la nomina di Cappon dopo quindici giorni dalla nomina di Cappon, su proposta dello stesso, il Cda ha nominato alla unanimità Giancarlo Leone vicedirettore generale Giancarlo Leone era stato da me proposto come direttore generale nell’agosto del 2005, quando il Cda elesse Alfredo Meocci con i cinque voti dei consiglieri della casa delle libertà in quella occasione, Leone ottenne, oltre al mio voto, quello dei tre consiglieri di centrosinsitra (quattro voti su nove, quindi una minoranza) sui dettagli Michele Santoro si è dimesso da parlamentare europeo a metà novembre del 2005 dopo due giorni era di nuovo in rai partecipò con grande evidenza alla trasmissione di maggior ascolto e maggior successo della stagione (rockpolitik) dal prossimo settembre torna con una nuova trasmissione di approfondimento giornalistico in prima serata su Rai2 per 13 settimane è una delle novità più significative del palinsesto autunnale che abbiamo presentato a Cannes il 22 giugno scorso attenderà dunque inutilmente che io riconosca di essere un buffone potrà sempre dirmelo lei ma non per Santoro dal mese di ottobre 2005 al maggio 2006 Enzo Biagi è apparso otto volte sugli schermi della rai con interviste di dieci-quindici minuti (primo piano - che tempo che fa) stiamo studiando programmi di maggior impegno che siano tuttavia compatibili con la disponibilità dello stesso Biagi sul referendum poteva aspettare qualche giorno abbiamo documentato nei minimi dettagli il grande sforzo quantitativo e l’equilibrio qualitativo della nostra informazione per rispondere a critiche superficiali e pretestuose di chi era convinto che al referendum ci sarebbe stata una partecipazione bassissima e avrebbero anche potuto vincere i si dopo i risultati - e in base ai dati da noi forniti (anche questi le possono essere inviati qualora sia interessato) - le critiche prive di fondamento hanno lasciato il passo a riconoscimenti e apprezzamenti i critici che aprono bocca tanto per dargli fiato (Sartori sul Corriere per citare il più glorioso) hanno taciuto avevano detto: il referendum andrà a rotoli per colpa della rai di fronte ad un risultato opposto si sono guardati bene dall’applicare lo stesso teorema e dal farsi l’autocritica per quel che mi riguarda, io penso che il nostro lavoro sia stato nell’ambito dei doveri del servizio pubblico che non abbia dunque da rivendicare meriti particolari ma neppure da subire immeritate rampogne per vespa vedo che è informato del contratto valido fino al 2010 che non ho fatto io anche a me la presenza di vespa sembra eccessiva penso che debba essere ridimensionata sto lavorando e lavorerò ancora per portarla a livelli più accettabili c’è tuttavia un motivo, uno solo, che penso possa essere addotto per difendere l’attuale presenza dilagante di vespa sui teleschermi è il valore educativo che può avere su persone irascibili e intolleranti come lei il dover prendere atto che esistono persone da loro diverse, anche molto diverse e magari anche stronze ma che hanno comunque diritto di esistere buone vacanze, claudio petruccioli”
L’uomo giusto al posto giusto
Luglio 17, 2006 on 2:36 pm | In Politica, Democrazia, Legalità | 3 Comments
Claudio Scajola
A volte ritornano.
C’era bisogno di una personalità integerrima e al di sopra di ogni sospetto per controllare i servizi segreti in questa fase delicata. Il caso Abu Omar, gli strascichi dei sequestri in Iraq e dell’assassinio di Calipari, le minacce terroristiche, i vari casi di spionaggio abusivo, la notevole propensione al depistaggio rendono necessaria una riforma dei servizi e impongono di rafforzare il controllo parlamentare su questa struttura dello Stato, che ogni tanto devia dai suoi doveri.
Puntualmente, l’undici luglio scorso, è stato eletto presidente del Copaco (il comitato parlamentare di controllo sui servizi segreti) Claudio Scajola da Imperia, ministro dell’Interno nei giorni di Genova 2001, poi dimessosi per aver dato del rompicoglioni e del profittatore alla buonanima di Marco Biagi.
L’uomo giusto al posto giusto, come ha commentato un dirigente forzista ligure, che non ha tralasciato di sottolineare che la nomina di questo pezzo d’uomo è anche un riconoscimento a tutta la Liguria, oltre che alle doti di equilibrio dimostrate da Scajola nei giorni difficili del G8 di Genova.
