Stefania Craxi
Marzo 20, 2007 on 6:25 pm | In Politica | 16 Comments
Questa volta non ci sarò. Di solito le commemorazioni craxiane milanesi non me le perdo. Ho un debole per Stefanietta Craxi. per quel suo ostinato mix di commozione filiale e violenza verbale. Non resisto alla tentazione di contestarle quella faccia. Le è bastata per entrare in parlamento sotto l’insegna del partito padronale. Anche la platea, sempre la stessa, è un bello spettacolo. Difficile trovare tante anime servili riunite in un solo luogo a parlare di giustizia e libertà. Mi diverto a interpellarli e loro s’indignano. Ogni tanto chiamano la polizia. Non va giù ai neocraxiani che uno ricordi la corruzione dilagante della banda Craxi. Le stecche che arrivavano nelle valigette. I funzionari di partito messi nelle aziende pubbliche a lucrare su ogni traffico. I costi delle opere pubbliche che lievitavano perché una pletora di squaletti doveva strappare la sua parte. La sbruffoneria di chi ostentava denari e privilegi rapinati con la certezza dell’impunità. Le condanne penali definitive. Le prime leggi su misura a favore del Buffone. La distruzione del partito che fu di Nenni e Pertini. Non sopportano, i nostalgici del grande statista-latitante, che qualcuno conservi memoria dei fatti. E si prenda la briga di sbatterglieli in faccia. Non riescono a comprenderne il motivo, pensano che si tratti di accanimento personale. Al contrario, per essere libero di esercitare le mie critiche ho chiuso delle frequentazioni con persone di quell’ambiente. Ma certa gente non può capire che qualcuno all’amicizia preferisca la verità. Questa volta non ci sarò, per impegni fuori città. Ma ci saranno alcuni amici di Qui Milano libera. Hanno preparato un volantino dal titolo: TUTTI INNOCENTI ? con testi di Gherardo Colombo e Sandro Pertini.
Dopo anni di battaglie sul campo, inizio a delegare anch’io. Anziché compiacermene, me ne dolgo. So che è meglio “spersonalizzare” le iniziative. E tuttavia vorrei essere lì con loro. In nome di quei socialisti che in galera ci sono finiti davvero. Per antifascismo, non per corruzione. Ricapiterà. Seguirà video.
La Marcia
Marzo 20, 2007 on 11:31 am | In Politica | 5 Comments
Finalmente si parla di legalità. La signora Letizia Brichetto Moratti ha convocato per lunedì 26 marzo un corteo per dar voce all’indignazione popolare e richiamare il governo alle sue responsabilità. Ci dev’essere un equivoco: per la moglie del petroliere “legalità” vuol dire soltanto meno furti e rapine, non -per dire - meno pregiudicati nelle istituzioni. Interessante anche il ribaltamento dei ruoli. Un tempo le manifestazioni le organizzavano gli oppositori, e magari venivano accusati di disfattismo. Ora le organizzano i sindaci, dopo essere stati cinque anni al governo. Capita anche questo dove la memoria dura un giorno.
Bene, il gruppo Qui Milano libera aderisce alla marcetta con vivo entusiasmo. La sicurezza è un tema troppo importante per lasciarlo a chi gira con trenta body guard. Legalità è parola troppo seria per lasciarla alla banda d’Arcore.
Il nostro compito sarà duplice:
1 Ricordare gli impegni, le promesse e i “risultati” in tema di “città più sicure”, sbandierati dalla Casa morattian-berlusconiana
2 Chiarire il senso della Legalità. Lady Moratti dimostra di ritenere che sia solo un problema di lotta alla criminalità da periferia. Noi riteniamo che sia anche un problema di corruzione dei quartieri alti. Anzi l’impunità del potere dà cattivo esempio e crea le condizioni per l’accanimento verso i deboli.
