La Milano di Lauro
Dicembre 15, 2007 on 5:51 pm | In Politica | 80 Comments
Ho appena inviato all’Ansa questo comunicato. Lo pubblicheranno?
Due ore in commissariato e un’altra denuncia per aver criticato Berlusconi
Questa mattina a Milano il “Partito dei Pensionati” distribuiva pacchi di pasta contro il caro vita e Silvio Berlusconi non ha voluto mancare.
Con cinque amici siamo andati in piazza Lagosta per registrare con videocamera questo imperdibile momento di dialettica politica. Quando è arrivato l’ospite d’onore abbiamo espresso il nostro dissenso informato intonando cori e slogan sul conto suo e del suo gruppo di potere. Abbiamo ricordato fatti e circostanze specifiche, con precisione di laser e voce di tuono. Per esempio, lo stalliere mafioso Vittorio Mangano, l’iscrizione alla P2, la corruzione giudiziaria nel caso Mondadori, l’abusivismo di Rete 4, le relazioni siciliane di Dell’Utri, la censura ai danni di Biagi e altri, le leggi su misura e i sabotaggi processuali, l’affarismo, i trucchi, le menzogne. Alcuni pensionati, con o senza il sacchetto di pasta in mano, hanno inveito contro di noi al grido di “comunisti” e altri epiteti irriferibili. Alcuni passanti al contrario si sono espressi a nostro favore. A un certo punto la polizia ci ha trascinati in commissariato. Il motivo ufficiale è stato la necessità di identificarci, ma eravamo tutti già noti per nome e cognome e nessuno ci ha chiesto il documento. Poi al commissariato “Garibaldi Venezia” siamo stati tenuti per due ore e l’accusa è diventata: “manifestazione non autorizzata”. Ne siamo usciti con un verbale di denuncia. Assolutamente infondata, in quanto non avevamo con noi né volantini né cartelli nè striscioni né megafoni. Niente, tranne la nostra voce e le nostre sacrosante ragioni. Per dovere di cronaca tocca ricordare che alcuni poliziotti più servili del necessario hanno usato metodi non proprio civili. Uno ci ha chiamati “stronzi”, un altro ha messo le mani addosso ad alcuni di noi, tre o quattro si sono rifiutati di esibire il tesserino. Un altro mi ha detto: “ringrazia che te ne vai con le tue gambe”. Tra l’altro, non sono state rispettate le regole del TULPS (testo unico delle leggi di pubblica sicurezza), un decreto regio che prevede che prima dell’accompagnamento in commissariato occorre intimare ai presunti manifestanti di allontanarsi ed emettere “tre squilli di tromba”. Ho voluto rilasciare “dichiarazioni spontanee” per chiarire la nostra posizione di cittadini dalla schiena dritta, richiamando l’articolo 21 della Costituzione. Durante la redazione del verbale, allorché ho fatto riferimento ai fatti evocati dai nostri slogan (Mangano, P2, corruzione Mondadori…) l’ufficiale verbalizzante dottor Francesco Bandiera, persona peraltro molto garbata, mi ha chiesto e poi pregato di evitare tali riferimenti, perché la cosa poteva creargli qualche problema. Mi sono impietosito e li ho evitati. Lui non è stato altrettanto gentile, rifiutandosi di fornirci i nominativi degli agenti che ci hanno insultati, strattonati e minacciati. Siamo stati liberati alle 14,15.
Viviamo ancora in uno Stato di diritto? Certi giorni viene da dubitarne. Ma non rinunceremo a esercitare il nostro diritto-dovere di critica frontale. Come hanno fatto per esempio ieri a Bologna gli amici di Qui Bologna Libera.
Firmato:
Piero Ricca
Diego Fabricio
Francesco Baraggino
Elia Mariano
13 novembre/il ritorno
Dicembre 13, 2007 on 1:08 pm | In Politica | 145 Comments“Ma no, la Mondadori non è stata rubata. Se fosse vero, il popolo scenderebbe in piazza!”. (Paolo Pillitteri)
Eravamo rimasti alla scena oscurata del 13 novembre.
I gendarmi ci hanno trattenuto in commissariato (dove abbiamo fatto per tutto il tempo un casino dell’altro mondo) allo scopo di tenerci lontani dalla festicciola della corruzione mondadoriana, questo è evidente. Per giustificare il fermo hanno redatto due verbali di denuncia per manifestazione non autorizzata e sequestro di “corpi di reato” (volantini, cartelli e megafono, sempre mortacci loro). Dopo quasi quattro ore, a mezzanotte veniamo liberati. E ci viene consigliato di tornarcene a casa, possibilmente con la coda fra le gambe. Siamo andati a Palazzo Reale. Qui - sorvegliato a vista della solita truppa di agenti in borghese - ho tenuto un’altra mezz’ora di comiziaccio a voce nuda con qualche domanda agli ospiti vip che uscivano dalla cena portando il pesante gadget del centenario Mondadori, il medesimo volumone regalatomi in mattinata da Ferruccio De Bortoli al convegno di Palazzo Visconti. Naturalmente quasi tutti i vip hanno fatto finta di nulla, dicendo di non sapere, di esser lì per un altro motivo. Qualcuno ci ha irriso, qualcuno ha inveito contro di noi. L’accompagnatrice del senatore Franco De Benedetti (fratello di Carlo, che in teoria sarebbe la parte lesa della corruzione previtian-berlusconiana) ha detto che facevamo bene a protestare ma eravamo troppo pochi. Bella faccia di bronzo. Il più umano e ragionevole mi è sembrato Diego Dalla Palma, il visagista delle dive. Siamo davvero messi male.