“Difenderò la sicurezza dei cittadini, bene fondamentale per la democrazia, senza trascurare le garanzie poste dallo Stato di diritto a tutela dei diritti individuali”, ha promesso Scajola dopo l’elezione. Un’altra faina a guardia del pollaio.
Sono passati cinque anni dalla “più grave sospensione dei diritti democratici in un Paese occidentale dopo la seconda guerra mondiale” (così Amnesty International ha definito la mattanza di Genova), avvenuta sotto lo sguardo vigile del ministro dell’Interno. Nel frattempo è cambiato il governo. Le inchieste giudiziarie su quei fatti non hanno accertato alcuna verità e la prescrizione s’avvicina. Diversi dirigenti di polizia coinvolti in quegli abusi sono stati promossi per meriti sul campo. Le vittime innocenti della violenza di Stato non hanno ottenuto alcun risarcimento. La criminalizzazione del dissenso è andata avanti. E Scajola è stato chiamato a vigilare sulla fedeltà dei servizi segreti al dovere di difesa della sicurezza nel rispetto dei diritti democratici. Gli è stata offerta la seconda possibilità.
Per la cronaca, Scajola è stato votato all’unanimità dai membri del Comitato, compresi dunque i parlamentari di maggioranza. Nessuno ha provato un momento di imbarazzo. Almeno non ve n’è traccia agli atti. Nessuno è stato sfiorato da questo dubbio, che a persone in buona fede può venire naturale: ma come può svolgere una funzione di garanzia nella sicurezza pubblica il responsabile politico del massimo disastro in quest’ambito? E come si può ancora sperare di arrivare alla verità su Genova se il responsabile politico di quei fatti viene nominato a una funzione parlamentare di controllo dei servizi segreti? C’è un’ulteriore questione. Il primo dossier sul tavolo del Copaco è il bubbone di devianza e depistaggi emerso in seguito alle indagini sul sequestro di Abu Omar. Una vicenda maturata durante la scorsa legislatura, e mai chiarita dai responsabili del precedente governo. Ebbene, siamo proprio sicuri dell’opportunità della scelta di affidare una funzione di controllo su quella vicenda a un membro del precedente governo?
Malgrado le beffe, alcuni non si stancano di lottare per la verità. Per esempio quel movimento di opinione che da tempo chiede una commissione parlamentare di inchiesta sui fatti di Genova. Ecco il testo dell’appello con i primi firmatari. Per aderire si può scrivere a commissioneg8@yahoo.it
Presunti colpevoli
Luglio 14, 2006 on 7:06 pm | In Politica | 14 Comments
Da quattro mesi, venticinque ragazzi sono in galera a Milano, in attesa del giudizio. Più di Ricucci, che è uscito ieri.
L’accusa è di aver devastato corso Buenos Aires, nel corso dei disordini dell’undici marzo scorso. In questa storia tutto sembra anomalo: la custodia cautelare così lunga, la negazione degli arresti domiciliari, l’imputazione di concorso morale in devastazione e saccheggio, la scarsità di prove capaci di accertare le responsabilità dei singoli.
Sia chiaro: quel che è accaduto a Milano l’undici marzo è grave. Sono state incendiate automobili, distrutte vetrine, spaventati passanti, feriti agenti di polizia; e vale poco ricordare che i disordini sono avvenuti in risposta a una manifestazione fascista, permessa dalle autorità contro un preciso divieto della legge.
Ma la gravità dei fatti non autorizza la sospensione dello Stato di diritto, in nessun caso. La custodia cautelare richiede precise condizioni. La responsabilità penale è personale. Per condannare occorrono prove. Non devono essere i poveri cristi o gli invisi politicamente a pagare per tutti, quando fior di delinquenti dal colletto bianco sono a piede libero, dentro le istituzioni e al vertice della scala sociale.
Il pubblico ministero Piero Basilone ha chiesto pene esemplari: cinque anni e otto mesi per la gran parte degli imputati. Sarebbero state ancora più elevate, se il processo non si fosse celebrato con il rito abbreviato.
Mercoledì prossimo è attesa la sentenza.
