La stagista di Lodi

Novembre 18, 2007 on 2:23 pm | In Economia | 15 Comments

Era così difficile capire chi fossero Fiorani e gli altri “furbetti” prima dell’intervento della magistratura? Forse no, ma chi sapeva ha fatto finta di niente. I tifosi di entrambi gli schieramenti politici, la Consob, la Banca d’Italia, gran parte dei media, gli organi di controllo bancari non hanno visto quel che era sotto gli occhi di una stagista venticinquenne della Banca Popolare di Lodi.
A gennaio 2003 una giovane neo-laureata scrisse una lettera anonima al Corriere della Sera, per denunciare la corruzione della banda Fiorani. La lettera fu archiviata. Due anni dopo scoppiò lo scandalo e lo scritto riemerse da un faldone. I cronisti Gerevini, Biondani e Malagutti ne hanno pubblicato alcuni stralci nel libro “Capitalismo di rapina”. Mi è stata girata in versione (quasi) integrale. Gli omissis sono relativi a nomi di persone che sono fuori dall’inchiesta. La pubblico di seguito. Ma prima rivolgo un appello a tutte le stagiste in ascolto: trasformatevi in autorità di garanzia, denunciate il marciume che vedete intorno a voi! L’Italia è nelle vostre mani.

22 gennaio 2003

“Gentile redazione del Corriere Economia

non so bene come iniziare questa lettera. Confesso che era da un po’ che volevo inviarla e ci ho pensato a lungo prima di decidermi a scriverla, ma oggi mi sono convinta che è opportuno che io scriva e faccia conoscere anche ad altri le cose di cui sono venuta a conoscenza. Lo spunto l’ho preso da un articolo di Beppe Severgnini riguardo al far finta di nulla e a questa deleteria e ormai radicata abitudine del popolo italiano.
Procediamo con ordine. Sono ormai settimane che noto che dalle pagine del Corriere Economia a cadenza in media bisettimanale vengono editati articoli con oggetto le Banche e in particolare la Banca Popolare di Lodi. Fra le diverse notizie pubblicate ognuna con argomenti differenti, si possono leggere tra le righe una sorta di astiosità o comunque come una preparazione dell’opinione pubblica a qualcosa che “ribolle” in pentola. Sono pienamente d’accordo con le notizie che vengono pubblicate ma non riesco a comprendere come mai i vari giornalisti che affrontano l’argomento non affondino mai la lama. Voglio dire: è risaputo che il panorama bancario è desolante e squallido al tempo stesso, da vicende degli anni passati fino al recentissimo scandalo-crisi di Bipop. Ed è risaputo da più parti che il buon Fazio dall’alto del suo essere super partes si dichiara essere (lui e tutti i suoi tirapiedi) come il miglior garante dell’efficienza, della trasparenza e di un sacco di belle parole del sistema creditizio italiano. Ci sarebbe da chiedersi come mai, dato che come asserito erano già in corso indagini su Bipop non abbia sentito la necessità di avvisare nessuno o comunque indagare più a fondo su situazioni poco chiare. Ad un certo punto la falla del sistema Bipop era troppo grande da poter essere nascosta e anche Fazio e combriccola hanno dovuto procedere.

Senza divagare troppo vorrei tornare a esporre l’argomento che più mi sta a cuore. La Banca Popolare di Lodi, che all’inizio sembrava essere una realtà diversa e innovativa nel panorama bancario italiano, è stata accolta con estremo favore dal mercato e dagli addetti ai lavori, mentre ora appare giusto qualche trafiletto ogni tanto non propriamente a favore della banca. Vorrei invece dire che quanto accaduto a Bipop, fra poco si presenterà con maggiore virulenza alla Banca Popolare di Lodi. I fatti sono i seguenti. Ho potuto accertarmi di alcune pratiche interessanti che si svolgono all’interno della banca. Le cose da dire sono molte ma cercherò di organizzarle per argomento fornendo anche nomi e cognomi.

Dunque la cosa che più mi ha sconcertata è l’utilizzo che la banca fa di nuovi strumenti finanziari. L’utilizzo di tali strumenti finanziari in Italia non è molto in uso o per lo meno non molto nelle piccole realtà delle banche italiane. La difficoltà e la complessità di tali strumenti sono uno dei più formidabili mezzi per creare un acquitrino dove, data la torbideza delle acque, i pescecani si danno un gran daffare. Allora i più penalizzati sono i clienti della banca che arrivano in filiale e chiedono consigli allo sportellista per investire i propri quattrini e questo povero tapino che deve fare budget si trova costretto a piazzare un prodotto che nemmeno lui conosce a una persona che ne sa ancor meno. Ad esempio quei simpaticoni della Lodi hanno effettuato un credit derivatives con sottostante un titolo argentino che come tutti sanno ha defoltato e quindi quei poveri disgraziati che hanno comprato tali strumenti allo sportello della filiale hanno praticamente perso tutto.

