Ci pensa Minniti

Novembre 7, 2007 on 8:44 pm | In Politica | 37 Comments

Marco Minniti

Se vi capita di incrociare Enzo Bianco o Enrico Micheli o Marco Minniti, non mandateli a quel paese. Avvicinateli con calma e domandategli educatamente per quale motivo hanno trattato Claudio Fava come uno scocciatore. Non sarà mica per un'antipolitica sfiducia nel parlamento europeo?

Dal libro "Quei bravi ragazzi" di Claudio Fava (Sperling & Kupfer), pagine 45 e 46.

"...Anche sulla commissione di inchiesta di Bruxelles, dopo le audizioni del procuratore Spataro e del generale Pollari, cresce un fastidio fatto di parole negate, di silenzi incomprensibili, di dichiarazioni avventate. E di inviti declinati. Il primo rifiuto arriva da Enzo Bianco, presidente del COPACO (il comitato parlamentare di controllo sui servizi segreti). Lo chiamo io stesso, all’inizio di marzo. Il deputato della Margherita, che è stato anche ministro dell’Interno, sembra sinceramente compiaciuto per l’invito: certo, mi spiega, dovrà prima chiedere l’autorizzazione al presidente della Camera, quelli del COPACO sono vincolati al segreto. Segreto è un’utile parola che rimbalzerà spesso su questa vicenda: lo evoca Bianco, lo oppone Pollari, lo impone Berlusconi, lo riconferma Prodi….La risposta di Bianco si farà comunque attendere a lungo. E sarà negativa: impegni parlamentari, spiegherà la sua segretaria, agenda piena, magari ne riaprliamo… Ne riparliamo? Quando? In primavera si vota, L’ Unione vince e Bianco lascia il COPACO. Pazienza.
Il secondo rifiuto arriva da Enrico Micheli, sottosegretario, fresco di nomina, nel governo Prodi, con delega ai servizi segreti. Per due mesi Micheli si nega, prende tempo, rimanda. Chiamo Marco Minniti, viceministro dell’Interno, provo a spiegargli che il governo italiano e il centrosinistra, così tracheggiando, rischiano di perdere la faccia. Nessun altro governo europeo si è sottratto alla collaborazione con la Commissione: Zapatero ci ha mandato il potentissimo ministro degli esteri Moratinos, portoghesi e britannici hanno messo a disposizione mezzo esecutivo, a Skopje e a Bucarest siamo stati accolti dai presidenti della Repubblica, in Germania ci hanno aperto gli archivi dei servizi segreti, perfino la CIA ha accettato d’ incontrarci… “Ci penso io”, dice Minniti. Fatto sta che due giorni prima della data fissata per l’audizione con Micheli, la segretaria della Commissione d’inchiesta riceve da Roma un fax di quattro righe: il sottosegretario non viene, non ne ha voglia, non saprebbe cosa dirci… Quando tireremo le somme, dopo un anno di lavoro e centinaia di audizioni, all’appello mancheranno solo il governo polacco e quello italiano”.

Post scriptum

Cerco una persona di buona volontà che abbia voglia di collaborare (gratis, con rimborso delle spese vive) con Qui Milano Libera ai montaggi video. Requisiti: condivisione ideale, abitare a Milano o nei pressi, disponibilità di qualche ora alla settimana, un minimo di dimestichezza con i programmi di montaggio video.
C’è qualcuno?