Per il blog di Beppe Grillo ho intervistato l’avvocato Mirko Mazzali, che difende gran parte degli imputati, e Tiziana Ferrario, insegnante di uno dei reclusi, Riccardo, diciannovenne, in galera da quattro mesi. Presunto colpevole.
Ecco i video
Ma quale clemenza!
Luglio 12, 2006 on 8:15 pm | In Politica | 13 Comments
Guido Rossi
Il calcio è marcio, lo sanno tutti.
Né più né meno degli altri centri di potere, di denaro e di consenso attivi in Italia.
Personalmente l’ho capito a dodici anni e da allora non m’interessa più.
Anzi, provo una sincera avversione verso questo incantesimo scimmiesco, questa micidiale arma di distrazione di massa.
I giocatori sono dopati dai medici dei club, i bilanci delle squadre sono falsi, i diritti televisivi sono assegnati con criteri mafiosi, gli stessi che determinano le carriere dei calciatori attraverso le società gestite dai figli di. In compenso gli arbitri sono venduti e si fanno leggi per spalmare i debiti delle squadre.
Insomma, la logica del profitto a ogni costo ha corroso quest’ambiente.
Tutto questo è noto alle persone informate, compresi i giornalisti che fino a ieri si stendevano a tappetino ogni volta che passavano al cospetto di un Moggi qualsiasi.
Tutto questo, in una società dotata di anticorpi, dovrebbe suscitare una reazione, per esempio allontanare milioni di persone da uno sport che non ha più nulla di sportivo.
Tutto questo, in un Paese con istituzioni sane, dovrebbe provocare nel ceto politico la volontà di fare pulizia in modo esemplare.
Niente di tutto questo è accaduto. Dopo la vittoria della nazionale italiana in Germania, al contrario, è tutto un chiedere clemenza, un guardare altrove. Gli scandali, dopo un po’, annoiano. Meglio rifugiarsi nel gossip e nei circenses, che almeno fanno sognare.
Il ministro della Giustizia ha dato il cattivo esempio chiedendo “clemenza” verso i campioni. Il mesto Piero Fassino, precisando di parlare “da tifoso”, si è associato.
Altri zelanti garantisti hanno denunciato il vero sopruso: le intercettazioni telefoniche.
Così a naso, è prevedibile che lo scandalo del pallone finirà come gli altri: a tarallucci e vino.
In tal modo la corruzione celebra i suoi trionfi.
Ma questa fine non è ineluttabile. “Mani Pulite” si rivelò inutile, perché non seguirono riforme strutturali volte a prevenire gli illeciti. “Piedi Puliti” può non essere inutile se i fatti verranno accertati senza manipolazioni di sorta, e se all’accertamento dei fatti seguiranno non l’oblio ma punizioni esemplari (con l’esclusione a vita dei responsabili) e un lavoro tempestivo di riforma. Che non va lasciato alla buona volontà dei dirigenti dei club, ma spetta alla politica: che si vorrebbe indipendente dagli interessi in gioco.
Non è improbabile una futura riabilitazione con tante scuse degli indagati di oggi, magari con una bella targa votiva sulla pubblica piazza. Ma un filo di speranza c’è ed è riposto nelle persone serie chiamate a salvare il salvabile: Guido Rossi, per esempio, il quale quest’oggi ha tenuto una relazione a Montecitorio proprio su questi temi, alla vigilia della sentenza della giustizia sportiva. Una relazione giustamente inclemente. Ha parlato di illeciti gravissimi, di un sistematico e disastroso conflitto di interessi. Ha affermato che ogni ipotesi di amnistia o indulto è fuori luogo. Ha criticato le conseguenze delle quotazioni in borsa delle società calcistiche. Ha rivendicato l’indipendenza della giustizia sportiva e ricordato l’immediata esecutività della sentenza di primo grado, ai fini delle decisioni dell’Uefa. Ha annunciato un radicale lavoro di riforma, a cominciare dal sistema di spartizione dei diritti televisivi.
Sulla stessa linea Francesco Saverio Borrelli, che sta proseguendo il lavoro di inchiesta e ha dichiarato di pensare tutto il male possibile delle interferenze della politica nell’azione di accertamento delle responsabilità.
Evitare che ”Calciopoli” finisca in macchietta, restituire un minimo di credibilità allo sport più popolare, impedire che le persone serie intenzionate a far pulizia siano sbeffeggiate come “giustizialisti” o anime belle e messe in condizione di non nuocere dall’eterna banda degli impuniti: ecco un bel banco di prova per il governo Prodi.