Qui sopra il video.
Coraggio ragazzi, meno tastiera e più strada! Diventate anche voi terroristi della parola!
13 novembre/il video
Dicembre 11, 2007 on 1:04 pm | In Politica | 85 Comments“La tragedia dell’Italia è la sua putrefazione morale, la sua indifferenza, la sua vigliaccheria”, scriveva Piero Calamandrei nel 1941.
Ma è poi tanto cambiata quest’Italietta di palude? Ne dubito.
Di fronte all’eterna palude italiana, ieri come oggi, c’è chi oppone la propria voce e chi sta zitto.
Noi - gli amici di qml e io - abbiamo scelto di non tacere. Per un’esigenza morale. Per non sentirci vinti. Per non essere complici. Da idealisti senza illusioni. Sapendo che se fossimo in tanti ad alzare la voce, magari qualcosa cambierebbe.
Il 13 novembre eravamo in sette (più un giovane passante che si è aggiunto) davanti alla Scala per il centenario Mondadori. Il centro storico di Milano era stato noleggiato dalla famiglia Berlusconi. E noi eravamo lì per esprimere il nostro dissenso informato, per ricordare la vera storia di quel trionfo.
Perché insisto sul caso Mondadori? Perché è un frammento esemplare: di un capitalismo di rapina, di una politica ridotta a retrobottega di affari e impunità, di una classe dirigente priva di anticorpi, di un’opinione pubblica rassegnata a tutto.
Qui trovate la prima parte del video della performance del 13 novembre. La prima scena è in piazza della Scala. La seconda (oscurata) è al commissariato di piazza San Sepolcro, dove siamo stati reclusi per quasi quattro ore e ancora giace sotto sequestro il mio megafono, mortacci loro.
Nella seconda parte, che sarà on line domani, c’è la terza scena che si svolge, dopo la scarcerazione, davanti a Palazzo Reale, al termine della cena di gala per gli ospiti vip.
Aggiungo solo una considerazione. Le persone che considero più lontane sono coloro che sanno, condividono, tifano a distanza. Ma non fanno niente. Quindi almeno astenetevi dagli eventuali complimenti, per favore.
Il mio suggerimento è sempre lo stesso: tirate fuori la rabbia, alzate la testa, ma in modo mirato, consapevole, responsabile, frontale, disinibito, senza mediazioni. Insomma, smettetela di delegare. So che è poco, ma è sempre meglio che stare a guardare o limitarsi a smanettare su una tastiera.
Bruno Vespa
Dicembre 8, 2007 on 5:04 pm | In Informazione | 93 CommentsDa anni cerco di incoraggiare Bruno Vespa a fare i conti con la parte oscura di se stesso. A esaminare il livello della propria onestà intellettuale. A recuperare dignità professionale. La questione dell’informazione serva è secondaria rispetto al caso umano. Sono tenace, ma è una missione quasi impossibile. L’uomo di punta dell’informazione partitica continua disperatamente ad ammassare poterucolo e dollaroni e si sente aggredito da chi gli ricorda la vera funzione del giornalismo. “Non sono un arrivista, sono un arrivato”, mi disse una volta. E non ha torto. Ormai è un pilone del Palazzo, un pezzo della nomenclatura, un frammento del caso Italia. Che è il caso di una democrazia in stato terminale, dominata da clan d’affari e di partito, puntellata da giornalisti su misura. Che carriera, il dottor Vespa. Dentro la Rai ormai è un’azienda nell’azienda, vi si è infeudato con budget e contratto da sceicco (senza contare i numerosi extra), il privilegio di tre-quattro conduzioni alla settimane, la fila di politicanti in attesa fuori dalla porta. Che arte insuperata, nel suo genere. Confeziona abitini sartoriali per gli ospiti di grido. Esclude voci, notizie, temi che gli stanno sul gozzo. Gestisce il flusso di comunicazione in modo funzionale agli interessi padronali. La regola aurea è questa: i fatti sono al servizio delle opinioni e la selezione delle opinioni è gestita immedesimandosi, secondo i rapporti di forza, nei desideri di chi comanda. Il resto è intrattenimento. Ogni anno il dottor Vespa sforna il suo best seller natalizio, co-edito da Mondadori, e spudoratamente lo pubblicizza gratis sulle reti del cosiddetto servizio pubblico. Sul piano culturale è berlusconiano, sul piano funzionale è ecumenico. Dopo una dura gavetta come microfono di riferimento della Democrazia Cristiana, ora il dottor Vespa è il gran