Uomini in via di estinzione
Novembre 8, 2006 on 3:07 pm | In Libertà, Democrazia | 1 Comment
Di uomini come Alessandro Galante Garrone, a Puffonia s’è perso lo stampo. Per mantenerne in vita almeno la memoria può essere utile una recente biografia scritta da Paolo Borgna per i tipi di Laterza. L’hanno presentata ieri a Milano, insieme all’autore, Ezio Mauro, Marco Revelli, Virginio Rognoni e altri ancora. Tutti concordi su un punto: per rigore morale e fedeltà ai valori repubblicani, uomini come Galante Garrone rappresentano il meglio dell’Italia civile. Non casualmente la nuova destra italiana, alla sua epifania, lo mise nel mirino. Avevo in mente di redigere una sintesi degli interventi. Ma intanto mi fa piacere pubblicare qui sotto la lettera inviatami da una giovana amica, Elena Rosselli.
Caro Piero,
perché ti ho chiesto di aspettare a scrivere un pezzo su Alessandro Galante Garrone? Perché per me, quest’uomo che non ho mai ascoltato ma che attraverso i suoi scritti credo di aver conosciuto, rappresenta un punto di riferimento imprescindibile, una guida morale che mi fa desiderare di essere migliore, non tanto per me stessa, quanto per il nostro Paese, per quest’Italia troppo debole di cuore. Finché uomini come G.G. sono stati in vita, il compito di noi giovani era forse più facile: ad ogni tentativo di revisione o stravolgimento della verità c’era sempre una delle voci autorevoli di questi partigiani a rimettere nel loro giusto ordine le cose. Già nel 1987, G.G. diceva: “E dobbiamo dirlo, alto e forte, perché assistiamo, nelle sedi più impensate, e più ufficialmente autorevoli, a un subdolo tentativo di capovolgimento della verità, all’arrogante pretesa di certi studiosi di contrapporre alle nostre “sentenze emotive” le loro “analisi propriamente storiografiche“.
Il tempo si è portato via molti di questi partigiani e presto non ci saranno più le loro testimonianze dirette, capaci di rievocare la Resistenza e quello che significò per il destino dell’Italia. Dipenderà da noi “farli vivere o farli morire per sempre“. Sarà un nostro compito difendere la verità su quel periodo storico così cruciale per il nostro Paese. A nostra volta avremo il dovere morale di raccontare ai nostri figli perché e verso chi dobbiamo provare gratitudine per la nostra “bella Costituzione“. Diceva G.G. “Disfattismo costituzionale e processo alla Resistenza, sono due facce dello stesso fenomeno. La Costituzione non è altro che lo spirito della Resistenza tradotto in formule giuridiche“. Come dargli torto? Proprio in questi anni non solo stiamo assistendo ai tentativi da destra e da sinistra di sfasciare e stravolgere completamente il senso e la portata della nostra Carta costituzionale, ma vediamo insinuarsi nel dibattito pubblico l’inqualificabile progetto di screditare i partigiani per equipararli ai repubblichini. Non credo di essere catastrofica se dico che solo la memoria può salvarci: solo se teniamo ben a mente quali sacrifici fecero i giovani che volontariamente entrarono in clandestinità per consegnarci uno Stato libero, democratico e giusto, non indietreggeremo di fronte ai vari Pansa che in futuro tenteranno di spacciarci la loro verità.
Ti voglio lasciare con un pensiero riguardo alla nostra Costituzione visto che non sono passati nemmeno sei mesi dall’ultimo referendum con il quale si chiedeva agli italiani di avallare l’ennesima nefandezza ai danni della Carta costituzionale:
“La Resistenza ha lasciato le sue orme nella Costituzione: una Costituzione emendabile, come ho già detto; qua e là arrugginita, invecchiata, anchilosata. Possiamo, anzi dobbiamo migliorarla e sveltirla, ovviando a certi processi degenerativi e inceppamenti sempre più gravi, e restaurando la funzionalità delle istituzioni pubbliche contro le troppe invadenze dei partiti e di organismi prevaricatori, e contro il dilagare di corrotti e corruttori. Ma guardiamoci dal proposito di sfasciarla, di cancellare lo spirito animatore, di recidere le radici. Per difenderla e rafforzarla, noi confidiamo soprattutto nelle nuove generazioni. Anche per un pessimista è forse l’ultima speranza che ci resta; e ad essa ci aggrappiamo. Diceva Primo Levi nella sua ultima intervista:”Se non avessimo fiducia nei giovani, non varrebbe la pena di conservarsi“.