Dunque eserciteremo il nostro diritto al corteo di lotta e di governo. Manifesteremo pacificamente, in rappresentanza delle tante persone perbene che in questi anni loschi sono state umiliate da leggi su misura e affarismo di Stato, vicini idealmente a tutti gli extra-comunitari onesti e laboriosi, per esempio alle migliaia di loro che a fine mese dovranno chiudere i propri negozi di telefonia internazionale e internet point per effetto di un editto del “governatore” Formigoni.
Esporremo qualche cartello, con slogan come questo:
BASTA SCORTE AI POTENTI PREGIUDICATI
Dimezzare gli stipendi degli amministratori delle aziende municipali per creare un fondo comunale anti-crimine; togliere le scorte a manager e politicanti pregiudicati o prescritti o condannati in primo e secondo grado e utilizzarle per la sicurezza: queste sono alcune nostre proposte. Nessuna dica che sappiamo solo criticare.
Realizzeremo anche un filmetto: Titolo: La Marcia. Ci aggiorniamo per i dettagli.
Francesco Sylos Labini
Marzo 19, 2007 on 3:46 pm | In Democrazia, Legalità | 8 Comments
Francesco Sylos Labini mi ha inviato questo messaggio. Lo pubblico di seguito, insieme alla mia risposta.
Caro Piero,
mi hanno segnalato il tuo scambio con Ferruccio De Bortoli, che ho letto con piacere.
Ti segnalo che abbiamo organizzato un’associazione dedicata a mio padre, a cui magari potresti essere interessato: www.syloslabini.info.
Ti invio inoltre questo articolo che ho scritto da poco.
Cari Saluti, Francesco
Caro Francesco,
leggo solo ora e ti ringrazio del messaggio.
De Bortoli è abile nel parlar d’altro e nel ricoprire tutte le posizioni: onora Andreotti e stima Tuo padre. Troppo comodo.
Quando a quel convegno Andreotti evocava Sindona-assassino di Giorgio Ambrosoli, con una decina di amici eravamo fuori dalla Bocconi a ricordare l’accertata collusione con la mafia del senatore a vita.
Ti informo che il professor Moro dell’Università di MIlano mi ha segnalato una sua iniziativa che prevede tra l’altro una petizione popolare in sostegno a una proposta dettagliata di codice etico per i partiti: ha accolto la mia idea di intitolarlo alla memoria di Tuo padre. Se ti interessa vi metto in contatto.
Negli ultimi tempi si sono fatti avanti alcuni ragazzi svegli e questo mi ha ridato fiato. Se vuoi possiamo provare a organizzare insieme una serata a Milano, magari anche con Gherardo Colombo.
A presto, Piero
Telenordest
Marzo 18, 2007 on 8:42 pm | In Informazione | 11 Comments
Rosanna Sapori conduce da Padova ogni martedì una trasmissione di due ore in diretta su Telenordest, emittente visibile in Veneto, Friuli e parte del Trentino. Ieri Rosanna mi ha invitato a parteciparvi. Abbiamo fissato per martedì 10 aprile. Secondo l’invito la trasmissione sarà dedicata interamente alle mie iniziative di informazione e critica. Filo conduttore: il dovere civile di alzare la testa (e la voce). Per aiutare la memoria mi porterò un baule pieno di ritagli stampa, volantini e cartelli. Saranno con me gli amici del gruppo Qui Milano libera, che sì è riunito di recente dandosi un ambizioso piano di battaglia. Verranno trasmessi alcuni nostri video. Ci sarà spazio per spiegare le nostre buone ragioni e rispondere a sms e telefonate del pubblico. Incontrerò entro fine mese la conduttrice per concordare i dettagli. Durante la trasmissione vorrei lanciare un’iniziativa riguardante il Nordest e il Veneto in particolare. Chi ha proposte si faccia avanti. Ci aggiorniamo.
Gherardo Colombo
Marzo 17, 2007 on 11:59 am | In Politica | 28 Comments
Gherardo Colombo lascia la magistratura. Non ne può più dello sfascio. Vuole dedicarsi ai giovani. Le sue motivazioni in questo articolo sul Corriere della Sera di oggi.