ciambellano delì’oligarchia italiana, trasversalmente apprezzato e temuto, con simpatie per il Buffone solo in quanto è il più munifico e potente. “Vespa è Vespa”, diceva la Deborah Bergamini nelle intercettazioni telefoniche Raiset. Cioé: a lui non c’è bisogno di dare dritte, sa sempre benissimo cosa fare. Servendo così bene la causa, è diventato egli stesso potente, e prepotente. Ma basta poco per smascherarlo, perché la natura non fa salti. Lo aspettavo al varco da tempo e ieri l’ho incrociato nel centro di Milano, tra la libreria Mondadori di piazza Duomo e la libreria Rizzoli in Galleria, dove firmava copie dell’ultimo best seller in attesa di recarsi alla prima della Scala, finalmente tra pari. Gli ho chiesto un’intervista: risposta negativa. Poi son partito con le domande. Una su quella sua patologica affezione per la cronacaccia nera, da Cogne a Perugia. E lui ha risposto che amerebbe parlare solo di cose belle e nobili, ma la vita è brutta e cattiva e una tv che vive anche di pubblicità deve fare così. Un’altra sulla pubblicità gratuita ai suoi avvincenti libri a reti Rai unificate. E lui ha risposto che nelle reti private lo invitano sempre e nelle sue trasmissioni non parla del suo libro. Un’altra sul caso della corruzione Mondadori. E lui prima ha ricostruito la vicenda in modo falso, poi ha detto di non ricordare. Un’altra sull’accertata collusione mafiosa di Andreotti. E lui ha mentito dicendo di averne parlato. Un’altra sulle puntate concordate con gli uffici stampa. E lui ha risposto che Santoro si compiaceva per l’assassinio di Salvo Lima.
Tra una libreria e l’altra c’è stato il tempo per l’abituale comizietto in strada, a viva voce, piantonato dagli scherani, in mezzo alla solita, lugubre folla di passanti indifferenti.
Dai, alzate la testa anche voi! Sopra, il video.
Corrado Stajano
Dicembre 7, 2007 on 3:36 pm | In Informazione | 24 Comments
Con l’amico Diego siamo reduci da un blitz con il più autorevole esponente della casta giornalistica: Bruno Vespa. Mi sono un po’ sfogato e questo va sempre bene. Ma resta un senso di ribrezzo, che è il vero prezzo da pagare. Restate in linea: potrebbe scapparci un filmatino su youtube.
Ma nel frattempo cantiamo un po’ più alto. E’ l’otto giugno 2003. Corrado Stajano ha appena lasciato il Corriere della Sera “per protesta”, in difesa del “libero giornalismo”. Un gesto bello e isolato, che ovviamente non produce alcun sussulto di coscienza dentro e attorno alla casta. Ripropongo qui la sua lettera d’addio, pubblicata sull’Unità.
“Caro direttore,
la parola d’ordine nelle stanze alte del Corriere è sopire, troncare, minimizzare, allontanare il fuoco dalla paglia, fare in fretta, soprattutto, a collocare il nuovo direttore sulla poltrona con l’Enciclopedia Treccani di spalle. Io mi sono dimesso stamattina perché non credo per nulla nella versione ufficiale delle dimissioni di Ferruccio De Bortoli - i motivi personali - e non credo neppure nelle assicurazioni date sulla continuità del giornale, più o meno provvisoria. Una conquista, persino, il meno peggio che potesse accadere, secondo alcuni protagonisti di questa vicenda che è un po’ il simbolo della vecchia politica delle stanze chiuse, dei patti riservati, degli occhieggiamenti, dei favori, delle poco sublimi mediazioni, delle trattative sottobanco, dell’eterna ambiguità.
Mi dimetto per protesta. Contro l’arroganza del governo e dei suoi ministri, contro una Proprietà subalterna, contro le interferenze, difficili da negare, piovute dall’alto ai danni di un possibile libero giornalismo. In un momento grave per la Repubblica in cui non è certo il caso di fare gli struzzi.
Ho consegnato la mia lettera di dimissioni alla Rita, una delle intelligenti segretarie di direzione e nel giornale deserto della prima mattina sono andato su e giù per i corridori dei vari piani. Ho dato un’occhiata alle vuote stanze della direzione, poi alla celebrata sala Albertini, coi tavoli simili a quelli del Times, con le lampade di ottone che hanno sostituito le lampade verdi. Chissà che cosa è successo qui dentro nel Novecento, conflitti, bassezze, viltà, crimini e misfatti. Ma anche il coraggio di tanti e la passione.