Aldo Bianzino

Novembre 7, 2007 on 2:43 pm | In Legalità | 24 Comments

Una storia di ordinaria ingiustizia: la fine di Aldo Bianzino.
Perugino, falegname, incensurato, Aldo aveva 44 e godeva di buona salute prima di morire in galera a metà ottobre. Non truccava bilanci, non era un mafioso, coltivava canapa indiana: tale colpa gli è stata fatale.
Con la sua compagna, Roberta, il 12 ottobre 2007 è stato arrestato con l’accusa di possedere e coltivare nel giardino di casa alcune piante di marijuana. Dopo il trasferimento al carcere di Perugia, i loro destini si dividono. Roberta è condotta nel reparto femminile. Aldo viene portato in cella di isolamento.
Da quel momento Roberta non vedrà più il suo compagno. Domenica 14 ottobre Aldo è trovato agonizzante nella sua cella. Poco dopo muore, lasciando un figlio di quattordici anni.
Le prime indiscrezioni sulle cause della morte, trapelate dalla direzione sanitaria del carcere, parlano di infarto. Ma vengono presto smentite dall’autopsia: il corpo infatti presenta una frattura alle costole, gravi lesioni al fegato, alla milza e al cervello. Difficile non pensare al pestaggio. Aldo era in isolamento, chi gli ha procurato le lesioni che l’hanno portato alla morte, aveva le chiavi della cella. Difficile non sospettare che la mano assassina sia di un esponente della polizia penitenziaria.
Il pubblico ministero di Perugia Giuseppe Petrazzini, il medesimo magistrato che ha ordinato l’arresto di Aldo, apre un fascicolo per omicidio a carico di ignoti e procede per omesso soccorso nei confronti della guardia di turno. Alcuni detenuti hanno dichiarato di aver sentito Aldo lamentarsi tutta la notte senza ricevere soccorsi.
Un comitato s’è riunito attorno ai familiari per chiedere verità e giustizia sull’intera vicenda. Per criticare la legittimità dell’arresto, per sollecitare un’inchiesta rigorosa, ma anche per denunciare il contesto di profonda ingiustizia dal quale, ultima di una lunga serie, la tragedia di Aldo è scaturita. Il contesto è la pessima legge Fini-Giovanardi sulle “droghe”. Il contesto è un sistema giudiziario che sembra studiato apposta per garantire impunità ai criminali dal colletto bianco e “reprimere gli stracci della società”, come ha dichiarato ieri a un convegno il magistrato milanese Paolo Ielo.

Sabato 10 Novembre il comitato Verità per Aldo ha convocato a Perugia una manifestazione nazionale con partenza alle ore 15 da Piazzale Bove.

Post scriptum

Lo speakers corner di Qui Milano Libera, previsto per oggi in piazza della Scala, è rinviato a data da destinarsi, in segno di lutto per la morte di Enzo Biagi.

Enzo Biagi

Novembre 6, 2007 on 1:24 pm | In Informazione | 58 Comments

Se n’è andato Enzo Biagi. Temo che ora lo ricorderanno con pubblica commozione anche coloro che l’hanno cacciato e dileggiato. Pure i servi lo chiameranno maestro. Il buon giornalista, come il buon magistrato, è sempre quello morto. Pubblico come pro-memoria il testo letto da Enzo Biagi durante l’ultima puntata de “Il Fatto”, il giorno dell’editto bulgaro.