Non senti, caro Piero, tutto il peso, dolce e terribile insieme, di quel “noi”?
Con affetto, Elena
Il Grande Dubbio
Novembre 7, 2006 on 12:49 pm | In Democrazia, Legalità | 22 Comments
Niente è al di sopra del sospetto a Puffonia, nemmeno la regolarità del voto.
Dalla maledetta serata del 10 aprile mi tormenta il dubbio che qualcosa sia girato storto nello scrutinio dei voti. Troppo alto lo scarto fra exit polls e risultati ufficiali, troppo lento l’afflusso dei voti scrutinati, troppo bassa la quota delle schede bianche, troppo strano quel via vai del ministro dell’Interno Pisanu fra il Viminale e la casa privata di uno dei due contendenti durante la notte elettorale, troppo insistente la richiesta di riconte da parte dello sconfitto.
Sospetti, congetture: nulla di più. Ma alimentati da un lustro di leggi ad personam e affari sporchi, che non ha incoraggiato la fiducia nell’onestà di certa gente.
Subito dopo il voto fu pubblicato un libello anonimo, che affabulava del grande imbroglio in chiave letteraria. Qualche mese fa è uscito su Micromega un altro racconto, di Piero Colaprico, che ha rilanciato i dubbi.
La prima inchiesta giornalistica sull’argomento di cui ho notizia è il nuovo film di Enrico Deaglio, in uscita il prossimo 23 novembre insiema al settimanale Diario.
Ieri ho incontrato Deaglio al British Council di Milano, in occasione della presentazione del nuovo libro di Robert Fisk. Ecco una sintesi del nostro dialoghetto:
Io: “Hai scoperto le prove dell’imbroglio?”.
Lui: “Ritengo di sì”.
Io: “Quanti voti rubati?”.
Lui: “Un milione e mezzo”.
Io: “In favore del Puffone?”.
Lui: “Sì”.
Io: “In che modo?”.
Lui: “Utilizzando le schede bianche. Nel film spiego il trucco”.
Io: “Saranno invalidate le elezioni?”.
Lui: “Non credo proprio”.
Vedremo il film e quale dibattito sarà in grado di generare. Può darsi che Deaglio si sbagli. Può darsi che i nostri dubbi siano infondati. Ma può darsi anche che figuri senza scrupoli, utilizzando il nuovo metodo di selezione degli scutinatori, abbiano provato a ingannare un intero popolo. E che non ci siano riusciti per un pelo. E che magari questo pelo sia il residuo senso di responsabilità di qualche membro del clan di vecchia scuola democristiana. E che l’Unione sia stata zitta, per viltà, furbizia o quieto vivere, avendo garantita la vittoria, sia pure con margini ridotti al Senato.
Se fosse vera l’ipotesi Deaglio, sarebbe arduo continuare a definire l’Italia una democrazia prima che i responsabili di questo crimine fossero assicurati alle patrie galere per attentato alla Costituzione.
Meglio non pensarci? No, meglio dubitare e non stancarsi di esigere e cercare la verità.
Giù le mani dalla Costituzione
Novembre 6, 2006 on 2:00 pm | In Costituzione | 12 Comments
da repubblica.it
Si ritorna a parlare di riforme costituzionali. Lo ha fatto l’altro giorno il presidente Napolitano indicando, in un’evitabile intervista a Bruno Vespa anticipata dal settimanale Panorama, la necessità di una sanzione costituzionale del rafforzato ruolo del “primo ministro”. Lo ha fatto ieri su Repubblica il sindaco Veltroni, auspicando quale “via maestra” una commissione costituente per il “cambiamento delle regole del gioco”, ovviamente in stile “bipartisan”.