Emoziona imbattersi ogni tanto in una persona seria.
dal Corriere della Sera del 17 marzo 2007
Colombo, addio alla magistratura «Vedo i corrotti riabilitati ora andrò in mezzo ai giovani» - di Luigi Ferrarella
«Mi sono convinto che, affinché la giurisdizione funzioni, è necessario esista una condivisa cultura generale di rispetto delle regole». E invece in Italia «quella tra cittadino e legalità è una relazione sofferta, la cultura di questo Paese di corporazioni è basata soprattutto su due categorie: furbizia e privilegio. A questo punto del mio percorso di vita, quello che voglio fare è invitare in particolare i giovani a riflettere sul senso della giustizia. E’ una scelta del tutto personale, oggi mi sento più adatto a questo impegno che a quello di giudice».
Dentro il giudice Corrado Carnevale, fuori il giudice Gherardo Colombo. Depurato da coincidenze temporali e rispettivi profili professionali, in termini puramente numerici è uno scambio alla pari: uno (il giudice assolto dall’accusa di mafia, il collega del “Falcone è un cretino”) è riammesso dal Csm in magistratura (dove da presidente di sezione di Cassazione resterà sino a 83 anni); l’altro (con Turone il giudice della scoperta della loggia P2 e del delitto Ambrosoli, con Di Pietro il pm di Mani pulite, con Boccassini il pm dei processi Imi-Sir/Lodo Mondadori/Sme ai giudici corrotti da Previti), dà le dimissioni da magistrato ad appena 60 anni, 15 prima della pensione. Con una lettera presentata, in sordina, al Csm e al Ministero della Giustizia a metà febbraio, nei giorni delle stanche rievocazioni del 15esimo anniversario dell’inizio di Mani pulite.
Non è una resa, dice, non c’è sfiducia nel lavoro di 33 anni in toga, né tantomeno ci sono porte da sbattere o superbe prese di distanza da coloro che invece restano con la toga addosso, convinti che far bene il proprio lavoro quotidiano contribuisca a migliorare da dentro il sistema: «Ci mancherebbe altro, anche l’amministrazione della giustizia è indispensabile». Anche, dice però Colombo. Prima, un «prima che magari non è cronologico ma sicuramente concettuale», spiega di essersi reso conto che, per crederci ancora, ha bisogno di sentire esistere un prerequisito: «La giustizia non può funzionare senza che esista prima una condivisione del fatto che debba funzionare».
La scelta di dedicarsi a questo obiettivo nasce da «un rammarico: il verificare come la giustizia sia l’unica sede nella quale si pensa che debbano essere accertate le responsabilità. Oggi, chiunque dica al mattino una cosa e la sera il contrario, è irresponsabile di entrambe le dichiarazioni. Ma lo strumento del processo penale è inadeguato a riaffermare la legalità quando l’illegalità sia particolarmente diffusa e non esistano interventi che in altri campi vadano nella stessa direzione. Diventa una spirale, crea sfiducia e disillusione».
«E’ incredibile vedere quanto le persone siano coinvolte da questi contatti, da fuori è davvero inimmaginabile», si infervora Colombo raccontando di incontri «programmati per due ore e dove invece devo fermarmi per tre»; di centinaia di persone che magari vengono in un teatro o in una biblioteca all’antivigilia di Natale e quindi non certo perché non sanno cosa fare»; di «ragazzi che succede spessissimo restino con la bocca aperta» a sentire eventi della vita del loro Paese fondamentali, ma che nessuno mai gli aveva raccontato. «Bisogna dar loro due cose: metodi e informazioni», ritiene Colombo, che, sostenuto anche dall’esperienza di tanti incontri in tema di corruzione, tecniche investigative, assistenza giudiziaria internazionale, ai quali è chiamato particolarmente all’estero, si propone ora di impegnarsi in questa direzione «sia attraverso contatti diretti, sia scrivendo che occupandomi di editoria: va comunicato il profondo perché delle regole e il come farle funzionare; occorre colmare la carenza di informazione non solo sui fatti, ma anche sulla concatenazione dei fatti e del pensiero; è necessario individuare le premesse e rendere evidenti le loro conseguenze, sottolineando la necessità di coerenza, in modo da dare risposte stimolanti alla tanta voglia di approfondire questi temi».