Il capo della direzione Finanza, Gianfranco Boni, è la vera mente di tutti questi giochetti e utilizza i fidi scudieri per compiere le sue malefatte… Boni è in frequente contatto con tutta una serie di broker a Lugano, corrotti ben vestiti che non hanno nessuna conoscenza finanziaria se non la capacità di fregare. Tra i vari broker con cui Boni è spesso in contatto ve n’è uno in particolare che si chiama… Tale signore ha un conto titoli intestato presso la dipendenza milanese della Lodi di via Larga o via Mercanti (non ricordo) che per essere un conto titoli di un privato è senza dubbio inquietante. Assomiglia in tutto e per tutto al conto titoli di una banca sia per size negoziate sia per frequenza di operazioni non giornaliere ma infragiornaliere negoziate; come dicevo il conto movimentazione della proprietà di una banca gestito da un vero trader professionista.

Ovviamente sarete a conoscenza del fatto che per motivi di trasparenza tutte le chiamate che servono per imputare ordini sul mercato alle controparti, sia di acquisto sia di vendita, avvengono su determinate piastre registrate: esiste una registrazione per ogni ordine che viene conservata in archivio e questo è imposto per legge. Ovviamente il buon Boni Gianfranco per effettuare le comunicazioni con il… o con altri loschi figuri di suo pari grado effettua tutto tramite cellulare aziendale, per bypassare il procedimento della registrazione, facendo un discorso più o meno così: “Ma sì, caro Luigino, tu compra un tot di Generali o Tim o qualsiasi titolo interessante che poi ci aggiustiamo”. Vorrei definire l’ultimo termine. In “ci aggiustiamo” è compreso questo simpatico meccanismo. Se la transazione va bene, cioé vi è un guadagno, tutti gli utili rimangono sul conto del complice che procede poi a effettuare trasferimenti al buon Boni; se le cose vanno male, cioé ci sono perdite, vengono addossate alla banca che fornisce con i propri mezzi la liquidità necessaria per effettuare transazioni sul mercato. Semplice ed efficace.

Vorrei anche parlare del modo quantomeno bizzarro di interpretare l’utilizzo dei pronti contro termine da parte della Banca Popolare di Lodi. Anche qui il meccanismo è di una banalità che porta i suoi buoni frutti. Allora, i pronti contro termine hanno come sottostante un titolo che, essendo noi in Italia, utilizza i titoli di Stato italiani. Alla Lodi si è deciso invece, sempre da parte del Boni e del suo soldatino Lucchini, di non utilizzare i titoli di Stato che garantiscono sì un investimento sicuro ma con un rendimento scarso. Allora i nostri eroi cosa decidono di fare?
Scelgono di non utilizzare i titoli di Stato o equiparabili ma le varie ciofecone tipo Cirio, Del Monte o altri. Nello specifico, ai clienti delle filiali assicurano un rendimento sui pronti termine superiore a tutte le altre banche, e tali rendimenti superiori sono a loro volta assicurati dall’utilizzo di una valanga di titoli spazzatura come Cirio, che per il loro elevato grado di rischiosità consentivano di ottenere rendimenti elevati in termini di flussi cedolari.

Adesso a me risulta che la Banca Popolare di Lodi abbia in portafoglio una posizione rilevante di tali titoli. Che fine hanno fatto? Dove sono stati contabilizzati? E per tali posizioni sono state accantonate le doverose perdite in sede di redazione di bilancio?
A questo punto si apre un’altra parentesi poiché tutto il gioco è ben orchestrato e presuppone il coinvolgimento di non poche persone, soprattutto quelle deputate al controllo.
(…)
Quanto detto è solo il coperchio di un intreccio intricato che è difficile da indagare ma che fornisce a me la certezza che alla fine gli unici che ci rimetteranno saranno i piccoli risparmiatori che in totale buona fede si sono affidati alla gloriosa Popolare di Lodi.

Io di informazioni ne ho altre, alcuni altri nomi di persone che sanno ma fanno finta di nulla. E poi non si capisce come mai il fascicolo aperto presso la procura di Lodi sia fermo da tempo. Cosa fanno: scaldano la carta o sperano nel tempo e che le persone alla fine si dimentichino? Spiace dirlo ma io avrei potuto benissimo fare finta di nulla come molti fanno, ma ho deciso che con piccoli passi questa pigrizia tutta italiana può essere scardinata. Ed è proprio vero che alla fine a rimetterci siamo tutti, i piccoli risparmiatori che hanno in portafoglio il titolo Lodi, i dipendenti della banca, e gli italiani in genere poiché vi è una gestione da disonesti di una azienda che in realtà potrebbe produrre valore per il Paese.

Vorrei che questa lettera fosse l’inizio di un qualcosa ed avere la sensazione di vivere in un Paese dove non è vero che che sono sempre i più furbi che hanno la meglio”.

Post scriptum 1

Di “Capitalismo di rapina” si parlerà a Milano mercoledì 21 novembre dalle ore 18.30 alla libreria Feltrinelli di piazza Duomo.