Onorevoli wanted
Luglio 11, 2006 on 4:18 pm | In Politica | 6 Comments
Sandro Bondi, poeta
A pagina 33, dopo aver celebrato adeguatamente l’eroica impresa dei “nostri ragazzi”, Repubblica oggi offre un’interessante notiziola. Un trafiletto ci informa che verrà votata oggi la mozione “per evitare che a cariche istituzionali di rilievo possa accedere chi sia stato condannato per reati gravi e violenti contro la persona e contro lo Stato”. L’hanno presentata gli azzurri Bondi, Leone e Vito insieme a Volontè e all’ottimo Carlo Giovanardi. I gentiluomini sono contrari all’elezione di Sergio D’Elia, ex terrorista, a segretario di presidenza della Camera e di Daniele Farina, già capo del Leoncavallo, a vicepresidente della commissione Giustizia della Camera. Per una certa opinione pubblica, già pelosamente garantista, questo sì che è uno scandalo. Motivo? D’Elia e Farina hanno precedenti penali che li renderebbero inidonei alle cariche. La mozione ha generato un appassionato dibattito. S’è schierato perfino Daniele Capezzone, che ha definito “blasfemo” il tentativo di speculare “sul dolore delle vittime dei reati per colpire un avversario”. D’Elia è eletto nella Rosa nel pugno.
In linea di principio sono d’accordo con i proponenti. Chi ha nel suo curriculum condanne penali definitive non dovrebbe accedere a cariche istituzionali. Ciascuno ha diritto a espiare la sua colpa, ma non si capisce il motivo per il quale debba farlo in Parlamento. Sono giustizialista? Se questo significa non accettare che i delinquenti, pagati dai cittadini, scrivano le leggi, come non esserlo?
Ma la mozione propone sottili distinguo: si premura di precisare che le cariche istituzionali siano “di rilievo”; e che i reati siano “gravi” e “violenti” e ”contro la persona e lo Stato”. I proponenti la sanno lunga, com’è lunga la loro coda di paglia. Venendo meno quelle precisazioni, qualcuno potrebbe obiettare che la presenza di numerosi pregiudicati tra le fila di Forza Italia (tutti - sia chiaro - vittime innocenti dell’orco giustizialista, e sempre per reati lievi e non violenti, giammai contrari alla persona o allo Stato) non ha destato altrettanto scandalo negli onorevoli Vito, Bondi, Leone, Volontè e Giovanardi…
Non so come andrà la votazione in aula. Ma mi piacerebbe che almeno un deputato, uno solo, si alzasse in piedi e pronunciasse un discorsetto come questo:
“Signor Presidente, Colleghi,
siamo qui a discutere una mozione che ripropone il tema della questione morale, e per di più ci viene sottoposta dai colleghi berlusconiani, i quali in questi anni hanno preferito prendersela con i magistrati in prima fila contro la corruzione e la mafia, votando una dopo l’altra un’impressionante serie di leggi finalizzate a ostacolare la giustizia. Proprio una bella sorpresa! Sono d’accordo con i proponenti: chi ha trasgredito le leggi ed è stato per questo condannato in via definitiva al termine di regolari procedimenti penali, non dovrebbe essere eletto a incarichi di rilievo nelle Istituzioni. Ma la definizione di questa incompatibilità morale, per come ci viene proposta dagli onorevoli Bondi, Vito, Leone, Volontè e Giovanardi, mi sembra assai riduttiva. Per una questione di equità, propongo di rimettere il dibattito a una nuova seduta nella quale verrà discussa una proposta di legge che giace in Parlamento ormai da molti anni. Mi farò parte diligente presso la coalizione di Governo per farla riemergere dagli archivi e chiederò alla conferenza dei capigruppo di calendarizzarla in tempi relativamente rapidi. Questa proposta di legge intende fissare una rigorosa incompatibilità fra la condizione di pregiudicato (per qualsiasi reato, anche non ritenuto dagli onorevoli forzisti “grave” e “violento” e “contro la persona e lo Stato”) e la possibilità di candidarsi al Parlamento e a qualsivoglia carica elettiva, come già parzialmente avviene per le elezioni amministrative. Il Parlamento della Repubblica è l’istituzione legislativa del nostro Paese: non è un asilo politico né una comunità di recupero e nemmeno un luogo di espiazione della pena alternativo al cercere. Ecco perché propongo