E si intuisce che, rapportata a sé, è proprio questa esigenza di “coerenza” a spingere ora Colombo a lasciare l’amministrazione della giustizia.
Non ci crede più, non crede che si possa aumentare il tasso di legalità attraverso l’uso dello strumento giudiziario, quando nulla cambia all’ esterno.
Da fuori forse sì, gli sembra possibile: «A questo punto della vita mi sono convinto che può esistere giustizia funzionante soltanto se esiste un pensiero collettivo che in primo luogo individui il senso della giustizia nel rispetto degli altri; che poi ci rifletta; e che infine, se ne viene convinto, arrivi a condividerlo. Si tratta di confrontarsi con i fondamenti della nostra Costituzione, il riconoscimento e la tutela dei diritti fondamentali e l’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge». Mentre l’amministrazione reale della giustizia, quella che oggi a suo avviso arranca «senza una cultura condivisa delle regole, diventa qualcosa di estremamente difficoltoso, addirittura per certi versi eventuale, fonte essa stessa di giustizia casuale e quindi paradossalmente di ingiustizia», nel marasma di «una grande disorganizzazione e con scarsi mezzi».
Da questo punto di vista, per paradosso, «l’esperienza in Cassazione è stata per certi versi inaspettatamente confermativa: un impressionante numero di cause da trattare in poco tempo, scarsi mezzi, mancanza di stanze».
Il tutto accompagnato da una sensazione di «ineluttabilità» alla quale «si rassegna» chi pure lamenta «le cose che non funzionano», ultima goccia del cocktail che ora a Colombo fa dire: «Dare così poca cura a un’attività cruciale per l’amministrazione della giustizia è stata, per me, la definitiva conferma che c’è anche altro da fare».
Altro rispetto ai processi. E prima dei processi: la condivisione delle regole. E qui sembra affiorare l’eco di una sconfitta, l’unica forse avvertita come davvero bruciante dall’ex pm di Mani pulite: corrotti e corruttori rientrati nella vita pubblica, o direttamente (votati) o indirettamente (nominati), comunque legittimati dai cittadini.
Colombo si sente “tradito” dal “popolo” nel cui nome ha amministrato giustizia? «Piuttosto, sono contrariato nel vedere come la legalità, per questo Paese, sia ancora qualcosa che ha poche chances». Tra le concause, dice, « ha pesato il mutato atteggiamento dei media, le falsità dette contro le nostre indagini e talora contro di noi. Ma credo ci sia stato anche un altro elemento importante. All’inizio le indagini hanno coinvolto i livelli più alti della politica e dell’imprenditoria, perché nei loro confronti erano allora emersi gli indizi: persone lontane anni luce dal cittadino comune. Poi, però, man mano che le indagini progredivano, sono comparsi anche fatti attribuibili a persone comuni: al maresciallo della Finanza, al vigile dell’Annonaria, al primario dell’ospedale, all’ispettore dell’Inps, al medico e ai genitori dei figli alla visita di leva, alla cooperativa di pulizie. E qui, ecco che l’atteggiamento della cittadinanza è cambiato».
E voi magistrati siete finiti fuori mercato perché offrite un prodotto (la legalità) per il quale non c’è domanda? «Anche qui la misura della legalità è il rispetto dei principi costituzionali. Di legalità non c’è n’è abbastanza. Sono molti, per fortuna, coloro ai quali interessa la legalità, che vuol dire piena attuazione dei principi costituzionali della tutela dei diritti fondamentali e dell’uguaglianza di fronte alla legge. Ma non sono ancora abbastanza. E soprattutto, hanno una scarsissima rappresentanza, non trovano voce sufficiente. In alcuno dei due schieramenti». Colombo lo ricava «dal fatto che, altrimenti, sulla legalità sarebbero state fatte delle battaglie. E dico sulla legalità, non sul fatto che il signor Tizio o il dottor Caio siano colpevoli o innocenti: ad esempio sulla modifica delle regole del processo, per renderlo più agile e rapido; sulla dotazione di strumenti che consentano ai giudici di svolgere meglio la propria funzione; sulla cura della preparazione professionale».