18 aprile 2002

“Cari telespettatori, questa potrebbe essere l’ultima puntata de ‘Il Fatto’. Dopo 814 trasmissioni non è il caso di commemorarci. Eventualmente è meglio essere cacciati per aver detto qualche verità che restare a prezzo di certi patteggiamenti. Signor Presidente Berlusconi non tocca a lei licenziarmi. Penso che qualcuno mi accuserà di un uso personale del mio programma che, del resto, faccio da anni, ma per raccontare una storia che va al di là della mia trascurabile persona e che coinvolge un problema fondamentale: quello della libertà di espressione. Non è un gran giorno per l’Italia: per quello che succede in casa e per quello che si dice fuori. A Milano, lo sapete, un piccolo aereo da turismo è andato a sbattere contro il Pirellone, orgoglio dell’architettura italiana e uno dei simboli della città. E il pensiero corre subito alle Torri di New York. Disgrazia.
Ma c’è, anche, chi all’estero parla di crimine. Da Sofia il Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi non trova di meglio che segnalare tre biechi individui, in ordine alfabetico: Biagi, Luttazzi, Santoro, che, cito tra virgolette: “hanno fatto un uso bieco della televisione pubblica - pagata con i soldi di tutti - criminoso. Credo che sia preciso dovere della nuova dirigenza Rai di non permettere più che questo avvenga’. Chiuse virgolette. Quale sarebbe il reato? Stupro, assassinio, rapina, furto, incitamento alla delinquenza, falso e diffamazione? Denunci. Poi il Presidente Berlusconi, siccome non prevede nei tre biechi personaggi pentimento o redenzione, pur non avendo niente di personale, lascerebbe intendere, se interpretiamo bene, che dovrebbero togliere il disturbo.
Signor Presidente Berlusconi, dia disposizione di procedere, perché la mia età e il senso di rispetto che ho per me stesso mi vietano di adeguarmi ai suoi desideri. Sono ancora convinto che in questa nostra Repubblica ci sia spazio per la libertà di stampa. Ci sia perfino in questa azienda che, essendo proprio di tutti, come lei dice, vorrà sentire tutte le opinioni. Perché questo, signor Presidente, è il principio della democrazia. Sta scritto, dia una occhiata, nella Costituzione. In America, ne avrà sentito parlare, Richard Nixon dovette lasciare la Casa Bianca per una operazione chiamata Watergate, condotta da giovani cronisti alle dipendenze di quel grande e libero editore che era la signora Katharine Graham, proprietaria della Washington Post. Questa, tra l’altro, viene presentata come la tv di Stato, anche se qualcuno tende a farla di Governo, ma è il pubblico che giudica. Nove volte su dieci, controllare, ‘Il Fatto’ è la trasmissione più vista della Rai. Lavoro qui dal 1961 e sono affezionato a questa azienda. Ed è la prima volta che un Presidente del Consiglio decide il palinsesto, cioè i programmi, e chiede che due giornalisti, Biagi e Santoro, dovrebbero entrare nella categoria dei disoccupati. L’idea poi di cacciare il comico Luttazzi è più da impresario, quale lei è del resto, che da statista”.

Enzo Biagi

Piercamillo Davigo

Novembre 5, 2007 on 11:28 pm | In Politica | 24 Comments

Il 14 novembre Qui Milano libera presenterà l’ultimo libro di Piercamillo Davigo, sul tema della corruzione. Sarà presente l’autore. Ci saranno anche Basilio Rizzo e il maestro Corrado Stajano. Insomma, passeremo una serata con persone degne di stima. E di questi tempi non è poco. Dalle ore 21, al teatro alle Colonne di San Lorenzo. Segnatevelo. Nei prossimi giorni i dettagli e il volantino.

Post scriptum

Questa sera, mentre all’Università Cattolica di Milano attendevo Giuliano Ferrara e Camillo Ruini, che però sono usciti da un androne laterale, ho avuto un vivace scambio di battute con Renato Farina, noto alle recenti cronache come l’agente “Betulla”, già collaboratore del Sismi di Pollari e Pompa, radiato dall’ordine dei giornalisti, editorialista del quotidiano “Libero”. Abbiamo parlato di laicità dello Stato, finanziamento pubblico ai giornali, servizi segreti, corruzione del giornalismo e altro. Farina si è un poco risentito, ha un poco svicolato, ma non è scappato, e a modo suo ha risposto alle mie obiezioni. Gliene do volentieri atto. Un’ora dopo mi ha scritto una mail per scusarsi di essere stato “impulsivo”, per ribadire la sua buona fede e dirsi disponibile a un confronto pubblico sereno e pacato. Gli ho risposto riservandomi di proporgli data e luogo per un incontro pubblico. Spero davvero che si faccia. Il confronto in campo aperto, senza sconti né trappole, è quel che cerco.
A breve metterò on line il video della nostra conversazione odierna.