di sospendere questo dibattito e subordinare la decisione odierna alla decisione di fissare per legge un’incompatibilità assai più stringente e attesa da vasti settori dell’opinione pubblica: il cittadino che non ha la fedina penale immacolata non dovrebbe concorrere alla funzione legislativa, proprio come non può partecipare a un concorso per un impiego pubblico. Si tratta di una legge non scritta, che in molti Paesi civili è affidata al buon senso. Qui da noi non è possibile. Mi duole ricordare, onorevoli colleghi, che ci sono decine di pregiudicati in questo Parlamento, e in particolare tra voi di Forza Italia, e questo è uno scandalo che deve finire. Un recente saggio dei giornalisti Travaglio e Gomez propone al riguardo un interessante compendio di precedenti penali, con tanto di cifre, che non fanno onore a chi si fa chiamare onorevole. Ma so bene che non tutta la questione morale può essere disciplinata per legge. Servono comportamenti rigorosi, scelte esemplari. Proporrò dunque all’Unione di redigere un severo e articolato codice etico per la coalizione di governo, del quale uno dei punti qualificanti sarà questo: non è candidabile a qualsiasi carica nelle liste dell’Unione chi sia sottoposto a procedimento penale nella condizione di rinviato a giudizio, o condannato anche in via non definitiva. Chi sia condannato in primo o secondo grado, è tenuto a rassegnare le dimissioni da parlamentare o membro del governo. I candidati dell’Unione si impegnano inoltre, per una scelta di lealtà verso i propri elettori, a non avvalersi, in caso di rinvio a giudizio, della prescrizione del reato. Ecco, mi permetto di suggerire anche alla minoranza di valutare la possibilità di un codice etico di questo tipo. Pensateci, un percorso di bonifica morale potrebbe rivelarsi utile anche a chi tra voi intenda far politica seriamente, e intanto sospendiamo questa discussione, che davvero rischia di coprirci di ridicolo agli occhi dei nostri concittadini più avvertiti”.
Ecco, se ci fosse un deputato capace di fare questo discorsetto, io lo voterei. Amesso che prima o poi venga restituito agli elettori l’ìmmeritato privilegio di votare una persona, magari scelta con le primarie, anziché una lista bloccata di partito.
Ambrosoli, una storia esemplare
Luglio 10, 2006 on 4:59 pm | In Politica, Libertà, Democrazia, Legalità | 4 Comments 
Domani sono 27 anni. L’undici luglio del 1979 veniva ucciso a Milano l’avvocato Giorgio Ambrosoli. Gli sparò sotto casa, di notte, un sicario al soldo del bancarottiere Michele Sindona. Ogni undici luglio un pensiero devoto e malinconico è per questo italiano anomalo che ha pagato con la vita il rigore morale profuso nell’incarico di commissario liquidatore della Banca Privata Italiana.
Senso del dovere che fatalmente si trasforma in eroismo; corruzione ed eversione che mettono radici nel corpo dello Stato; una politica che coltiva l’arte dell’inganno e calpesta le regole dell’etica: di tutto questo ci parla il ”caso Ambrosoli”.
Ambrosoli fu lasciato solo dalle Istituzioni, mentre decideva di andare fino in fondo nella liquidazione di una grande banca privata, cresciuta nell’illegalità. Lo lasciarono solo i politici, i mass media, le autorità di polizia, gli uomini del potere finanziario. Molti anzi furono complici o succubi di chi tentò di corromperlo e di intimidirlo, prima di condannarlo a morte.
Forse non è casuale che nel diario di Giulio Andreotti, il giorno 11 luglio 1979, non ci sia nemmeno un cenno all’assassinio. Non era evidentemente una notizia degna di nota per l’eminente personaggio che, da presidente del Consiglio, riceveva e rassicurava gli emissari di Sindona, da lui pubblicamente lodato come “il salvatore della lira”.
Ed è significativo che ai funerali di Ambrosoli l’unico rappresentante delle Istituzioni fu il governatore della Banca d’Italia Paolo Baffi, oltre ad alcuni magistrati di Milano. Assente il governo, assenti i vertici della polizia, non andò nemmeno il prefetto di Milano. L’indifferenza fu la reazione al sacrificio di un uomo che per la sua intransigenza si era messo contro il regime collusivo.