Forse le periodiche dichiarazioni favorevoli a una “grande riforma”, diffuse dai più diversi pulpiti prima durante e dopo il referendum costituzionale, rimarranno lettera morta, ma intanto - specie se non prontamente confutate - contribuiscono a trasformare in senso comune questa discutibilissima opinione: il Paese è bloccato, spezzato, esige da troppi anni una riforma della Costituzione che lo renda governabile, efficiente e moderno.
Non sono affatto d’accordo e mi sento in diritto-dovere di dirlo dopo aver dato l’anima per far vincere il NO alla sciagurata riforma Bossi-Fini-Berlusconi.
Occorre ribadire fino a trasformare in patrimonio condiviso delle persone ragionevoli questi semplici concetti:
- Il 25 giugno 2006 la gran maggioranza dei votanti ha confermato fiducia alla vigente Costituzione, dicendo NO alla “devolution”, al “premierato forte” e al resto. Occorre rispettare questa decisione.
- I problemi dell’Italia sono prima di tutto di ordine morale e politico, non costituzionale.
- La Costituzione italiana merita di essere difesa, rispettata e attuata prima di essere cambiata, ad esempio per quanto attiene allo status dei partiti (art. 49).
- Può essere necessario provvedere a qualche aggiornamento, ma in punti specifici, con ampio dibattito nella società e attraverso le procedure ordinarie, previste dall’articolo 138 della Costituzione medesima.
- Viceversa non ci sono le condizioni, né storiche né politiche, per metter mano a una “grande riforma dello Stato” attraverso apposite commissioni parlamentari o addirittura assemblee costituenti. Meglio non concedere nuove occasioni ai barattieri.
Tra le iniziative del blog metterò prossimamente un’icona da cliccare per sottoscrivere e diffondere questi semplici concetti.
Onore intanto a quei gruppi di cittadini che hanno messo i valori costituzionali al centro di progetti di educazione civile, per esempio gli amici di Educaci.
Viva Saddam!
Novembre 5, 2006 on 6:21 pm | In Politica | 7 Comments
Saddam Hussein è stato condannato all’impiccagione, la notizia è di questa mattina. Può darsi che l’ex dittatore se la cavi, poiché c’è ancora l’appello e poi occorre attendere la ratifica del verdetto da parte del presidente irakeno e dei due vicepresidenti, uno dei quali contrario alla pena capitale. Ma intanto la notizia ha fatto il giro del mondo e non passerà senza conseguenze. La Casa Bianca l’ha commentata così: “è una bella giornata per il popolo irakeno, la prova che c’è una magistratura indipendente”. L’ambasciatore americano a Baghdad è andato oltre: “è un altro passo in avanti verso la costruzione di una società libera, basata sullo Stato di diritto”.
Dissento: l’impiccagione del tiranno dev’essere evitata, poiché uno Stato di diritto non può riconoscere come atto fondativo un assassinio, peraltro a compimento di un processo-farsa. La mostruosa malvagità di Saddam e del suo regime non è in discussione. Il punto è che il sentimento della vendetta non deve appartenere a Istituzioni pubbliche che si dicono o ambiscono a essere percepite come democratiche. Il tiranno deve finire i suoi giorni in galera, dev’essere regolarmente processato, insieme alla sua cerchia, per ogni delitto a lui imputabile, meglio se da un Tribunale internazionale, ma lasciato in vita: come giustamente chiedono Amnesty International, presidenza Ue e Nazioni Unite. Una condanna all’ergastolo sarebbe la migliore dimostrazione della sincerità del dichiarato proposito di “esportare la democrazia”, che ci è stato raccontato come la motivazione ufficiale dell’invasione dell’Iraq e della conseguente carneficina. E anche un segno di saggezza politica, perché la violenza chiama violenza, sempre. E il rischio di trasformare un criminale in un martire, è in agguato.
Casualmente, la notizia della condanna a morte di Saddam Hussein arriva alla vigilia delle elezioni negli Stati Uniti. Martedì si vota per il rinnovo del Congresso. Ancora una volta un ruolo decisivo nell’orientamento al voto lo avrà la ”guerra all’asse del Male”. Gli elettori americani hanno l’opportunità di punire chi con l’inganno li ha trascinati in un’avventura rovinosa (oltre 3.000 soldati uccisi, circa 400 miliardi di dollari spesi, tralasciando il resto), in tal modo zittendo almeno per un po’ quei demagoghi da strapazzo che, ignorando la basilare differenza fra governo e società, ancora tacciano di “antiamericanismo” i critici della dottrina della guerra preventiva. L’America non è l’amministrazione Bush; è anche la voce dei suoi intellettuali liberal. Una voce che merita ascolto. Ecco il loro manifesto.