E’ questo il fronte che ora sembra prioritario a Colombo. Il quale, a sorpresa, non ha tanta voglia di voltarsi per toccare con mano l’esito delle sue inchieste: «Vogliamo essere spietati? Sono magistrato dal 1974, per 3 anni giudice, poi da inquirente mi è capitato di occuparmi della loggia P2, dei fondi neri dell’Iri, di Tangentopoli, della corruzione di qualche magistrato. Alla fine — a parte la dovuta definizione giudiziaria delle singole posizioni —, i risultati complessivi di questo lavoro quali sono stati? Tra prescrizioni, leggi modificate o abrogate, si è sostanzialmente arrivati a una riabilitazione complessiva di tutti coloro che avevano commesso quei reati. Con un livello di corruzione percepita che non si è modificato. E, soprattutto, con una rinnovata diffusione del senso di impunità prima imperante». Cambiare dall’interno, no? «Dovrebbe davvero cambiare tutto». E invece, «possibile che per selezionare i capi di uffici giudiziari di dimensioni pari a una grande azienda, continuiamo a fare le scelte, quando va bene, sulla base della capacità di condurre indagini o scrivere belle sentenze, qualità che nulla hanno comunque a che fare con la capacità di organizzare un ufficio? Anche a proposito delle questioni disciplinari, siamo sicuri che, nonostante tutti gli sforzi, pur fatti, non si potesse fare ancora di più per evitare che qualche magistrato fosse avvertito come arrogante o non sufficientemente dedicato alla sua funzione?».
Per Colombo «l’Italia è un paese di corporazioni che per prima cosa si difendono autotutelandosi (ha presente l’espressione “cane non mangia cane”?)». E pur se «la magistratura mi sembra, tutto sommato, la migliore» di queste corporazioni, «anche al suo interno si avverte la tentazione di cedere alla stessa logica: la difesa della categoria, prima che dell’organizzazione, della disciplina, della laboriosità; con il rischio di isolamento per chi pensa il contrario».
La decisione di guardare alle regole da una posizione diversa — confessa Colombo, ieri in Procura a salutare alcuni colleghi — «non è stata facile e continua ad essere molto sofferta. Non soltanto perché questo lavoro ha assorbito buona parte della mia vita, ha accompagnato la nascita dei miei figli, la morte dei miei genitori, è stato intriso di eventi di dolore squarciante (come gli assassinii, proprio qui a Milano, di Guido Galli e Emilio Alessandrini, e dei colleghi eliminati da terrorismo e mafia); ma anche perché tanti sono i colleghi, dai quali mi separo, che con cura, attenzione e direi ostinazione non hanno fatto altro che cercare di rendere giustizia. Ma a mio parere, perché non sia un compito immane, occorre anche altro: che l’atteggiamento verso le regole cambi anche fuori dai palazzi di giustizia».