Era consapevole, Ambrosoli, del suo compito e dei rischi che vi erano connessi. “A quarant’anni, mi son trovato a fare politica, non per un partito ma per lo Stato”, si legge in una famosa lettera alla moglie. “La pagherò cara”, aggiungeva. Lavorare per lo Stato, per il mite professionista milanese, uomo schivo e di idee moderate, significava semplicemente contribuire a farne rispettare le leggi, garantendo l’interesse generale, senza arrendersi alla volontà di dominio e alla pretesa di impunità di chi non riconosce alcun limite.
Fa mostra di sé, nel “caso Ambrosoli”, tutto il peggio dell’Italia degli anni Settanta: il mondo della P2, smascherato negli anni seguenti ma tutt’altro che sconfitto; uomini e partiti di governo che poi affondarono in Tangentopoli; uomini e partiti di opposizione, in ritardo sulla questione morale; il capitalismo d’avventura, legato a doppio filo con i poteri occulti e con la mafia; un’opinione pubblica distratta o indifferente. Quel Paese a civiltà limitata, insomma, che emargina o criminalizza i difensori della legalità e santifica i corrotti e i barattieri. Un quarto di secolo dopo - esauritasi l’onda anomala di Mani Pulite - avremmo imparato a conoscerlo assai bene, nel suo volto più sfrontato.
Negli anni, ad Ambrosoli sono stati tributati importanti onori, gli sono state intitolate vie, piazze, scuole, biblioteche, mentre i livelli dell’etica pubblica e della legalità - i valori evocati dalle lapidi - cadevano ai minimi termini.
“È rimasta come una spina dolorosa nella coscienza di molti”, bene ha scritto Corrado Stajano, “la storia di un uomo che si fa uccidere in nome dell’onestà. Ma questo accade in un Paese dove la legalità non sembra un valore, dove le regole sono nemiche, dove un governo e una maggioranza parlamentare si sono impegnate per scardinare la Costituzione e hanno ingaggiato da anni una indecente battaglia contro la magistratura…”. Cambierà mai questo Paese? Si comprenderà che la questione morale è una vera priorità nazionale? Cedo la parola alla vedova Ambrosoli: “Mi guardo intorno e penso che il malcostume, il malaffare, la corruzione non sono diversi da allora, da quegli anni bui. Fosse vivo, mio marito sarebbe avvilitissimo, ma in nome dei suoi valori conserverebbe la speranza in un cambiamento”.
Per non dimenticare, può esser utile la lettura dell’ultimo saggio sul tema:
“Il caso Ambrosoli, mafia, affari, politica”,
di Renzo Agasso
Edizioni San Paolo
Forza Bersani!
Luglio 7, 2006 on 2:56 pm | In Politica | 4 Comments
Qualche correzione forse andrà apportata, per esempio la previsione di un indennizzo per quei tassisti che negli ultimi anni hanno acquistato una licenza a peso d’oro.
Ma l’impianto generale del decreto Bersani è positivo: va nella direzione della tutela del cittadino-consumatore, contro le rendite di posizione di alcune categorie. Per questo stesso motivo è un decreto che avrà vita difficile quando arriverà in Parlamento per la conversione in legge.
La marcia su Roma di un gruppo di squadristi-tassisti andata in scena l’altro giorno, non è che l’inizio. Gli avvocati hanno deciso ben dodici giorni di sciopero. Le pressioni dei gruppi di interesse organizzati si faranno sentire e verranno prevedibilmente sostenute dall’opposizione parlamentare, sedicente liberale. Sicché il rischio di un annacquamento del provvedimento è concreto, in barba all’interesse generale: che non è (questo concetto, dopo cinque anni di governo d’affari, forse merita di essere ricordato) la sommatoria degli interessi particolari.
Tra l’altro, se il pacchetto Bersani non passa o viene drasticamente sforbiciato, sarà difficile, per non dire improbabile che le altre e ben più consistenti liberalizzazioni (dall’energia alle telecomunicazioni) possano essere realizzate.
Ecco perché può essere utile rendere visibile il sostegno della società civile al provvedimento del governo. L’associazione Altroconsumo suggerisce di inviare una mail ai capigruppo di Camera e Senato. Ecco come.