Post scriptum 2

Proposta agli studenti dell’università Statale di Milano: stampate la lettera della stagista e andate, con videocamera, dal professor Gianandrea Goisis, docente di economia politica ed ex presidente del collegio sindacale della Banca Popolare di Lodi, a chiedergli un commento…

Paolo Mieli e l’etica del capitalismo

Novembre 17, 2007 on 5:13 pm | In Politica | 31 Comments

La Mondadori ha cent’anni. Da sedici è sotto il controllo dell’azienda-partito, grazie a una sentenza comprata da Cesare Previti con soldi tratti da un conto di una società di Silvio Berlusconi. Lo ha stabilito in modo definitivo la giustizia italiana nel luglio 2007.
Per sondare gli umori dell’elite, l’altro giorno con alcuni amici di Qui Milano Libera abbiamo partecipato a un elegante convegno per il centenario della Mondadori e abbiamo posto la questione un po’ a tutti, dal custode di palazzo Visconti (che ha sospeso il giudizio in attesa di studiare le carte processuali) a Cesarone Romiti, che conosceva i fatti ma “…che vuoi, di scandali ce ne sono tanti…”, così mi ha detto. Naturalmente dieci minuti dopo il nostro arrivo qualcuno ha pensato bene di chiamare la digos. Non per costituirsi, ma per farci piantonare. C’era anche Ezio Mauro, direttore di Repubblica, che ha ammesso: in nessun Paese serio un fatto del genere non produrrebbe scandalo. Si tratta di uno “scandalo oggettivo” e lo direbbe lo stesso, ha precisato, anche se Repubblica non fosse parte in causa. Ferruccio De Bortoli si è fermato e ha risposto per alcuni minuti alle nostre domande, svicolando con quel suo stile così signorile. Poi si è liberato di un volumone celebrativo per regalarmelo. I più a disagio mi sono sembrati i manager della casa editrice. Sono usciti per ultimi, in gran fretta. Roberto Briglia, già esponente di Lotta Continua, mi ha risposto: “Mi mandi il suo curriculum se vuole un posto come giornalista”. Preso dalla concitazione della fuga, forse non ha inteso che gli avevo chiesto un commento, non una raccomandazione. Maurizio Costa ha affrettato il passo, si è attaccato al telefonino spento e proprio non se l’è sentita di rilasciare dichiarazioni. C’è da capirli: non dev’essere facile per cultori del libero mercato come loro trovarsi a gestire un’azienda passata di mano mediante la corruzione di giudici.
Ma l’illuminazione della giornata è arrivata dal direttore del Corriere della Sera, l’ex maoista Paolo Mieli. Dopo avermi dato più volte del “maleducato” e prima di rilasciare un’intervista al tg4, con quella sua faccia da salotto buono ha affermato: “L’etica del capitalismo è essere bene educati”. Abbiamo sempre sottovalutato il bon ton, per questo non diventeremo mai grandi editori. Mi raccomando, siate “maleducati” anche voi!

Ecco un primo video dell’incursione.


Sante ragioni

Novembre 15, 2007 on 7:58 pm | In Politica | 36 Comments

Camillo Ruini ha da poco pubblicato il suo ultimo libro: “Chiesa contestata” (Piemme), che ha recentemente presentato a Milano insieme all’ateo devoto Giuliano Ferrara.
Telmo Pievani e Carla Castellacci gli rispondono con “Sante ragioni” (Chiarelettere), una contestazione ai privilegi e alle ingerenze del Vaticano.
Sarebbe divertente organizzare un confronto fra i quattro. Scriverò una lettera a Sua Eminenza Ruini, anche se temo che non accetterà l’invito: non sono ateo e non gli sono devoto. Intanto pubblico a puntate il capitolo di “Sante ragioni” dedicato al “senso civico della casta ecclesiastica”.