L’appello di Agnoletto
Marzo 16, 2007 on 1:14 pm | In Politica | 8 Comments
Fa impressione la sottovalutazione dell’Aids. In Africa stermina milioni di vite. In Italia la situazione non è sotto controllo. Secondo stime dell’istituto superiore di sanità, a novembre 2006 erano almeno 130 mila i cittadini residenti in Italia con il virus Hiv. I casi di Aids che hanno già causato un decesso sono 40 mila. Nel 2005 i nuovi casi di infezione diagnosticati sono stati 3500. E riguardano in prevalenza eterosessuali. Con la malattia si convive di più, anche molti anni: e questo fatto aumenta il rischio di contagio, specie se l’azione di prevenzione e informazione rallenta fino a esaurirsi, com’è avvenuto negli ultimi anni. Un capitolo a parte è la ricerca. Le grandi aziende farmaceutiche sono interessate a vendere farmaci piuttosto che a trovare un vaccino. Sui costi dei farmaci e sulla gestione dei brevetti i governi dei cosiddetti paesi evoluti si fanno dettare la linea dalla potente lobby farmaceutica. L’Italia brilla per la sua inadempienza agli impegni presi con il Fondo Globale di contrasto ad aids, malaria e Tbc. Il Buffone s’era gonfiato il petto, mentre al G8 di Genova per le strade infuriava la battaglia, con l’impegno a favore di una globalizzazione solidale. Ma anche in questo caso non ha mantenuto la parola. Infatti il nostro governo è il più indebitato con il Fondo. Anche Prodi fino ad ora ha fatto orecchie da mercante. Se non paghiamo 260 milioni di euro (più venti milioni di arretrato 2005) entro fine marzo, c’è il rischio di essere cacciati dal programma Onu di lotta alle malattie infettive. Poco male, si dirà. Ma è anche da questi dettagli che si giudica una nazione. Qualche settimana fa ho intervistato sul tema Vittorio Agnoletto, che con don Ciotti e Alex Zanotelli ha rivolto un appello a Prodi. Il quale, il giorno dopo la pubblicazione dell’intervista, ha bofonchiato alla Camera di voler pagare il debito, ma fino ad ora ai bofonchii non sono seguiti i fatti. I soldi per Tav e inceneritori si trovano. Contro l’Aids no. Mancano quindici giorni alla scadenza. Per leggere e sottoscrivere l’appello cliccate qui.
Post scriptum
Per inviare mail al dottor Caltagirone (vedi post di ieri), questo è l’indirizzo:
dir.generale@ospedale.lecco.it
L’intervista
Marzo 15, 2007 on 12:45 pm | In Informazione | 40 Comments
Pietro Caltagirone
La notizia è questa: viviamo nel Seicento di Manzoni. L’ossequio al potentucolo di turno è la regola. Il quieto vivere è l’ambizione. Il conformismo è il precetto. Chi non ci sta è identificato come un individuo socialmente pericoloso. Un provocatore. Da rieducare in fretta. Ieri sono andato a Lecco, dove ho moderato un dibattito sui conflitti di interesse. E ho raccolto questa piccola storia di ordinaria bassezza.
Duccio, il ragazzo di diciotto anni che con i grillini lecchesi ha organizzato la serata, qualche giorno fa ha chiesto un’intervista al direttore dell’azienda ospedaliera lecchese, il dottor Pietro Caltagirone, formigoniano in carriera. L’intervista viene accordata. Duccio si presenta con due sue amiche. Il dottor Caltagirone parla per quaranta minuti davanti alla videocamera. Durante l’intervista prende atto che i ragazzi non sono venuti ad omaggiarlo. Sono informati sul suo passato. Compresi i suoi diversi processi penali e amministrativi per gravi imputazioni. Hanno letto la sentenza definitiva che lo condanna a due anni per falso e abuso d’ufficio, in un contesto torbido di interessi personali e favoritismi al Niguarda di Milano. Gli rivolgono perfino domande non compiacenti: inaudito. Caltagirone risponde, cerca di rimanere freddo, gli si inturgidisce e arrossa soltanto un po’ il collo per lo sdegno. Nella conversazione si parla di questione morale, deontologia professionale, rapporti fra aziende sanitarie e partitica, criteri delle nomine ai luoghi di comando. Lecito, in un paese normale. Non nell’Italia di don Rodrigo e don Abbondio. Al momento dei saluti infatti l’intervistato ha un ripensamento e intima ai ragazzi: questa intervista non potete pubblicarla, Io non vi rilascio la liberatoria. Non s’è piaciuto e se l’è presa con lo specchio.