Che cosa significa, mi sono detto, il concetto di continuità predicato ora in un giornale come questo che ha segnato la vita nazionale? Da Bava Beccaris e dalla parte dei suoi cannoni al fascismo dopo le non sempre focose resistenze di Albertini fino a quel famoso direttore del dopoguerra esaltato dai manuali, Missiroli, che era solito dire, negli anni 50: ” Ci vorrebbe un giornale. Oh, se avessi un giornale!”. La continuità arriva fino alla P2 - Di Bella, Rizzoli, Tassan Din o per continuità - speriamo - si vuole intendere soltanto la parte civile della storia, Mario Borsa, Ottone, Cavallari, Stille, Mieli? E Ferruccio de Bortoli. Che ha diretto con dignità un giornale moderato dove a occupare la prima pagina sono stati soprattutto Panebianco, Galli Della Loggia, Merlo, Ostellino e qualcun altro, guardie bianche da cui Berlusconi non ha avuto certo da temere, soltanto benevolenza e consigli filiali.
Io sono stato accolto da Ugo Stille nel 1987. Lo ricordo con affetto. Aveva lo sguardo di un uomo che molto sa e molto ha vista, sa del presente e intuisce del futuro, come l’ignoto marinaio del romanzo di Vincenzo Consolo. Con lui ho scritto molto, di cultura, di politica. Era curioso, gentilmente beffardo. Solo una volta parlò del suo grande amico Giaime Pintor. Nel 1999, poi, de Bortoli mi ha affidato una rubrica di politica e società, ” Storie italiane”, e in quattro anni non mi ha mai chiesto di togliere una riga o una sola parola garantendo con correttezza esemplare una rubrica dissonante dal resto del giornale. Sono grato anche a lui.
” Come mai - dicono adesso gli ingenui cittadini di Milano che si incontrano per la strada e ti fanno domande allarmate - Ferruccio de Bortoli era inviso al governo o ad alcuni governanti e il suo successore non lo è?”. ” Come mai - dicono altri - si sostiene che non è successo niente?”. Berlusconi vuole tutto. Non gli bastano le sue tre reti televisive, la Rai, i giornali parentali e quelli amici, le radio e le case editrici, come non succede in nessun paese del mondo.
Il Corriere, nonostante non fosse nemico, era ed è un inciampo da togliere di mezzo. Perché adesso? Le elezioni non sono state un successo. L’economia ristagna. Non pochi elettori forzisti fanno i conti della spesa, il vecchio carisma del capo è entrato in crisi, il loro cuore è tremulo e intristito.
Il semestre europeo può essere un ostacolo micidiale, non un’occasione dorata. E il Corriere conta, resta una spina, ha mantenuto intatto il suo prestigio. Può influenzare milioni di persone. Che cosa dà fastidio al Cavaliere? La quantità di informazioni che de Bortoli ha sempre cercato di dare non gli giova. Alcuni collaboratori di certo non gli piacciono, Giannelli e le sue vignette, qualcun altro, il professor Sartori, liberale autentico, che ha battuto per anni sull’incudine del conflitto di interessi e non si è stancato mai perché questo è l’insoluto problema generatore di tanti disastri reali e d’immagine per l’Italia in tutto il mondo.
Il 15 maggio, Giovani Sartori ha avuto l’impudenza che non è stata perdonata né a lui né a De Bortoli di scrivere: ” Lei ha dichiarato, signor Presidente del Consiglio, che “non sarà consentito a chi è stato comunista di andare al potere”. Queste cose le diceva Mussolini. Lei non ha nessun motivo di aver paura. Io sì”.
Figuriamoci il Cavaliere che con i suoi fedeli vassalli non ha mai dimenticato il no alla guerra di de Bortoli. Le pressioni governative sono state assillanti, padronali, offensive. A proposito dell’economia e di inchieste su questioni finanziarie. A proposito della giustizia, tema ossessivo. Il direttore de Bortoli l’ha affrontato nell’unico modo possibile per un giornalismo civile pubblicando gli articoli dei bravi, generosi e minacciati cronisti giudiziari che non ritengono il presidente del Consiglio e l’onorevole Previti al riparo dalle notizie documentate. Questi eminenti imputati dei processi di Milano che debbono rispondere di un reato comune così grave come la corruzione di magistrati e che stanno per ottenere l’impunità dalla maggioranza parlamentare con una legge ad personam che certo viola la Costituzione, vogliono essere liberati anche da ogni controllo dell’informazione. Sorretti dai loro avvocati-parlamentari che fanno il diavolo a quattro in difesa dei loro clienti. Le ricusazioni toccano anche alla stampa libera.
Gli azionisti, poi. Quella del Corriere è una proprietà frantumata, un pentolone che contiene tutti i possibili beni e servizi, le auto, i cavi, le telecomunicazioni, i frigoriferi, la finanza, Mediobanca, le assicurazioni. Appassionati sostenitori del libero mercato gli azionisti si sono rivelati fedifraghi, bisognosi come sono delle stampelle e dei favori del governo che certo non dà senza nulla ricevere in cambio. Anche loro hanno protestato infuriati ed esterrefatti - un reato di lesa maestà - quando l’informazione economica del giornale ha rivelato, per alcuni, oscure verità su traffici e affari. Il capitalismo democratico è di là da venire. Anche coloro che deprecano a parole i comportamenti di una società che opera solo in nome degli interessi e lamentano la mancanza di idee e l’assenza di ideali, in quest’occasione non hanno rotto un fronte comune che non li rappresenta. Il grido della foresta è stato più forte.