(…)
Otto per mille, pasticci all’italiana

Proviamo a ricostruire brevemente le fonti di finanziamento istituzionale di cui gode attualmente la Chiesa cattolica nel nostro paese. La più nota al pubblico è l’otto per mille, istituito nel contesto del nuovo Concordato del 1984 in sostituzione della vecchia «congrua» prevista dai Patti Lateranensi del 1929. Nelle intenzioni dichiarate si voleva passare da una situazione anacronistica in cui lo Stato copriva direttamente gli stipendi e le spese del clero cattolico a un meccanismo di finanziamento della Chiesa che fosse più democratico, più trasparente e non più esclusivo ma aperto anche ad altre confessioni. Motivazioni dunque ottime e centrate sul principio, alquanto promettente, che il denaro per il sostentamento di una determinata confessione religiosa deve essere principalmente il frutto di un’opzione esplicita e consapevole da parte dei membri di quella confessione e dei suoi simpatizzanti.
Nacque così l’idea di istituire una quota dell’otto per mille dell’intero gettito IRPEF statale che il singolo contribuente, barrando una casella nella dichiarazione dei redditi, potesse devolvere a una delle seguenti sette destinazioni prestabilite: allo Stato stesso, per scopi «di interesse sociale o di carattere umanitario» recita la legge; alla Chiesa cattolica, per «scopi di carattere religioso»; all’Unione delle Chiese Cristiane Avventiste del Settimo Giorno; alle Assemblee di Dio in Italia; all’Unione delle Chiese Metodiste e Valdesi; alla Chiesa Evangelica Luterana in Italia; all’Unione della Comunità Ebraiche Italiane.
Stante il principio prima espresso dell’opzione volontaria e specifica, ci aspetteremmo che le quote di denaro ottenute dalle diverse confessioni religiose siano proporzionali al numero effettivo di contribuenti che hanno deciso di mettere la loro firma, e che l’otto per mille di chi non ha espresso alcuna scelta sia reinserito nel calderone delle tasse versate allo Stato. Non è affatto così. Non si tratta, infatti, di un’opzione diretta per una determinata confessione religiosa, bensì di una sorta di bizzarro «sondaggio di gradimento» o di referendum etico-religioso. Nessuno quindi versa direttamente il suo otto per mille a qualcuno, ma «vota» per una certa destinazione. Le scelte vengono scrutinate, si calcolano le percentuali ottenute da ciascun destinatario e in base a queste percentuali si riparte l’intero ammontare dell’otto per mille di tutti i contribuenti. Abbiamo usato il corsivo perché è bene comprendere a fondo il meccanismo e perché i solerti difensori degli interessi ecclesiastici ripetono fino alla noia che si tratta di un contributo «volontario». L’intenzione esplicita, infatti, è quella della democrazia e della trasparenza del finanziamento alle confessioni religiose. L’obiettivo implicito è quello di sostituire la congrua dei Patti Lateranensi con un finanziamento altrettanto se non più corposo alla Chiesa cattolica. In pratica le quote, tantissime, di chi non esprime alcuna opzione vengono ridistribuite fra tutte le confessioni religiose in base alla percentuale di opzioni espresse. Il risultato è che la Chiesa cattolica ottiene un finanziamento da parte dello Stato che è più del triplo dei consensi effettivamente manifestati dai cittadini con la firma sul modulo. Ottenere i dati di questi introiti, nonostante la proclamata volontà di trasparenza, è difficilissimo. Il Ministero delle Finanze li comunica soltanto alle confessioni religiose interessate, che poi a loro discrezione le divulgano. Solo dopo anni è possibile accedere ai dati definitivi per capire chi ha ricevuto i denari e quanti. Il controllo da parte dell’opinione pubblica è quindi manifestamente ostacolato. Le statistiche più recenti si fermano alle dichiarazioni dei redditi del 2003 e raccontano una storia molto interessante sul paese reale e su come poi il legislatore «interpreta» la sua volontà. Sui redditi percepiti da più di trenta milioni di contribuenti nel 2002, soltanto il 39,52 per cento di italiani ha espresso nel 2003 un’opzione fra le sette previste. Quindi quasi due terzi dei cittadini italiani hanno deciso di non mettere la firma per nessuno. La quota ridistribuita a posteriori è pertanto altissima, di gran lunga la fetta di introito maggiore dell’intero otto per mille. Fin qui, la volontà reale degli italiani. Come abbiamo detto, questo tesoretto non viene incamerato dallo Stato, che in teoria dovrebbe essere il destinatario «neutrale», ma in base all’articolo 47 della legge istitutiva del 1985 viene regalato alle confessioni religiose in base alle percentuali ottenute su quel terzo di opzioni espresse.1 Nel 2003 queste percentuali erano così distribuite: quasi il 90 per cento alla Chiesa cattolica (89,16 per cento), l’8,38 per cento allo Stato e briciole sotto l’1 per cento alle altre confessioni (0,55 ai valdesi, 0,39 alle Comunità Ebraiche, 0,27 ai luterani, 0,22 agli avventisti, 0,07 alle Assemblee di Dio). Negli anni successivi le percentuali variano di pochissimo, a parte un buon incremento per la Chiesa Valdese che l’anno dopo arriva all’1,43 per cento. In estrema sintesi: solo poco più di un terzo degli italiani firma per la Chiesa cattolica, ma con questo meccanismo essa riceve il 90 per cento dei rimanenti due terzi. Ancora convinti che si tratta di un contributo «volontario»? Ingegnoso ed efficace: nel 2006 la Conferenza Episcopale Italiana ha potuto disporre in questo modo di contributi per più di 930 milioni di euro. Nel 2007 per più di 991 milioni di euro (in vecchie lire sono quasi 2000 miliardi). Prima del Concordato la somma delle congrue elargite dallo Stato si aggirava intorno ai 400 miliardi di lire annue. Un bel passo in avanti con il nuovo sistema più «democratico».(…)

Il divo Giulio

Novembre 15, 2007 on 1:11 pm | In Politica | 30 Comments

Il tempo passa, Andreotti resta. E resta vero che, sentenza alla mano, è un colluso con la mafia prescritto. Onorato come un padre nobile. Beatificato come una vittima della furia giustizialista. Proposto come un modello di virtù. Uno scandalo? No, la ciliegina sulla torta di un Paese moralmente analfabeta. E i cattolici? Troppo impegnati a difendere i valori della Famiglia. Mi scrive Simone, volontario dell’Azione Cattolica.