Mai dire esilio
Novembre 4, 2006 on 12:55 pm | In Politica | 5 Comments
Non credete alle fandonie di giornali e tv. Quel tipaccio grosso e canuto che in questi giorni pontifica al congresso radicale di Padova e tra una sigaretta e l’altra detta la linea al governo Prodi, non è il vero Marco Pannella, ma un generico di Cinecittà che lo imita, ingaggiato dalla Bonino e da Capezzone per far credere che il Fondatore sostenga la svolta filogovernativa del partito.
Il vero Marco Pannella è in esilio. Vive in un sobborgo di Parigi con la sua modesta pensione di parlamentare, ha smesso di fumare, sta limando le bozze di un volumetto di memorie e nei ritagli di tempo organizza la resistenza insieme a un pugno di valorosi.
Come lo so? Semplice: perché Pannella è sempre stato un mostro di coerenza e non può non aver dato seguito a questa sua promessa, solennemente enunciata il 16 aprile 2005 in una delle rare interviste concesse al direttore di radio radicale Massimo Bordin:
“Se oggi questo centro-sinistra prodiano con questa politica, con questi agganci, dovesse (ora o fra un anno) andare al potere io me ne andrei dal nostro Paese in modo doloroso e dolorante ma anche come espressione di lotta e di speranza, com’era espressione anche di speranza il gesto di coloro che andavano in esilio agli albori del nazismo e del fascismo e ahimè a volte non del comunismo”.
Questo è il vero Marco Pannella.
Il buffonaccio che si finge Marco in questi giorni sfrontatamente va declamando: “Sarò l’ultimo giapponese dell’utopia prodiana”. Non credetegli, non può essere lui.
Nei secoli prescritto
Novembre 3, 2006 on 12:39 pm | In Legalità | 8 Comments
Un avvocato londinese ha raccontato prima al suo fiscalista e poi agli inquirenti milanesi di aver percepito su un fondo di copertura un bonifico di 600 mila euro da parte dell’organizzazione di un suo cliente italiano, per testimoniare il falso in un procedimento penale nel quale quel cliente era imputato. Il passaggio di denaro è documentato. Una lettera dell’avvocato londinese al suo fiscalista ne racconta la motivazione.
L’avvocato londinese si chiama David Mills, il suo cliente italiano si chiama Silvio Berlusconi. Per questo fatto i due sono stati recentemente rinviati a giudizio per il reato di corruzione in atti giudiziari.
In un Paese sano, le opinioni dovrebbero fermarsi qui, in attesa che le parti si confrontino davanti a un giudice imparziale per l’accertamento della verità.
In un Paese malato come il nostro, al contrario, le opinioni si sovrappongono ai fatti, l’accertamento della verità passa per accanimento, l’imputato di corruzione in atti giudiziari fa la vittima, strepita dell’ennesimo complotto, da accusato diventa accusatore, contando sulla benevolenza degli avversari politici e sull’assuefazione dell’opinione pubblica.
In tale contesto pochi osservatori hanno l’onestà di ricondurre la vicenda al suo nucleo essenziale, alle due sole domande che abbiano senso: 1 Quel passaggio di denaro fu il prezzo della corruzione? 2 Interessa o no, sul piano politico, sapere se il capo dell’opposizione parlamentare è un corruttore o una persona onesta?
Il meccanismo dell’occultamento e della mistificazione delle notizie di reato funziona a meraviglia da più di dieci anni, sempre uguale. Ed è segno di un analfabetismo morale difficilmente reversibile.