Il referendum propositivo in Valle d’Aosta

Novembre 4, 2007 on 5:00 pm | In Politica | 16 Comments

Si parla molto di rafforzare i poteri del “premier”. Ma poco o nulla di potenziare gli strumenti della partecipazione. Uno di questi è il referendum propositivo, non previsto dalla Costituzione italiana. Non tutti sanno che il 18 novembre se ne svolgerà uno su base regionale. Come ci racconta Mario in questa lettera dalla Valle d’Aosta.

Caro Piero,

il 18 novembre si terrà in Valle d’Aosta il primo referendum propositivo della storia d’Italia. Invece di votare per abrogare in tutto o in parte una legge in vigore, il cittadino voterà direttamente l’approvazione di cinque proposte di legge, assumendo il ruolo di legislatore. I primi quattro quesiti referendari riguardano la legge elettorale. Il comitato referendario si propone d’introdurre la dichiarazione preventiva delle alleanze politiche, l’elezione diretta della squadra di governo, la preferenza unica e una maggiore presenza femminile nelle liste. L’ultimo referendum, invece, dimostra più chiaramente che cosa potrebbe diventare lo strumento propositivo, poiché propone la costruzione di un ospedale regionale unico al posto delle tre strutture esistenti, attualmente disperse sul territorio.
Il voto sarà valido se sarà raggiunto il quorum del 45% dei cittadini elettori. Il referendum propositivo è stato introdotto dal Consiglio regionale della Valle d’Aosta nel 2005, con la sola astensione della Casa delle Libertà. Nel 2006, i partiti del centrosinistra valdostano, l’Arci, i sindacati, alcuni movimenti e associazioni hanno proposto i referendum che saranno votati il 18 novembre. Le proposte sono state esaminate da una commissione di esperti costituzionalisti e non è stato rilevato alcun problema. Sono state raccolte 7000 firme a favore del referendum, cifra significativa nella piccola realtà valdostana.
Il referendum è oggi sotto attacco da parte di quelle stesse istituzioni regionali che lo hanno introdotto: l’Union Valdôtaine, il partito di maggioranza, ha dato mandato ai propri consiglieri di modificare la normativa in materia di referendum propositivo. Il presidente della regione, Luciano Caveri, ha poi incaricato due avvocati di procedere a un nuovo esame della legittimità dello strumento propositivo, già stabilita due anni or sono. Ora, infine, a 20 giorni dal referendum, l’Union Valdôtaine è tra i partiti che invitano non a votare NO, ma ad astenersi dalla consultazione, in modo da far fallire lo strumento referendario.
In Valle d’Aosta c’è molta attesa per l’appuntamento, ma molte persone si sono abituate, negli ultimi anni, a delegare tutto ai partiti e potrebbero essere vittime della campagna antireferendaria. Il silenzio che circonda questo nuovo strumento nel resto d’Italia, a 20 giorni dalla consultazione popolare, contribuisce a svilirne l’importanza e la novità.

Ciao, Mario

L’Ilva di Taranto

Novembre 3, 2007 on 2:40 pm | In Politica | 29 Comments

Mi scrivono Luca e Conny, di Taranto. Una città bellissima, devastata dall’inquinamento.

Caro Piero

siamo di Taranto, la culla della Magna Grecia, un luogo d’arte, patrimonio dell’umanità, con due mari che la incorniciano rendendola unica.
Ma Taranto è anche una città dannata. Il famoso ponte girevole apre le sue braccia vecchie e cigolanti alle navi italiane e straniere, ai mercanti e agli imprenditori che qui hanno costruito la loro fortuna. Sulla nostra pelle. La maledizione di Taranto si chiama Ilva, la fabbrica di acciaio più grande d’Europa. In cambio del lavoro, ci toglie la vita.