Mentre nella mia passeggiata d’addio dentro il giornale deserto passavo davanti alle stanze dell’Economia, al secondo piano, nel vecchio fabbricone di vetro, mi venivano in mente ” gli interessi inconfessabili” denunziati da un grande maestro non certo marxista-leninista, Luigi Einaudi quando, forse proprio sul Corriere, si riferiva ai traffici dei cotonieri, dei siderurgici, degli armatori, degli agrari che si servivano dei giornali di cui erano proprietari non certo per difendere idee, ma per calcoli mercantili e usavano i loro poteri e i loro denari per promuovere disegni di legge adatti agli interessi di casa.
Quel che è accaduto al Corriere è grave. È sbagliato usare anche qui i criteri perdenti della tattica anziché cercare di aprire un po’ la mente e capire quali possono essere le conseguenze rovinose di un Corriere del tutto addomesticato ai voleri di Berlusconi. E questo vale per la sinistra. Il cambio di un direttore di giornale avvenuto chiaramente per impulso governativo non è, come ha detto qualcuno dall’anima questurina, simile a un banale cambio di prefetti. Soprattutto in via Solferino, dove la forza della tradizione conta, nonostante la retorica, dove, malgrado tutto, anche se con fatica, il giornale ce l’ha quasi sempre fatta a uscire dalle tempeste. (La P2 non era un club di gentiluomini: basta ricordare che Giuliano Turone e Gherardo Colombo, allora giudici istruttori, arrivarono alle liste di Gelli indagando sulla mafia, sul finto rapimento di Sindona in Sicilia, sull’assassinio dell’avvocato Giorgio Ambrosoli).
Sono uscito dal palazzo pieno solo di ombre e di fantasmi scendendo per le antiche scale. Sulle pareti sono appese le fotografie dei redattori e dei collaboratori illustri. Mi guardano, li guardo. Soltanto alcuni, faziosamente. Memoria e monito. Giovanni Amendola, Benedetto Croce, Giovanni Verga, G.A. Borgese, Federico De Roberto, Eugenio Montale, Italo Calvino. E Ferruccio Parri, con i suoi occhiali sulla fronte”.
Giovanni Impastato
Dicembre 5, 2007 on 6:55 pm | In Politica | 25 Comments
I mei giovani amici di Lecco hanno creato Qui Lecco Libera. Il 14 dicembre sera sarò da loro per moderare un incontro pubblico con Giovanni Impastato, fratello di Peppino. La storia di Peppino e Giovanni è l’emblema del riscatto possibile. Figli di un mafioso, seppero ribellarsi (Peppino al prezzo della vita) e cercare una strada nuova. La stessa che Giovanni, il 19 aprile 2006, con una lettera aperta, ha indicato ai figli di Bernardo Provenzano. In attesa di incontrarlo a Lecco, la ripropongo qui.
“Caro Angelo, caro Francesco Paolo,
sono stato anch’io ragazzo come voi e ancora prima di me lo è stato mio fratello Peppino, che ha pagato con la vita la sua scelta. Siamo tutti figli partoriti dalla stessa mafia. Una mafia che distrugge la vita, sempre, anche quando non lo fa con le armi o con le bombe. Una mafia fatta di uomini che diventano padri e dicono ai loro figli che sono vittime innocenti della giustizia costretti a vivere nascosti come talpe. E la confusione comincia pian piano ad insinuarsi nelle nostre viscere più profonde, ci assorbe il cuore e la mente e la ragione fa fatica a distinguere la verità dalla menzogna.
Sono sentimenti che hanno segnato a lungo la mia esistenza, ancora prima quella di Peppino e credo attraversi anche la vostra.
Quando mio padre morì provai un dolore atroce, ricordo che il fazzoletto grande come un tovagliolo che mi diede mia madre, non riusciva a contenere le lacrime ma contemporaneamente non riusciva neppure a contenere quel senso di liberazione dal vincolo di mafiosità che mi aveva lacerato fino a quel momento. Due sentimenti uguali ed opposti che provenivano uno dal cuore e l’altro dalla ragione.
Anch’io da ragazzino, avevo circa dieci anni, ho conosciuto la latitanza seppure di riflesso. Mio padre mi portava con sé quando andava a fare le iniezioni a Luciano Liggio malato, latitante nella tenuta di nostro zio, il boss Cesare Manzella a cui è succeduto Tano Badalamenti, boss che ha provveduto anche alla latitanza di vostro padre quando era qui a Cinisi dove conobbe Saveria Palazzolo, divenuta poi vostra madre. Ricordi che custodisco ancora ma che mi sono lasciato alle spalle quando il mio sguardo ha deciso di guardare avanti per fare di me stesso un uomo libero dalla schiavitù mafiosa, che vive e lavora nel rispetto della legalità. E i miei figli per questo mi amano, come io amavo mio padre, ma loro sono anche fieri di me e della mia scelta.