L’assurdità delle procedure completa il quadro. L’azione giudiziaria, già preventivamente screditata, diventa un mero esercizio accademico per effetto della famosa prescrizione: una norma di garanzia trasformata in un salvacondotto per imputati capaci di difese agguerrite. (Logica vorrebbe che si fermasse all’inizio del dibattimento: invece no. Anzi, una legge confezionata dagli avvocati di quell’eterno imputato, la Cirielli, ne ha dimezzato i tempi per gli incensurati, e il nostro pluriprescritto e amnistiato eroe, incredibilmente, lo è). Il processo a Mills e Berlusconi - i quali pure potrebbero, se avessero una reputazione da difendere, cercare l’assoluzione nel merito, evitando le scorciatoie procedurali - non ha scampo: i termini della prescrizione scadono a febbraio 2008.
Questo vuol dire che è un processo nato morto e senza senso, puramente virtuale, come tutti sanno e ben pochi dicono, sicché il cittadino Silvio Berlusconi la farà franca per l’ennesima volta, com’è coerente che sia sotto i cieli di Puffonia: un Paese moralmente analfabeta e dotato di un buffonesco sistema giudiziario, ritagliato sulla stazza dei criminali in doppiopetto.
Democrazia e illegalità
Novembre 2, 2006 on 3:11 pm | In Libertà, Legalità | 3 Comments
La democrazia - scriveva Vittorio Foa - è quella cosa che se senti bussare alla porta all’alba è sempre il lattaio. Ma qualche eccezione c’è. Può capitare, nella democratica Italia 2006, di essere svegliati all’alba non dal lattaio ma da agenti di polizia giudiziaria con tanto di mandato di perquisizione, e sentirsi rivolgere questa bizzarra accusa: aver pubblicato un documento - tutt’altro che clandestino - sulle infiltrazioni mafiose nell’Asl di Locri. Un documento che descrive l’inquietante contesto dell’omicidio Fortugno e racconta il marciume della pubblica amministrazione in Calabria. La procura di Reggio Calabria avrebbe potuto risparmiarsi questo errore marchiano: il nemico è la ‘Ndrangheta, non chi la denuncia. Ecco il resoconto di Roberta Anguillesi e Marco Ottanelli. Solidarietà a tutto lo staff di Democrazia e Legalità.
“Ci hanno sequestrato i computer. Siamo tristi.
Qua nessuno fa l’indomito eroe. La perquisizione alle prime ore del giorno del 27 ottobre, il sequestro dei computer e di altro materiale, il vagare per casa di impeccabili poliziotti della Polizia Postale NON ci ha fatto piacere. E non siamo “sereni e tranquilli”: siamo un tantino nervosi,sì.
Mentre scriviamo, e aggiorniamo il sito grazie all’aiuto e alla collaborazione di amici fidati, i nostri hard disck giacciono chissà dove, sezionati fin nel midollo da una sorta di autopsia informatica. Che amarezza.
Quando abbiamo ricevuto la “visita” dormivamo della grossa, ognuno nella sua privata abitazione. Chi non ha mai avuto una perquisizione, come noi, non è preparato all’evento: ti ritrovi in pigiama davanti a distintivi e lunghi mandati che non hai il tempo materiale di leggere, confuso come sei, mentre domande e richieste si affollano nella tua mente assonnata. In poche parole, ci hanno contestato un reato di “concorso”, ovvero di complicità, con un pubblico ufficiale che - in ipotesi- ci avrebbe passato la relazione di Locri. Un pubblico ufficiale, per quanto ci riguarda, del tutto inesistente, perchè il documento circolava (uh, se circolava!) da molti mesi negli ambienti giornalistici e non. Questo fantomatico pubblico ufficiale, sempre nella ipotesi della Procura di Reggio, ci avrebbe dunque incontrato (ma dove? In Calabria?) e ci avrebbe passato il materiale, come in una delle peggiori spy story, in una notte buia e tempestosa battuta dal vento dello stretto. Invece come e quando e da chi e con che mezzo l’abbiamo avuto, il documento, è noto alla polizia stessa, che lo ha dedotto con un paio di click sui nostri PC.
Le ore passano lente, mentre sei perquisito ed indagato. Venerdì 27 sono passate lentissime. Mentre Marco seguiva in caserma ispettore ed agenti, e Roberta rimaneva invece in loco, partivano le prime agenzie sull’episodio, e la notizia si spargeva grazie all’intervento di Veltri e di tanti amici.