In prncipio fu l’Italsider, azienda pubblica fondata nel 1965, fortemente voluta dai politici dell’epoca, inaugurata dal presidente Saragat, accolta come un segno del Vangelo dal Papa Paolo VI. Nel 1995 l’Italsider diventa Ilva (costo 1.600 miliardi di vecchie lire) ed entra nel gruppo di Emilio Riva, che ha l’obiettivo di renderla il più grande centro europeo della produzione dell’acciaio. Riva è un imprenditore con progetti ambiziosi, ma non molto interessato alla salute dei tarantini: minimi sono stati gli investimenti per la riqualificazione degli impianti, per la tutela dei lavoratori. Oggi l’Ilva è una delle fabbriche più redditizie, considerando il rapporto redditività/investimento. E più inquinanti, considerata la mortalità per tumori.

L’Ilva ha un’estensione di 15 milioni di metri quadrati, un sistema di nastri trasportatori a cielo aperto di 170 km; con parchi di deposito dei minerali ferrosi grandi 660.000 metri quadrati, anch’essi a cielo aperto e universalmente riconosciuti come fonte di inquinamento. Qui lavorano circa 13.000 persone, la fabbrica contribuisce alla produzione del 50% dell’acciaio nazionale, circa 10 milioni di tonnellate all’anno.

Produce anche enormi quantità di sostanze inquinanti.

In questo elenco (Fonte E.P.E.R. 2005) la prima cifra indica il valore soglia, la seconda indica il valore effettivo.

Acido cianidrico: 200 - 3647,9

Anidride carbonica (CO2): 100000 - 11072060

Benzene (C6H6): 1000 - 219240

Cromo (Cr): 100 - 3800

Fluoro e composti inorganici: 5000 - 529853

Idrocarburi policiclici aromatici (IPA): 50 - 31124

Mercurio (Hg): 10 - 1385

Ossidi di azoto (NOx): 100 - 28648

Ossidi di zolfo (SOx): 150 - 41840

Ossido di carbonio (CO): 500 - 538010

Piombo (Pb): 200 - 74425

Zinco (Zn): 200 - 16732

Il 10% di monossido di carbonio, il 9% di diossina, l’8% di idrocarburi policiclici aromatici (IPA) immessi nell’atmosfera del continente europeo, sono a Taranto. Ogni anno sono 1200 i morti per neoplasie polmonari (dato tratto dal dossier de “L’Espresso”), il 22% in più della media regionale. I tumori polmonari da noi sono la causa del 40% delle morti complessive per neoplasie, contro il 29% della media nazionale.

Questi dati sono dei semplici numeri, dietro ogni numero c’è un essere umano, con i suoi sogni e le sue speranze. A Taranto il sacrosanto diritto alla salute è calpestato e oltraggiato, e questa tragedia è ignorata dalle istituzioni locali e nazionali.

Emilio Riva è stato condannato in via definitiva per mobbing verso dipendenti attivi nel sindacato, per il reato di violenza privata e frode processuale. La dirigenza Ilva è stata condannata anche per inquinamento. Tanti sono stati i procedimenti penali nei confronti dei vertici aziendali, alcuni terminati con clamorose sentenze di assoluzione grazie anche alla complicità dei politici locali: gente capace di ritirare la costituzione di parte civile nel processo penale alla vigilia della pronuncia della Cassazione, dopo due sentenze di condanna, sulla base di promesse, mai mantenute, da parte dell’azienda.
Tanti sono stati i patti di intesa tra azienda, amministratori e sindacati: nessuno capace di incidere sul problema.

Nella vicenda Ilva c’è tutto. L’ignavia di una città, la superficialità delle amministrazioni, l’arroganza, la violazione di norme, i carichi pendenti e le rinunce, gli incidenti, la malattia e la morte; la rassegnazione e l’abitudine. Soprattutto la paura. Sì, paura dei lavoratori di parlare, addirittura di pensare. Sembra che qui il tempo non sia mai passato. Da una parte c’è il padrone, dall’altra i suoi operai. E chi porta all’esterno informazioni e dissenso rischia di perdere il posto di lavoro e di farlo perdere ai suoi familiari.