Gli inflessibili
Luglio 5, 2006 on 5:07 pm | In Politica, Libertà, Democrazia | 9 CommentsLa politica come carriera a vita: ecco un tema che i riformisti nostrani di rado affrontano nei loro convegni. Opportunamente Giovanni Bachelet, ieri, ha fatto un cenno all’argomento nella lunga assemblea romana per il futuribile partito democratico.
Si vinca o si perda, a meno di eventi traumatici, dalla scena politica italiana non se ne va mai nessuno. Basta guardare i dati anagrafici e l’anzianità di servizio dei rappresentanti del popolo sovrano, per verificarlo. Da Napolitano in giù, un ceto di mandarini, garante di quei famosi trecentomila italiani che vivono nel sottobosco della politica, cresce, matura, invecchia e muore in tarda età dentro le istituzioni, incollato alla poltrona. E più invecchiano, più acquisiscono autorevolezza. Ci si era illusi di un possibile ricambio del ceto politico, per l’appunto traumatico, ai tempi di Mani Pulite. Abbiamo visto che i sopravvissuti sono tornati tutti a galla. Fanno a gara, sgomitano, sudano sette camicie pur di servire la Nazione… Che uomini inflessibili! Tra i perpetui, un club d’eccellenza è il clan degli avellinesi: Gerardo Bianco, Ciriacuzzo De Mita, Giuseppe Gargani, Nicola Mancino… Più vicino agli ottanta che ai settanta, quest’ultimo è stato eletto ieri al Consiglio Superiore della Magistratura. Se l’accordo politico sarà rispettato, Mancino verrà nominato presto vicepresidente, ovvero presidente di fatto visto che la presidenza dell’organo di autogoverno della magistratura spetta al capo dello Stato. Nato a Montefalcione irpino nel 1930, Mancino è stato segretario della Dc in Irpinia, due volte presidente della Regione Campania, da trent’anni ininterrotti è parlamentare, è stato ministro dell’Interno e presidente del Senato. Si è parlato di lui, in un paio di occasioni, come candidato al Quirinale. Se tutto va bene, compirà l’ottantesimo compleanno a palazzo dei Marescialli, pronto per nuovi traguardi. Gli passa il testimone Virglnio Rognoni, classe 1924.
Quando la natura inesorabile fa il suo corso, scatta la trasmissione familiare. Da Raffaele Fitto a Bobo Craxi, sempre più frequente è il caso di figli e nipoti d’arte: si eredita il collegio, la presidenza, il ministero. E’ ancora democrazia? No, si chiama oligarchia.
Perché ciò accade? Per un evidente deficit di competitività e dinamismo della nostra società, in politica come nella vita economica.
Come se ne esce? Liberalizzando. In politica questo, per esempio, significa:
- Modificare lo status dei partiti, riconducendoli alla loro natura costituzionale di associazioni private di cittadini che intendono contribuire alla politica nazionale
- Cambiare la legge elettorale, dando potere effettivo di scelta agli elettori
- Prevedere il metodo delle primarie per ogni elezione a istituzioni rappresentative
- Stabilire per legge la non ricandidabilità dopo due, al massimo tre mandati parlamentari
- Stabilire per legge l’impossibilità di far parte del governo nazionale e delle amministrazioni locali, a qualsiasi livello, per più di dieci anni, anche non consecutivi
- Rendere più severa e articolata la disciplina delle incompatibilità, anche successive a un mandato istituzionale, estendendola anche ai familiari dei politici
- Eliminare i gettoni pubblici, diretti o indiretti, a chi lavora per i partiti
- Fissare rigorosi tetti alle spese elettorali, pena l’ineleggibilità o la decadenza dall’incarico
Mi fermo qui, perché mi accorgo che mi sta uscendo dai polpastrelli una Bersani bis: in favore dei consumatori-elettori, contro i privilegi dei professionisti della politica.
E occorre andare per gradi.
Dopo un paio di mandati parlamentari, è impossibile ricandidarsi: inizierei da qui. Il rischio è quello di chiudere la porta in faccia a qualche genio della politica. Il vantaggio è di non ritrovarsi, fra vent’anni, Francesco Rutelli presidente del Senato, ormai canuto e pur sempre piacione.
Questa opera è pubblicata da Piero Ricca sotto una Licenza Creative Commons
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