Portarci via gli hard disck, oltre che privarci del nostro strumento di lavoro, ci ha privato anche delle nostre capacità di comunicare e di tutti i nostri dati - professionali o strettamente personali - memorizzati su quei supporti magnetici così preziosi e ritenuti così “scottanti”.
Non sappiamo perchè possano essere considerati scottanti e neanche perchè debbano essere confiscati: internet è la cosa meno segreta del mondo, e ogni traccia della nostra attività era stata accuratamente analizzata (email mandate e ricevute, pubblicazione su internet, collegamenti con siti ecc.), anche a seguito di una precedente spedizione della Polizia dal nostro server, a Pisa.
Cosa possiamo dire, nella nostra posizione di indagati? Siamo innocenti. Sembra una banalità, ma è proprio così: non abbiamo commesso alcun reato e alcun illecito, tantomeno quello che ci viene attualmente contestato. Il fatto che la relazione Basilone sia tuttora reperibile online, e che sia tuttora leggibile proprio sul nostro sito, dimostrano che non era, non è e non è stato necessario oscurarla o nasconderla.
Oltretutto, è un bel pezzo di verità, che doverosamente deve essere conosciuta, anche da coloro che vi sono citati direttamente per nome e cognome, visto che - magari a loro insaputa - erano stati ritenuti “noti pregiudicati”. Chi si occupa di informazione sa perfettamente che l’informazione è sempre utile, sempre, ma talvolta scomoda. Forse stavolta era scomoda.
La nostra sensazione è che si tratti, come si dice nel gergo della mala, di un equivoco. Dovremmo uscirne presto, e con le ossa intere. Certo, ci sentiamo un po’ violati e un po’ stressati. Ma dalla Procura di Reggio, confidiamo, arriverà il chiarimento in tempi brevi (almeno altrettanto brevi dell’operazione di sequestro). Ora rivogliamo i nostri computer, il nostro materiale, la nostra dignità.
Sappiamo di non essere soli e di non essere isolati, e questo dà molto conforto.
Però siamo tristi, come abbiamo detto nel titolo, perchè abbiamo assistito, stavolta in prima persona, ad un’altra sconfitta dello Stato. Ogni volta che lo Stato, infatti, per proteggere sè stesso, i propri cittadini, per raggiungere la verità su fatti criminali o illeciti amministrativi, ogni volta che lo Stato, per combattere la criminalità e le deviazioni è costretto a segretare, confiscare, sequestrare, apporre sigilli, nascondere e occulatare, ebbene, ogni volta che questo capita, è una sconfitta per lo Stato stesso e per noi tutti. Dalla grande e tragica vicenda del segreto di Stato sul rapimento di Abu Omar, dalla grave e pesante vicenda dei fascicoli sui “nemici di Berlusconi” da “disarticolare” (tra i quali c’era anche - incidentalmente - il direttore di questa testata) fino alla vicenda piccina che ci coinvolge, alla chiarezza e alla verità si contrappone puntualmente la nebbia e il mistero. Peccato, peccato, peccato”. (Roberta Anguillesi e Marco Ottanelli)
Lettera da Suzhou
Novembre 2, 2006 on 2:09 pm | In Informazione | No Comments
L’amico Tony Lentini, reduce da un viaggio in Cina, mi ha mandato questa letterina.
Ciao Piero,
i cinesi sono dei grandi copiatori. Che male c’è? Copiare richiede obbedienza e perseveranza. Copiare significa soprattutto avere l’umiltà di riconoscere che qualcuno fa qualcosa meglio di te.
A Suzhou hanno copiato sicuramente dagli americani: le strade a sei corsie, il gusto per le automobili lunghe (nessuno vuol guidare le utilitarie), le aree industriali. Copiano anche dai tedeschi, o meglio: lasciano che i tedeschi organizzino una copia dell’Oktoberfest e vestano gracili cameriere locali come fossero donnone bavaresi. Hanno copiato dagli italiani: a parte la furbata di chiamare Suzhou la Venezia dell’est per via dei canali, ci hanno copiato nel modo fatalistico d’affrontare gli incroci, nell’abuso del clacson, nella sfrontatezza con cui intortano i turisti, nell’entusiasmo da boom economico.
La mia impressione è che i cinesi si sforzino di piacere agli occidentali, mentre tra di loro si trattano come abusivi beccati senza documenti.