Caro Piero,

sono un giovane dell’Azione Cattolica e volevo esprimere il mio sdegno e la mia delusione nei confronti della mia associazione. Qualche settimana fa, durante un incontro tra educatori e giovani dell’associazione della diocesi di Roma, è stato presentato un documento denominato “I cattolici italiani tra piazze e campanili, manifesto dell’azione cattolica al paese”. il documento testimonia anche l’impegno nella politica e nelle istituzioni dei laici cattolici e di Azione Cattolica, come recita l’ottavo capoverso:
“Siamo consapevoli della possibilità e della bellezza di una vita pienamente umana e cristiana: per questo vogliamo continuare ad essere scuola di vocazioni laicali, a spenderci in favore del bene comune, attraverso l’educazione alla responsabilità personale, all’impegno pubblico, al senso delle istituzioni, alla partecipazione, alla democrazia”.
Puoi vedere tu stesso QUI. Noterai che in fondo al documento ci sono delle firme e che in quarta posizione staziona la firma di Giulio Andreotti. Ho chiesto spiegazioni due volte all’associazione nazionale ed una volta all’associazione della mia diocesi. Ma non ho ottenuto alcuna risposta.
Puoi immaginarti la mia amarezza nell’aver letto quel nome sul manifesto di una associazione in cui opero nell’educazione dei ragazzi alla lealtà, alla trasparenza e alla verità, puoi immaginarti quanta ipocrisia possa vedere in questo documento.
Lo scrivo a te e a pochi altri, perché non saprei a chi altro scriverlo, visto che a quanto pare sei uno dei pochi che ancora non occulta la verità su uno dei personaggi più oscuri della nostra realtà politica.

Grazie, Simone

Le mani sulla città

Novembre 14, 2007 on 1:24 pm | In Politica | 74 Comments


Marina Berlusconi

Dopo il blog, il megafono.
Me l’hanno sequestrato ieri sera al solito commissariato di Milano centro, insieme a “diciotto cartelli” e “centodieci volantini”. Motivo? con sette amici di Qui Milano Libera abbiamo deciso di guastare un po’ la festa della Mondadori berlusconiana, che celebrava i suoi cent’anni in un’atmosfera da Mani sulla città. Marina e Persilvio hanno voluto fare le cose in grande, noleggiando il centro di Milano per duemila ospiti vip. Concerto alla Scala, videoproiezioni in Galleria, cena di gala a Palazzo Reale. Siccome Previti non era stato invitato, abbiamo pensato di ricordare pubblicamente il vantaggio competitivo che egli offrì al suo principale nella scalata Mondadori: vedi alla voce corruzione di giudici. E siamo andati in piazza della Scala per uno speakers corner improvvisato. Per mezz’ora, mentre alla Scala affluivano i vip, in rappresentanza di un’altra idea dell’Italia ho tenuto un comizietto ricordando le varie tappe dell’ascesa del signor Berlusconi, da Mangano a Gelli, da Craxi alle leggi su misura, dai conti neri a Biagi, passando per Previti e Metta… Il tema del giorno era sintetizzato in un volantino dal titolo: “La Mondadori previtizzata”. Sopra venti centimetri di zeppe, intanto, dall’altra parte della strada Marina Berlusconi si metteva in posa per il flash e rilasciava interviste a tutto spiano. Ci piantonavano una quarantina di poliziotti e carabinieri. A un certo punto qualcuno ha fatto un fischio e i gendarmi ci hanno invitati con le spicce a spostarci. Poi siamo stati identificati per la millesima volta. Ma la voce arrivava comunque e diceva cose vere: intollerabile. Altro fischio e veniamo condotti a forza in commissariato, scortati da trenta agenti. Erano le 19,45. Siamo stati liberati tre ore e mezza dopo. Tanto ci è voluto per compilare due verbalini: uno di “identificazione ed elezione di domicilio” e l’altro di “sequestro di corpi di reato”. Non essendo in vigore i reati di lesa maestà e turbativa del quieto vivere, siamo stati denunciati soltanto per violazione dell’articolo 18 del Testo Unico delle Leggi di Pubblica Sicurezza. Cioé: avremmo tenuto una manifestazione non autorizzata. In otto. Volantinando una sentenza. Raccontando fatti veri e dimenticati. Per impedire che i beneficiari della corruzione potessero celebrarsi nel totale silenzio degli astanti. Alcuni si ostinano a chiamarla libertà di espressione. In realtà è un dovere: il dovere di non vivere da servi. Continuerò a esercitarlo fin quando ne avrò voglia, spero sempre in buona compagnia. A mezzanotte, dopo la liberazione, siamo andati davanti a Palazzo Reale per animare il deflusso degli ospiti vip. Nuovo comiziaccio a squarciagola e impagabili siparietti con gli struzzi in smoking e consorti ingioiellate. Dai, compratevi un megafono anche voi!

Parleremo anche di questo al dibattito con Piercamillo Davigo, questa sera, dalle ore 21, al teatro alle Colonne di San Lorenzo, corso di Porta Ticinese 45, a Milano.

La lettera di Renato Farina

Novembre 13, 2007 on 5:14 pm | In Informazione | 32 Comments

A stretto giro di posta elettronica, ieri mi ha scritto Renato Farina, detto agente Betulla. A differenza del quotidiano di Feltri e del sismi di Pollari questo blog dà anche spazio a chi la pensa diversamente. Ci sarà tempo, se ne avremo voglia, per ritornare sui temi sollevati dalla lettera. Magari in un confronto pubblico con Farina. Mi piacerebbe che partecipasse anche Pio Pompa.

Caro Ricca,

visto che si è iniziato a darci del tu, continuo: mi pareva che si fosse instaurato un rapporto duro ma leale tra noi. Mi hai chiamato, mi sono fermato e ho risposto. C’eri tu che intervistavi, e c’era il cameramen che interveniva come un coro greco a darti ragione, secondo uno schema davvero originale. Ti chiesi scusa per essermi alterato dinanzi al tuo darmi della spia. Ci proponemmo di fare un dibattito pubblico con certe regole. Io ti chiesi: invita anche il pm Spataro.