I ragazzi lo rassicurano e se ne vanno. Ma la storia ha uno strascico. Il giorno dopo il dottor Caltagirone si premura di telefonare al preside del liceo frequentato da Duccio. Gli racconta di aver accettato l’intervista solo perché gli era stata presentata come un’esercitazione scolastica: e dunque - nella sua testa di manager ciellino - doverosamente innocua, anzi compiacente. Fa la vittima. E poi rinnova l’intimazione: quella registrazione non deve essere pubblicata in alcun modo. Il preside, non proprio un cuor di leone a quanto sembra, convoca Duccio e, anziché fargli i complimenti, gli ordina di scrivere una mail che esoneri la scuola da qualsiasi coinvolgimento. Alla fine la liberatoria l’ha dovuta rilasciare l’intervistatore, reo di aver rivolto alcune domande non gradite a un direttore generale pregiudicato. Per fortuna Duccio è un allievo indisciplinato e non metterà a frutto questa lezione di “umiltà”. Il Tg4 può attendere.
Put off
Marzo 14, 2007 on 12:21 pm | In Politica | 12 Comments
“La Russia ha già avuto governanti di questa risma. Ed è finita in tragedia. In un bagno di sangue. In guerre civili. Io non voglio che accada di nuovo”.
Anna Politkovskaja
Ieri e oggi lo spregevole individuo di nome Vladimir Putin è in visita a Puffonia. Stringe mani, anche di testimoni di dio. Accenna sorrisi. Riceve onori. Parla di gas e petrolio. Elenca le conquiste nei campo dello sviluppo economico e della stabilità della democrazia. Risponde alle rituali, sommesse domande sui diritti civili. Sempre pronto a rinfacciarci che in fondo la Mafia è un’invenzione italiana. La Russia di oggi è uno Stato dominato da un’oligarchia mafiosa che lucra su ogni affare e tiranneggia un popolo. Il Kgb fornisce uomini e mezzi. Putin fa da supremo garante. Ma non si può dire. Se lo dici in Russia, ti sparano. Se lo dici in Europa, ti prendono per uno che non capisce come gira il mondo. Ancora la chiamano realpolitik o ragion di Stato. In realtà è un’evoluzione del crimine organizzato. Significa che il denaro, il gas e il petrolio sono più importanti della vita umana, per esempio degli oltre duecentomila ceceni uccisi in dieci anni, o degli oltre duecento giornalisti massacrati insieme alla libertà di informazione. Non so voi, ma io per queste cose ancora ci soffro e m’indigno.
Poi c’è chi ci mette del suo. Per esempio i governanti di Puffonia. Il Buffone qualche anno fa garantì che il genocidio ceceno era una “leggenda”, essendo Putin un sincero democratico. Poi si scoprì che era interessato alla distribuzione del gas russo in Italia: soldi sicuri e senza sforzo. Romano Prodi ieri l’ha superato, dichiarando che con l’ex colonnello del Kgb, un criminale di Stato, ha una totale convergenza di pensiero, “una visione comune che va ben oltre la politica”. Che bassa stima questa gente deve avere di sé. E che precisa valutazione delle facoltà morali e intellettuali dell’uditorio.
Per non dimenticare, qui trovate l’ultima intervista di Anna Politkovskaja alla Stampa
Poat scriptum
Questa sera sarò a Lecco a “moderare” un dibattito. Se i ragazzi che l’hanno organizzato me lo permetteranno, benché non sia strettamente inerente al tema della serata, leggerò un testo di Anna Politkovskaja.
Direttore gentiluomo
Marzo 13, 2007 on 9:31 pm | In Politica | 11 Comments
Ferruccio De Bortoli
Un senatore a vita rievoca in pubblico il mandante dell’omicidio di un galantuomo. E la platea, compresi i “giornalisti” in cattedra, ascolta in silenzio e poi ride di gusto.
Anche questo capita a Puffonia.
Ecco lo scambio di mail che ho avuto al riguardo con Ferruccio De Bortoli, direttore del Sole 24 Ore.
Egregio Direttore De Bortoli,
qualche giorno fa, nel corso di una conferenza all’università Bocconi alla quale era presente anche Lei, il senatore a vita Giulio Andreotti ha rievocato la figura di Michele Sindona con
parole di stima, omettendo di ricordare che questo bancarottiere
legato alla mafia fu condannato come il mandante dell’omicidio di
Giorgio Ambrosoli, prima di sorseggiare l’ultimo, fatale caffè.