Sembra che le persone vivano chiedendosi se stanno recitando bene la propria parte e che lo straniero sappia la risposta.
Ho visto gente fare la parte della prostituta, del manager, della fidanzata capricciosa e fissata con lo shopping, del tassista, del borghese al parco con la famiglia la domenica pomeriggio…
Esattamente come da noi, ma lì queste persone facevano il proprio lavoro con un’ingenuità e un divertimento che noi non abbiamo più.
Il capitalismo pare proprio fatto per loro, lo abbracciano senza condizioni, ne vogliono sempre di più. Sono andato a correre alle sei e mezza del mattino e ho visto centinaia di giovani ben vestiti aspettare l’apertura dell’ufficio di collocamento per trovare un lavoro migliore.
Quando sono arrivato mi sono chiesto perché europei e americani siano venuti qui a costruire un nuovo mondo invece di migliorare i loro paesi. Certo lo fanno per via dei costi ridotti, dell’enorme potenziale del mercato e quant’altro. Ma io credo che gli occidentali investano qui anche perché i cinesi li fanno sentire degli esperti, dei pionieri, dei portatori di sviluppo a cui è bene dare retta.
Probabilmente questa fase finirà presto e i cinesi faranno di testa loro.
Anzi, stanno già facendo di testa loro. Il germe della ribellione è contenuto in tutti i comportamenti che ai miei occhi erano strani. Dai cinesi di Suzhou ho imparato per esempio che i ragazzini possono portare in giro le morose su silenziosi scooter elettrici senza per questo sentirsi meno virili.
Anche i carretti della frutta, le biciclette e i pedoni possono viaggiare in autostrada, basta che la corsia d’emergenza sia larga abbastanza. Si può guidare rispettando i limiti di velocità.
Forse finiremo col mangiare cose che oggi non consideriamo commestibili.
Vorrei tornare a Suzhou tra due anni: i quartieri nuovi della città sono ancora troppo vuoti e spopolati e sono curioso di vedere che tipo di società riuscirà a riempirli.
(Antonio Lentini)
Il mese dei vivi
Novembre 1, 2006 on 3:56 pm | In Politica | 3 Comments
Avevamo indicato la necessità di una ripartenza, per così dire “girotondina”.
Bene, qualcosa si muove. Sabato 11 novembre a Roma gli amici di Libera Cittadinanza hanno fissato una giornata di dibattito. Temi: legge sul conflitto d’interessi, riforma elettorale, leggi vergogna e riforma della Giustizia, informazione, Costituzione. Tra i relatori: Gherardo Colombo, Marco Travaglio, Giovanni Sartori, Pancho Pardi, Antonio Padellaro, Elio Veltri, Rita Borsellino, Paolo Flores D’Arcais e altri ancora. Il programma completo della giornata, intitolata “A occhi aperti - per una critica costruttiva”, lo trovate sul sito www.liberacittadinanza.it, insieme a un lungo articolo di presentazione dell’iniziativa, uscito ieri sul Corriere della Sera, a firma Paolo Conti, che proprio non ce la fa ad astenersi dalle consuete spigolature da lavatoio, tipo: Nanni Moretti c’è o non c’è?
Lunedì 27 novembre altro appuntamento, a Milano. Lo stiamo organizzando con Edda e Alberto del gruppo storico delle gloriose GIrandole, per rispondere a un rovello: moriremo berlusconiani? Ovvero: cambierà mai qualcosa in questo Paese in tema di legalità, Giustizia, informazione, trasparenza ed etica pubblica? I materiali dei primi sei mesi di “governo amico” li abbiamo sotto gli occhi e non sono confortanti.
Relatori: Furio Colombo, Nando Dalla Chiesa, Marco Travaglio, Tana De Zulueta, e un esponente della magistratura di cui non posso ancora fare il nome. L’appuntamento è alla Camera del Lavoro, alle ore 20,30. Presto il programma completo.
Più saremo, meglio sarà. Chi vuol dare una mano, me lo dica.
In prospettiva frulla ancora il pensiero di una grande manifestazione, in stile Palavobis, ma occorre verificare interesse e partecipazione.
Questa opera è pubblicata da Piero Ricca sotto una Licenza Creative Commons
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