Ora trovo il cappello al nostro dialogo dove mi fai passare per imbecille, per una specie di patriota (non ho mai usato per me questa espressione) mostri di sapere già tutto su di me, senza in nulla prestar fede a quanto dico. Allora perché intervisti se sai già tutto? In realtà lo scopo è solo quello di ferire la gente, rubargli l’anima, ed esporla come uno scalpo. Questo intuisco dal tuo “cappello” all’intervista che è una forma di censura additiva, come diceva Eco. E’ un avvertimento. Qui si intervista uno stronzo. Complimenti anche per la scarsa stima che hai di chi frequenta il tuo blog, senti infatti il bisogno di instradarli opportunamente, come bravo educatore del popolo.

Dal tuo preambolo scopro persino che agivo per conto della Cia, questo non lo sapevo proprio. Dici che il mio aiuto per la Sgrena è una mia opinione, perché non lo chiedi alla Sgrena?

Nel tuo scritto eviti di puntare l’attenzione sulla mia denuncia dell’assurdità di uno spettacolo dato a Milano, su testo di Dario Fo, dove si continua a far passare Calabresi per un assassino, con le sovvenzioni dello Stato. Prendi posizione o no?

Hai un’idea incredibile della libertà di opinione. Nell’intervista sostieni che dovrei astenermi dallo scrivere. Puoi chiedermi di mettermi in galera, di farmi licenziare, eccetera. Ehi, ma non capisci che impedire l’espressione, usando addirittura di un’istituzione che ha un solo tentativo di imitazione in Romania, è una forma assurda di coercizione dei diritti umani?

Se interessa: io sono contro le extraordinary rendition, contro qualsiasi forma di tortura. Compresa quella cui è stato sottoposto il generale Pignero, messo agli arresti domiciliari alla vigilia conclamata della sua agonia, uno sfregio simbolico, più osceno del carcere. Quest’uomo ha visto i titoli a lui dedicati per il decesso coperti dall’onta di un sequestro a cui ritengo non abbia partecipato! Così come – a mio giudizio, e questo ho detto ai pm - non ha partecipato Pollari che proprio per questo è stato incastrato, ma guarda, dalla Cia (sono amico della Cia?). Lo sapevano i magistrati che Pignero stava morendo: perché allora? Sono contro anche il 41bis, che ritengo una forma di tortura anche se ne parla bene Caselli.

Ho ricevuto un orologio in regalo da Berlusconi, l’ho scritto, e allora? Gli ho regalato un salame, e allora? Tu gli hai regalato il titolo di buffone o puffone, non si è capito, ed in cambio lui ti ha garantito una fama imperitura di eroe.

Di queste e tante altre cose vorrei dialogare serenamente. Ma tu ascolti solo chi ti dà ragione a prescindere.

Sono sempre pronto a un dibattito pubblico. Ciao!
Renato Farina

Renato Farina

Novembre 12, 2007 on 3:05 pm | In Informazione | 45 Comments

C’era due volte Renato Farina, detto Betulla, nato a Desio il 10 novembre 1954. Professione: Patriota al servizio del Sismi. Lavoro di copertura: giornalista di Libero. Betulla è un uomo di saldi valori: crede in Dio, nella Patria, nella Famiglia Berlusconi e nella propria missione di giornalista d’intelligence. E per questo è incompreso, calunniato, bistrattato, lui che ha fatto tanto bene all’Italia. Ha salvato la vita a Giuliana Sgrena, così racconta egli stesso, ha contribuito a difendere i valori dell’Occidente Cristiano e a esportare la democrazia in Mesopotamia, si è battuto per evitare la guerra in Jugoslavia (su mandato di Dini e D’Alema, che poi dissero di non saperne nulla), ha condotto campagne di moralizzazione della vita pubblica insieme a Vittorio Feltri, ha contribuito a diffondere i principii del libero mercato a fianco di Berlusconi, Previti e Dell’Utri, su un giornale pacato, civile, nato come organo del partito monarchico e per questo finanziato dallo Stato. A uno così bisognerebbe dare l’Ambrogino d’oro, o almeno il Taormina di bronzo. E invece che fanno, i comunisti invidiosi? Lo radiano dall’ordine dei giornalisti! Per sdebitarsi con lo Stato il patriota Betulla ha cercato di impedire con tutte le sue forze che una prestigiosa Istituzione come il Sismi fosse delegittimata dalle menzogne di certi giornalisti e magistrati. I soliti disfattisti antitaliani e antiamericani. Gli stessi che venivano schedati dal servitore dello Stato Pio Pompa, per gravi motivi di sicurezza nazionale. L’agente Betulla diffondeva dossier-patacca utili ai committenti e setacciava informazioni sensibili per riferirle a Pompa, detto Montale, che a sua volta riferiva al generale Pollari, detto Omissis. E in tal modo, grazie a siffatti galantuomini, la lotta al terrorismo internazionale ha raggiunto vette prima impensate: nel sacro rispetto dello Stato di diritto, s’intende. Si accontentava di poco, l’agente Betulla, di un modesto rimborso spese, per non gravare troppo sulle casse di Libero. Niente, a confronto dei servigi resi alla Nazione. Come il sofisticato lavoro di controspionaggio nei confronti dei magistrati felloni Spataro e Pomarici, che il nostro eroe finse di intervistare per ghermirne astutamente i segreti. Peccato che le toghe rosse in quell’occasione gli accordarono l’intervista per poterlo meglio incastrare: capita anche ai migliori 007. Meno di niente, quei trenta (mila) denari, se pensiamo al sacrificio che il socratico Betulla dovette sopportare in aggiunta alla radiazione dal prestigiosissimo ordine dei giornalisti: il patteggiamento di una pena di sei mesi di reclusione per favoreggiamento, che l’orco giustizialista - ricorda oggi l’agente Betulla, senza più fiducia nella giustizia degli uomini - lo obbligò ad accettare, da innocente. Nessuno è profeta in patria, e nemmeno Renato. Ma per fortuna qualche amico gli è rimasto. Il buon Feltri, che continua a ospitare i suoi patriottici editoriali sulla prima pagina di Libero in nome del Vale Tutto, che è il motto della ditta. E il buon Silvio, che lo stima e gli vuole bene. Ricambiato, con tanta disinteressata devozione, a lingua stesa sui vialetti di Villa La Certosa. Ecco il video del mio incontro con il confidente di Pompa, l’eroico agente Betulla.