Per questo con delicatezza, con umiltà, senza la spocchia di chi è riuscito a vincere dentro di sé e fuori di sé la battaglia più difficile della sua vita, mi rivolgo a voi, ora che la fine della latitanza di vostro padre apre un nuovo capitolo.
A te Angelo, che tra poco ti sposerai con una ragazza che mi dicono essere graziosa e gentile, che diventerai come ti auguro padre, chiedo di trovare la forza della verità e il coraggio per sostenerla. Nessuno vuole, tantomeno io, che rinneghi l’amore profondo che ti lega a tuo padre. Ma tacere è condividere. Il tuo silenzio, il vostro silenzio vuol dire condividere seppure non le eserciterete mai, le sue azioni sanguinarie e quelle dell’organizzazione di cui è il capo. Ecco perché il giudizio deve necessariamente essere severo, chiaro anche se l’amore che nutri per lui non potrà mai impedirti di stargli vicino nei momenti del bisogno.
Miei cari ragazzi non ci sono strade alternative: solo dicendo “no” a quella mafia che vostro padre incarna, come ha fatto mio fratello, potrete essere cittadini a tutti gli effetti di questo Stato, parte di questa società pronta ad accogliervi nella verità non nella doppiezza.
Anche a te Francesco che ti sei impegnato nello studio laureandoti, vincendo una borsa di studio, auguro di trovare la forza per esprimere un giudizio chiaro. Maggiormente a te che sei preso dalla responsabilità di insegnare e dunque di trasmettere dei valori autentici auguro di farlo libero dalla finzione e dalla suggestione negativa di un codice d’onore che si fonda su dei disvalori.
Dimostrate a vostro padre, con i fatti, che c’è un altro modo di vivere, diverso da quello incondivisibile suo, l’unico che ha avuto la sventura di conoscere, sarà un modo per amarlo ancora di più”.
www.centroimpastato.it
Piazza Fontana
Dicembre 4, 2007 on 1:08 pm | In Politica | 93 Comments
Il 12 dicembre sarà il trentottesimo anniversario della strage di piazza Fontana. La giustizia non è riuscita a punire i responsabili. Ma la verità storica c’è e può essere sintetizzata in questo modo: la strage fu organizzata dall’estrema destra eversiva con complicità internazionali e copertura di apparati deviati dello Stato, per bloccare il processo democratico del Paese. Tale è almeno il giudizio di chi ha passato anni a studiare le carte delle inchieste.
Quanti nostri connazionali conoscono la storia di piazza Fontana? Fate un sondaggio empirico tra i vostri conoscenti, al bar, negli ambienti di lavoro, e vedrete.
Ripropongo qui una sintesi degli interventi svoltisi al convegno del 12 dicembre 2004 al teatro Dal Verme di Milano.
Destra eversiva
Guido Salvini, magistrato
La verità. “Non è vero che dopo l’assoluzione in Cassazione degli imputati, per la strage di piazza Fontana si deve ricominciare tutto da capo. La verità storica è stata scritta. Le sentenze, anche di assoluzione, sono chiare. Piazza Fontana fu la più orribile strage organizzata dall’estrema destra eversiva per congelare i fermenti democratici che alla fine degli anni sessanta agitavano il Paese.La verità storica, accertata dalla giustizia, non si deve prestare alle contingenti esigenze della politica”.
Aniasi. “Riaprendo l’inchiesta, abbiamo conosciuto l’isolamento: rispetto alla magistratura, alla politica, all’informazione. Prevaleva lo scetticismo e la rassegnazione. Voglio ricordare un personaggio recentemente scomparso: Aldo Aniasi. Era sindaco di Milano al tempo della strage, capì subito l’innocenza di Valpreda, seppe essere vicino ai familiari delle vittime. Mi scrisse una lettera di sostegno, pubblicò articoli sulla rivista dei partigiani, della quale era direttore. Con più politici come lui avremmo fatto di più”.
L’Armadio della Vergogna. “Quando penso alle stragi impunite mi torna in mente l’Armadio della Vergogna. Per 50 anni i fascicoli relativi alle stragi nazi-fasciste in Italia sono marciti in un armadio sigillato. In nome della ragion di Stato, per fronteggiare il pericolo comunista, per non guastare i rapporti con la Germania, si è preferito mortificare la giustizia, sacrificando l’interesse dei cittadini”.
Colpevoli non condannati
Federico Sinicato, avvocato di parte civile per i familiari delle vittime
“Il processo penale è un meccanismo complesso, che comprende fatti, regole e persone. Spesso il meccanismo non produce il risultato utile, un esito condivisibile.
Nel processo di piazza Fontana hanno giocato un ruolo vari fatti:
- la legittima suspicione, che ha spostato il processo a Catanzaro
- I tanti giochi politici, depistaggi, omertà, speculazioni
- i 35 anni passati dai fatti
- le varie vicissitudini dei protagonisti
Ma le sentenze sono chiare: Freda, Ventura e Digilio sono colpevoli non condannati, come pure, verosimilmente, Maggi e Zorzi.