Non chiediamo la chiusura dell’azienda. Chiediamo che vengano rispettate le più elementari norme in materia ambientale. Chiediamo rispetto per i cittadini di Taranto e per i caduti in questa guerra civile non dichiarata, vittime sacrificali di un “modello di sviluppo” distorto e insostenibile, vittime innocenti di un bombardamento di gas, polveri e agenti inquinanti. Un bombardamento che, nell’indifferenza dei più, continua a uccidere.

Saluti da Luca e Conny.

Basilio Rizzo

Novembre 2, 2007 on 4:10 pm | In Politica | 15 Comments

Da vent’anni al consiglio comunale di Milano c’è una forte opposizione. Si chiama Basilio Rizzo. Si muove in controtendenza: non serve i comitati d’affari, li combatte. A colpi di denunce anticipò l’inchiesta Mani Pulite, quando a Berlino c’era ancora il muro e a Milano c’era già Ligresti. Al mattino insegna, al pomeriggio va in municipio e scartabella dossier. Quasi ogni settimana trova uno scandalo: Milano è pur sempre la capitale immorale d’Italia. Basilio dispone delle tre qualità indispensabili per un buon politico: competenza, dedizione all’interesse generale, onestà. Per questo non ha fatto carriera. In un Paese normale, con una sinistra dotata di un minimo di autostima, Basilio sarebbe in parlamento, se non al governo. Invece alle ultime elezioni è entrato in consiglio comunale per il rotto della cuffia, nella lista Dario Fo. Di gente come lui in giro per l’Italia ce n’è ancora, almeno uno per comune. Di solito sono consiglieri comunali di liste civiche o schegge impazzite degli apparati di partito: teste storte, tipi testardi, persone capaci di dire le cose come stanno. Da questa specie umana in via di estinzione la buona politica dovrebbe ripartire.
Proposta ai blogger in ascolto: individuate il Basilio Rizzo della vostra città. Stabilite un rapporto. Cercate di imparare da lui come funziona la macchina amministrativa. Aiutatelo a comunicare oltre la cerchia degli addetti ai lavori. Proponetegli un’intervista periodica da mettere on line. Noi lo faremo a Milano con Basilio. Fatelo anche voi.

In questo video Basilio Rizzo spiega perché la Procura presso la Corte dei Conti (su denuncia indovinate di chi) ha ravvisato 81 assunzioni irregolari, per meriti partitici, da parte della giunta Moratti, con un danno erariale stimato fino ad ora in undici milioni di euro.


Marco Ponti e la Tav

Novembre 1, 2007 on 2:20 pm | In Economia | 10 Comments

L’Unione Europea ha deciso di finanziare alcune “grandi opere” italiane, tra le quali la linea ad alta velocità Torino-Lione. Per una cifra in vero irrisoria rispetto all’investimento previsto, prevalentemente di pertinenza del contribuente italiano. Non è ancora certo se l’opera si farà: gli abitanti della Val di Susa sono in gran parte contrari, governo e partiti sono in gran parte favorevoli.
Il professor Marco Ponti, economista dei trasporti, non esita a esprimere il suo netto dissenso: per lui la Tav Torino-Lione non ha alcun senso, per ragioni essenzialmente economiche. L’ho (di nuovo) intervistato.

QUI il video.

Post scriptum

Segnalo il libro “Capitalismo di rapina” (Chiarelettere editore) di tre cronisti seri: Paolo Biondani, Mario Gerevini, Vittorio Malagutti. Racconta la resistibile ascesa della “razza predona”, da Cragnotti a Ricucci, da Gnutti a Fiorani; le scalate dei furbetti, le coperture politiche, le responsabilità delle istituzioni di controllo. Ne riparlerò.
Martedì 6 novembre il saggio è presentato a Milano (Camera del Lavoro, corso di Porta Vittoria 43, ore 21) dagli autori, insieme a Gian Antonio Stella, Salvatore Bragantini, Paolo Ielo, Bruno Tabacci.

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Questa opera è pubblicata da Piero Ricca sotto una Licenza Creative Commons

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