I Signori delle Autostrade

Novembre 11, 2007 on 3:57 pm | In Politica | 18 Comments

Chi non usa l’automobile ha due fortune: non corre il rischio di abbrutirsi nel traffico e non paga dazio a personaggi come Marcellino Gavio e Lucianone Benetton, i Signori delle Autostrade.
Gli utenti del trasporto su gomma in Italia versano ogni anno allo Stato 40 miliardi di euro di tasse. Ma non basta per circolare liberamente. Ne devono sborsare altri cinque (miliardi) in pedaggi alle società concessionarie, su tutte l’Atlantia (ex Autostrade per l’Italia), controllata dalla famiglia Benetton: la seconda società in Europa per redditività.
Perché gestire servizi autostradali è così redditizio? Perché significa incassare le laute rendite di un monopolio naturale, la rete autostradale, a suo tempo privatizzata per far cassa, mal regolata dall’autorità pubblica e già ampiamente ammortizzata.
Il mestiere del concessionario non è particolarmente sofisticato nè usurante: di fatto, in cambio di una manutenzione minima il Signore delle Autostrade riscuote i pedaggi dei sudditi a quattro ruote.
Ho intervistato sul tema il professor Marco Ponti, che propone regole più stringenti a tutela degli utenti e l’introduzione di un’autorità indipendente.

Ecco il video.

Post scriptum

Ricordo il dibattito con Piercamillo Davigo, Basilio Rizzo e Corrado Stajano. Il 14 novembre dalle ore 21. Al Teatro alle Colonne di San Lorenzo, corso di Porta Ticinese 45, Milano.

Pavlov Channel

Novembre 10, 2007 on 5:26 pm | In Informazione | 19 Comments


Ivan Pavlov

La tv “generalista” (o spazzatura) suscita nausea nelle persone più evolute, ma resta il mezzo dominante. Capace di condizionare la mente di milioni di persone: i più anziani, i meno attrezzati culturalmente. Roberto da Roma mi ha inviato al riguardo una sua riflessione.

Caro Piero,

sono uno studente della facoltà di scienze della formazione, ti scrivo da Roma.
Vedendo lo sporco lavoro praticato dai mass media sui 60 milioni di cervelli che abitano il nostro stivale mi viene in mente l’esperimento che Ivan Pavlov conduceva usando i cani come cavie. Pavlov, precursore della scuola comportamentista, non ha fatto altro che sostenere che l’essere umano non mette in atto nient’altro che un continuo adattamento all’ambiente che lo circonda.

Pavlov divenne celebre per il suo esperimento condotto sui cani. La sua tesi era la seguente: allo stesso stimolo, associato ad una successiva azione (comportamento), il cane dava sempre lo stesso tipo di risposta. Egli fece corrispondere il momento della somministrazione del cibo al suono di una campanella. Dopo varie volte che suonava la campanella (e puntualmente arrivava il cibo), egli iniziò a suonarla anche senza cibo da dare subito dopo. Succedeva allora che il cane aveva l’acquolina in bocca, aveva associato il suono della campanella all’imminente arrivo della pappa. Appena suonava la campanella il cane attivava il suo corpo per alimentarsi. All’invio dello stimolo-campanella il cane rispondeva con la risposta-salivazione.

Anche la stragrande maggioranza del nostro paese è così. Ecco perché con gli stimoli di reality show, delle telenovelas, del calcio, delle fiction, si fa una certa televisione per ottenere una determinata risposta dalla massa che ascolta. La massa risponde con l’adesione acritica ai modelli che vengono propinati, non pensa, non si rende conto di essere manipolata.

Internet, per contro, è l’unica alternativa dalla quale si possono ricevere informazione e conoscenza in una maniera non filtrata, diretta. Una valida forma, se la sai usare, di educazione e di continuo confronto e crescita collettiva. Non è un caso, ma io, che da alcuni mesi, oltre che continuare a non guardare certa tv e dedicarmi alla lettura o a certi film che in tv non faranno vedere mai, oltre a far ciò guardo anche i tuoi video e sto sviluppando sempre di più un pensiero critico. I tuoi video danno un certo stimolo, ed è logico pensare, come accade, che chi li guarda invia una risposta diversa proprio perché lo stimolo è differente.