Dagli atti del processo emergono documenti inquietanti, che un giorno gli storici saranno chiamati a studiare con cura.
Da varie testimonianze si evince la collaborazione fra strutture clandestine americane e gli ambienti della destra eversiva italiana”.
Guerra a bassa intensità
Piero Scaramucci, giornalista
“Piazza Fontana è una ferita alla democrazia. La strategia golpista (o clandestina o cospirativa o complottarda, chiamatela come preferite) inizia nel dopoguerra. Ci sono anche documenti che la teorizzano.
Fine anni Sessanta: è l’epoca della guerra fredda, o come dice Cossiga (che stava dalla parte dei complottardi) “guerra a bassa intensità”. Che in pratica significa: guerra con pochi morti.
La borghesia italiana ha cavalcato la guerra fredda per calcoli bassi, con queste costanti:
- Anticomunismo
- Servilismo verso gli Usa
- Affari
- Controllo dei media
Sono fattori che ritornano, il presente parte tanti anni fa”.
Noi, condannati a non sapere
Sergio Zavoli, giornalista
“Salvini, al quale va riconosciuto il merito di aver riaperto l’inchiesta, sfiora la verità, l’ha toccata. Si voleva il governo d’ordine, con forti caratteri repressivi, contro il fantasma comunista. Si è fatta strage degli innocenti per questo oscuro disegno. Subito dopo la strage intervistai Montanelli. Mi rispose sicuro che non era opera degli anarchici. In seguito intervistai quel galantuomo dell’on. Gualtieri, che aveva studiato a fondo le carte. Mi disse: la verità su piazza Fontana è inconfessabile, ci obbligherebbe a mettere in discussione l’alleanza atlantica. Dalle inchieste su piazza Fontana emerge la presenza in Italia della struttura militare della Cia, attraverso la quale svolsero il proprio apprendistato i terroristi di Ordine Nuovo, fino alla preparazione degli ordigni. Dopo tutte queste assoluzioni, i veri condannati siamo noi, condannati a non sapere, derubati della verità. Ne esce male anche la funzione giornalistica. I giornalisti hanno fatto i “pali”: ci siamo arresi, ci siamo rassegnati, non ci siamo indignati. La chiesa, i partiti, i sindacati, ognuno ci ha messo del suo. Solo la sinistra si è mossa. L’Italia conservatrice, quella per cui il passato non è mai morto, ha imposto il silenzio. Sono cambiati i discorsi, le parvenze, le divise, ma non è cambiata la voglia di portare il Paese alla conservazione.
La verità di una tragedia inconfessabile ci è stata negata, non solo dai suoi responsabili e dai loro complici, dai loro intrighi e dai loro depistaggi. Tutti coloro che non hanno indagato sono complici, compresi i giornalisti. In questo modo l’onorabilità del nostro Paese ha subito una grave offesa. E come non pensare a tale riguardo a quell’organizzazione clandestina di eversione e corruzione organizzate, la P2, che lanciò un grande amo per dissolvere la Rai. Vediamo, decenni dopo, come si è ridotto il servizio pubblico, con le poche inchieste date a notte fonda e tutto il resto. Ma è un dovere continuare a essere ottimisti e battersi per un vero cambiamento”.
Poteri senza controllo
Giorgio Galli, storico
“Il contesto della guerra fredda; l’Italia come zona di confine fra due blocchi contrapposti; la presenza di forze interne di matrice eversiva; una potenza straniera che le ha utilizzate. Sono questi i fattori che delineano il contesto storico di piazza Fontana. La democrazia rappresentativa ha questo problema: il potere occulto, non controllabile. Il potere dei servizi segreti che si costituiscono come stati nello stato, soprattutto in situazioni di forte tensione sociale. E’ un problema che ci troviamo di fronte ancor oggi. Le operazioni di guerra non ortodossa compiute dalla Cia occupano le cronache. Ora il nemico non è il comunismo, ma il terrorismo internazionale. Ma il problema rimane sullo sfondo: il conflitto giustifica la violenza dei poteri occulti”.
Post scriptum
Il 12 DICEMBRE 2007 si parlerà di piazza Fontana nell’ambito della rassegna “I Suoni della memoria”. Ore 21 - Spazio Teatro 89 – Via Zoia 89 - Milano
Radio Londra
Dicembre 3, 2007 on 6:10 pm | In Informazione | 14 Comments
Per molti aspetti l’Italia è rimasta fascista.
Durante il Ventennio l’informazione era contingentata. Non era un diritto dei cittadini, ma uno strumento del regime. Di certi argomenti non si poteva parlare. Bisognava credere, non ragionare. Per questo il regime aveva piazzato suoi servi dappertutto. E Radio Londra era una delle poche voci libere. Chi l’ascoltava rischiava l’arresto. Per capire l’Italia del Ventennio e ricordare la cruciale importanza dell’informazione nell’era Raiset, una lettura stimolante è la raccolta delle corrispondenze da Roma del Colonnello Stevens, il famoso Colonnello Buonasera. E’ il 22 aprile 1941, la parola al Colonnello Buonasera.