Nessuno in sala ha ritenuto di obiettare alcunché. Anzi, la platea poco dopo si è sciolta in un caloroso applauso per non so più quale motto di spirito. Viene da pensare che molti in quella sala non avessero memoria di quei brutti intrighi degli anni settanta.
Ma Lei, egregio Direttore, di certo sa e ricorda.
Ecco perché vorrei chiederLe un giudizio su questo fatto.
Davvero tutto dev’essere sempre permesso, in quanto assorbito nel campo delle legittime opinioni, a un personaggio già
descritto da una sentenza definitiva della giustizia italiana come
vicino ad ambienti mafiosi? A me quell’evocazione è sembrata una provocazione offensiva nei confronti di un simbolo dell’Italia civile.
E a Lei, egregio dottor De Bortoli?
Piero Ricca
Risposta
Lo è sembrato anche a me ma il senatore Andreotti ha detto che altri all’epoca consideravano Sindona un mago della finanza, e purtroppo questo è vero.
Fdb
Replica
Tra i maggiori estimatori di Sindona, Lei ricorderà, c’era l’allora
presidente del Consiglio Andreotti, che si spinse a definire quel
personaggio “il salvatore della lira”. e riceveva a Roma gli emissari
di Sindona proprio mentre Giorgio Ambrosoli a Milano svolgeva il suo delicato incarico di commissario liquidatore della Banca Privata Italiana…
Sono tentato a questo punto di rivolgerLe un’altra domanda: che cosa pensa del fatto che qualche giorno dopo veniva ricevuto in Bocconi Paolo Scaroni, amministratore delegato dell’Eni, due volte condannato: una definitivamente per corruzione a un anno e quattro mesi (patteggiati), l’altra in primo grado per disastro ambientale colposo, a sei mesi commutati in una multa?
Quale esempio si dà in tal modo agli studenti?
pr
Risposta
Caro Ricca basta la memoria e la correttezza nel riportare i fatti.
fdb
Replica
Dopo gli scandali “altre business community espellono in fretta le tossine, noi no purtroppo”, come Lei scrisse nell’introduzione a un libro. Non sarà anche perchè agli scandali non conseguono comportamenti esemplari della classe dirigente, ad ogni livello? Penso come esempio positivo a Paolo Sylos Labini, che negli anni Settanta si dimise da un incarico ministeriale per non mischiarsi all’onorevole Salvo Lima, politico andreottiano in odore di mafia.
Non credo che Sylos Labini avrebbe presenziato a cuor leggero a una conferenza con Andreotti o con Paolo Scaroni. Ma lui - si sa -era un “demonizzatore”…
pr
Risposta
Sylos era un gran gentiluomo
Fdb
Replica
Io preferisco definirlo un galantuomo. I gentiluomini sono persone eleganti, signorili, impeccabili. I galantuomini sone persone dotate di tempra morale. E dunque - all’occorrenza - sanno dire di No e sbattere i pugni sul tavolo. Ce ne vorrebbero di più.
pr
Giacinto Pannella detto Marco
Marzo 12, 2007 on 12:24 pm | In Politica | 19 Comments
Dieci giorni fa ho incontrato Marco Pannella in via Dante, nel centro di Milano. L’ho ripreso con la videocamera, come i giapponesi riprendono i monumenti. E Marco è un monumento di Puffonia: da cinquant’anni è in lotta contro il “regime della partitocrazia”, standoci dentro. Gli ho rivolto qualche domanda, zoomando sui suoi occhi da gattaccio abruzzese. Alla quarta ha voluto smettere. Strano, per una persona loquace come lui. Ma bisogna capirlo: non se la sente di dichiarare se Berlusconi è una persona onesta, prima di sapere se gli arriva il bonifico che il Buffone gli ha promesso e poi negato.
Questa opera è pubblicata da Piero Ricca sotto una Licenza Creative Commons
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