Stimoli al non pensiero, all’imbecillità, al rimbecillimento preventivo non possono che generare come risposte non pensiero, imbecillità e rimbecillimento. Il pensiero, le idee, la critica, la discussione, il confronto viceversa non possono che generare risposte di ampliamento di prospettive, nuove idee, voglia di mettere in continua discussione il mondo.

Per questo ti (vi) incoraggio ad andare avanti così!

Riccardo

Morire di lavoro

Novembre 9, 2007 on 10:47 pm | In Politica | 12 Comments

Ogni anno nei luoghi di lavoro si consuma una strage di innocenti, con migliaia di morti e feriti. Marco Bazzoni, Rappresentante dei lavoratori per la sicurezza, tiene aggiornato il bollettino di questa carneficina. E chiede leggi serie, per evitarla. Mi ha scritto.

Caro Piero,

lunedì 5 novembre c’è stata l’ennesima strage sul lavoro. Immacolata, Alain, Francesco, Cristiano e Paul non potranno fare più ritorno alle proprie famiglie. Ma non dobbiamo dimenticarci di Adil, operaio marocchino di 32 anni, anche lui morto lunedì (schiacciato nella cabina del camion che si è ribaltato in una scarpata della strada di cava che stava percorrendo); il suo corpo è stato ritrovato solo martedì mattina.
Come Rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza abbiamo detto la nostra più di una volta, peccato che la maggior parte delle nostre proposte non sono state recepite.
Avevamo chiesto di rafforzare il ruolo degli Rls, ma la risposta del governo è stata insufficiente. Nell’articolo 3, comma d, del Dlgs 123/2007, si è previsto l’election day dei rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza, che non ho capito bene a cosa serva. Mi viene da chiedere: se mi scade il mandato, devo aspettare questo giorno per le votazioni?
Nell’articolo 3, comma e, si è previsto, direi giustamente, che il datore di lavoro è tenuto a consegnare al rappresentante dei lavoratori per la sicurezza, su richiesta di questi, copia del DVR (Documento di Valutazione dei rischi). C’è solo un piccolo problema, che il diritto si è rovesciato ed è diventato un dovere, cioè io rappresentante sono obbligato a chiedere il DVR, altrimenti il datore di lavoro non è tenuto a consegnarmelo (da come è scritto l’articolo si capisce così). Era meglio omettere “su richiesta di questi”, e sostituire “tenuto” con “obbligato”.
L’unica cosa positiva per è l’articolo 3, comma f, cioè il rappresentante dei lavoratori per la costituzione della sicurezza di comparto produttivo.
Noi Rls avevamo fatto la battaglia contro il comma 1198 della legge finanziaria 2007, che sospendeva le ispezioni per un anno, per le aziende che emergono dal nero, comprese quelle riguardanti la sicurezza sul lavoro. Avevamo chiesto la sua abrogazione, senza se e senza ma; invece il comma è stato solo modificato (articolo 11 Dlgs 123/2007). Cioè sono stati ripristinati i controlli per quanto riguarda la sicurezza sul lavoro, ma è rimasto il condono per un anno per quanto riguarda il lavoro nero e irregolare.
Avevamo chiesto l’aumento dei organici dei Tecnici della Prevenzione negli ambienti di lavoro (chiamati impropriamente ispettori Asl) che sono meno di duemila in tutta Italia, ma anche qui niente da fare. Vorrei ricordare al Ministro della Salute Livia Turco, che le assunzioni dei tecnici della prevenzione sono bloccate e che la maggioranza di loro è stata assunta negli anni ottanta: se non se ne assumono di nuovi, rischiano l’estinzione, in quanto fra qualche anno vanno tutti in pensione senza aver potuto formare le nuove leve.
Questo Dlgs 123/2007 per un Testo Unico per la sicurezza sul lavoro è sicuramente un passo avanti, ma è insufficiente: ci vuole molto di più. Vorrei ricordare al Governo Prodi che sono già passati 2 dei nove mesi previsti per scriverlo (articolo 1, comma 1), ma non si sa più niente (se hanno iniziato a scriverlo, se non l’hanno fatto).
Alla radice delle stragi di lavoratori c’è un problema culturale: se non si insegna la sicurezza sul lavoro fin dalle scuole elementari come fanno in Francia, nessuna legge sarà sufficiente. Perchè gli studenti di oggi, ricordiamocelo, saranno i lavoratori e gli imprenditori di domani.
Nel solo anno 2006 ci sono stati in Italia 1302 morti sul lavoro, 930 mila infortuni, circa 27 mila invalidi, per un costo sociale stimato in oltre 40 miliardi di euro. La responsabilità non è solo del governo e delle imprese. Vorrei concludere questa mia lettera con una domanda a Cgil, Cisl e Uil. Quanti infortuni e morti sul lavoro ci devono ancora essere, per organizzare una manifestazione nazionale a Roma per dire basta a questi omicidi che ci sono ogni “santo” giorno nei luoghi di lavoro?

Saluti,

Marco Bazzoni - bazzoni_m@tin.it

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