“Buona sera.
Due mesi di arresto e mille lire di multa colla condizionale: è questo il prezzo, per ogni cittadino italiano incensurato, dell’abbonamento alle trasmissioni di Radio Londra, oltre al canone annuale dell’EIAR e all’eventuale confisca dell’apparecchio, se questo è di proprietà del nostro ascoltatore. Il prezzo è caro, ne conveniamo, ma non siamo noi a trarne profitto; e, d’altronde, il numero crescente dei nostri ascoltatori dimostra quanto siano vaste le categorie di italiani che affrontano questo rischio per ascoltarci.
Non vi è esortazione della stampa o delle autorità fasciste, non vi è minaccia di pene, non vi è sanzione effettiva che possa circoscrivere o fermare questo continuo allargarsi della massa di nostri ascoltatori in Italia. Nel Nord e nel Mezzogiorno, nel centro e nelle isole, nelle città e nelle campagne, in montagna o sul mare, non vi è un centro abitato nel quale la voce di Radio Londra non sia ascoltata; furtivamente eppure con intensa attenzione, colla emozione di fare ciò che è proibito e di preservare qualche cosa di caro.
In ogni grande casamento cittadino, a una data ora del giorno o della sera, vi è almeno una radio il cui altoparlante parla sommesso come un sussurro. È l’ora di Radio Londra: e il capo-fabbricato non deve sapere, per quanto, forse, sia occupato ad ascoltare anche lui.
Si mandano i bambini a letto; perché non parlino l’indomani a scuola e qualcuno faccia la spia al maestro, e il maestro faccia la spia al fiduciario rionale. Se una visita batte alla porta, la radio viene spenta di colpo. Si spengono i lumi a volte; come se l’oscurità dovesse attutire il suono; si ascolta alla cuffia; si adoperano antenne portatili orientandole in modo da favorire la ricezione ed eliminare le rumorose interferenze delle stazioni fasciste; e quando si può ascoltare perfettamente il segnale è come un trionfo.
Lo stesso avviene nei piccoli centri rurali dove il radioamatore, coraggioso e ammirato, è, magari, uno solo; e tutti sanno chi è; e nessuno lo dice; e tutti attendono da lui notizie: le vere notizie, i ragionamenti politici, i veri ragionamenti. Forse è l’albergatore, forse il farmacista, forse il dottore; comunque, una persona fiera di compiere un atto di coraggio e di intelligenza che lo distingue dal gregge di coloro che non osano e coi quali, nel giorno delle celebrazioni, egli è costretto a confondersi indossando la stessa uniforme nera e lo stesso berretto alla tedesca. Il maresciallo dei carabinieri lo sa; ma sorride sornione, pensando che forse non è lontano il giorno in cui questi isolati detteranno legge.
Questo fenomeno generale e profondo inquieta il regime fascista, perché forse è l’unica forma di protesta possibile contro il regime. Protesta muta, anche se non sorda; spontanea, anche se inorganica; concorde, anche se sgorga da sentimenti diversi e contrastanti; vasta, anche se composta da elementi individuali; e progressivamente sempre più vasta, più concorde, più spontanea.
Non è merito nostro, di noi che lavoriamo giorno e notte qui a Londra per informare il pubblico italiano di quanto avviene nel nostro paese e nel mondo: noi cerchiamo soltanto di avvicinarci alla realtà dei fatti, e di ragionare con sincerità e buon senso. Ma sappiamo che l’Italia ha sete di verità e di senso comune; e non è possibile allontanare dall’acqua le labbra degli assetati.
Due mesi di arresto e mille lire di multa sono troppo pochi per questi imputati; e di più sarebbe troppo per i giudici.
Buona sera”.
(H. Stevens, Listener All., “Short Italian News Comment” 269, 22 aprile 1941, 22.40 (Bbcn s.I.b. 5).)
Conflitto d’interessi a chi?
Dicembre 1, 2007 on 6:07 pm | In Politica | 25 CommentsNell’arco delle nostre esistenze terrene, una seria legge sui conflitti di interesse non sarà nè concepita nè approvata: almeno questo è certo. Sarebbe un’assoluta priorità, qualcosa su cui far cadere con onore una maggioranza parlamentare. Ma non si può fare questo sgarbo al padrone d’Italia. Nemmeno ora che i servi sconci Fini e Casini iniziano a dare qualche timido segno di ravvedimento. Del resto, come sappiamo, tutti i partiti sono in conflitto di interessi. Quindi è comprensibile che non abbiano voglia di suicidarsi. Nondimeno trovo divertente porre ogni tanto la questione, soprattutto ai leaderini unionisti. Certe facce di bronzo sono uno spasso. Con le frattaglie d’archivio il mio amico Diego ha cucinato un primo minestrone, con Ermete Realacci, Enrico Letta, Massimo D’Alema, Paolo Gentiloni e Francesco Rutelli. Eccolo qui sopra.
Questa opera è pubblicata da Piero Ricca sotto una Licenza Creative Commons
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