Alberto Ricci
Febbraio 2, 2010 on 5:40 pm | In Politica | 16 CommentsSulla strada, per comunanza di sdegno e di ideali, è nata l’amicizia con Alberto Ricci, il nostro rivoluzionario in loden. Come esemplare umano è l’esatto opposto dell’homo berlusconianus. Il suo stile di militanza civile è l’esatto opposto del mio. Nel video il ritratto che gli ha dedicato Ricky Farina. Di seguito, estratto dal libro Alza la testa!, uno dei tanti momenti di opposizione culturale che in questi anni abbiamo vissuto assieme.
“Sabato 19 febbraio 2005, Il giorno dopo la condanna in primo grado, insieme all’amico Alberto Ricci, andammo a Busto Arsizio, dov’era previsto un pomposo convegno sulla giustizia, alla presenza di Sua Eccellenza Padana Roberto Castelli, il ministro della giustizia in carica. Lo contestai a scena aperta, anche per dimostrare che non mi lasciavo scoraggiare facilmente. Ecco un resoconto a caldo di quella trasferta.
Ingegnere, singolare figura di sopravvissuto della borghesia civile milanese, il mio amico Alberto indossa estate e inverno un loden verde.
L’auto di Alberto è una Fiat Regata familiare di 18 anni. Ormai cade a pezzi, tant’è che mi tocca fare il viaggio seduto sui sedili posteriori tenendo stretta una portiera che non ne vuole sapere di star chiusa, ma Albertone non la molla. Più che un’auto è un magazzino. Strapiena di giornali, volantini e materiali vari di cento iniziative civiche di questi anni, la nostra auto blu ci porta a destinazione anche stavolta.
“Dove possiamo parcheggiare’”, domanda Alberto a un poliziotto dei tanti di guardia. “Questo è il posteggio autorità, là c’è il parcheggio ospiti, avete l’invito?”, risponde il guardiano. Temo che non sarà facile entrare. Parcheggiamo vicino al mercato, dove già che ci sono distribuisco qualche volantino dal titolo “CONDANNATO! (per amore della giustizia)”.
Eccoci all’ingresso. Alberto, nonostante le mie suppliche, ha deciso di non separarsi dai suoi due sacchetti carichi di scartoffie di ogni tipo. In effetti il magazzino a quattro ruote non si chiude, dunque è meglio portarsi tutto con sé. Scartata l’ipotesi di lasciarlo in qualche bar, gli rifilo anche il mio zaino, zeppo di ritagli e dossier. Ormai lo so: meglio arrivare nudo alla meta. Ci diamo una regola: “Entriamo separati, facciamo finta di non conoscerci”. “Va bene, ci vediamo alla fine!”, risponde Alberto.
Risultato? I centurioni blindano lui, neanche a dirlo incensurato, forse insospettiti da un distintivo che porta appuntato al bavero del loden. Vi campeggia un disegno di Staino con un’Italia turrita, ferita e pugnace, e la scritta: “l’articolo 138 sono io”. Mi ha confidato che se lo toglierà solo quando verrà bocciata dal referendum la riforma costituzionale ideata nella baita di Lorenzago, ovvero l’attacco finale alla diligenza. E così sarà.
Faccio finta di niente mentre i vigilantes gli chiedono: “Lei è in rappresentanza di un ente o di una associazione?”. “No, sono un cittadino, questo è un distintivo per la difesa della Carta Costituzionale”, risponde Alberto con ineguagliabile candore. Cerco di trattenere i singulti di riso.
Lo fermano, saprò poi che gli hanno minuziosamente perquisito i sacchetti e pure il mio zaino. Roba che scotta. Infatti gli impediscono di entrare.
Io - guarda caso, appena condannato - entro tranquillamente. Mi siedo in prima fila, in un posto riservato, a fianco di un generale della finanza con i baffi.
Nel panel dei relatori figurano tra gli altri il presidente del tribunale di Busto, il piemme milanese Fabio Roia, perfino don Mazzi, il prete catodico. E il padano Speroni, eurodeputato di lungo corso, che ha ormai dismesso le cravatte da cow boy in favore di una cravatta verde di ordinanza.
Arriva Castelli. Lo attornia un codazzo di guardie, dignitari e cronisti.
C’è un signore mastodontico con cappottone blu, che sembra un questore mediorientale. Il generale della finanza, vedendolo in piedi, fa per cedergli il posto. Mi alzo di scatto: “La prego si accomodi, troverò un altro posto”. Ho il pretesto per allontanarmi dalla prima fila, pericolosamente vicina alla porta di ingresso e alle guardie del corpo del Guardasigilli Secessionista.
Mi siedo in platea dalla parte opposta, dove potrò gustarmi con calma il discorso del Ministro. L’Ingegnere si è preparato bene. Illustra un mucchio di slides che scorrono veloci su un maxi-schermo, come nelle convention del marketing.
“Partiamo dai dati”, propone l’Eccellenza Padana, un cartesiano doc. E le tabelle dovrebbero sostenere la seguente tesi: per fondi alla giustizia, strutture e personale l’Italia è oltre la media europea. Ergo, chi si lamenta è viziato da un’ideologia antigovernativa.
Puntiglioso anche l’elenco delle cose fatte. “Chi ha detto che la riforma del diritto societario era una cosa malfatta, magari isolando qualche singolo aspetto, ignora che è in linea con le direttive europee ed è stata apprezzata a livello internazionale”. Un “singolo aspetto” di quella legge è servito all’impunità del Mafioso di Arcore (così un tempo i Padani chiamavano Berlusconi) e ai suoi amichetti imputati di falso in bilancio.
L’attacco sulla stampa nemica del governo e dunque del popolo sovrano è un altro passaggio irrinunciabile. “Il Governo lavora bene, ma poi sui giornali si leggono solo critiche e dati falsi, perché i grandi quotidiani sono schierati con la magistratura”.
Alberto, che naturalmente non usa il telefonino, attraverso un ponte telefonico, riesce intanto a farmi arrivare un sms da un’amica comune: “Da Alberto: non lasciato entrare, ti aspetto al mercato. Esci quando vuoi, con circospezione…”.
Ancora il Celta, con l’espressione di chi non entra nei dettagli solo per motivi di tempo: “Sulla riforma del codice penale stiamo lavorando, sulla riforma del codice civile stiamo lavorando, sulla riforma del diritto fallimentare stiamo lavorando…sulla riforma dell’ordinamento giudiziario… abbiamo lavorato “. Mentre pronuncia le parole “ordinamento giudiziario” il nordista fa una risatina supponente, con piegamento del busto verso il tavolo dei relatori, dove siedono anche alcuni magistrati.
A questo punto decido di far sentire la mia voce. Questo è il testo esatto del botta e risposta.
Ricca: “… e dell’impunità di Previti e Berlusconi quando ne parliamo?”
Castelli: “Ecco con le solite banalità…”.
Ricca: “D’accordo, ma mi dia una risposta! Che mi dice delle leggi per l’impunità dei potenti?”
Castelli: “Le faccio i miei complimenti per l’originalità e l’intelligenza!”
Moderatore del convegno: “Il dibattito è nel pomeriggio … lei non può! …”.
Ricca: “Io ho fatto un’osservazione critica, in democrazia si può!”.
Castelli: “E meno male che siamo in democrazia, così anche gli stupidi possono parlare …”.
Ricca: “Lei è il ministro dell’impunità dei potenti e dell’accanimento verso i deboli!”.
Castelli: “Lei è solo un ignorante!”.
Ricca: “Studi legge prima di fare il ministro della Giustizia!”.
Castelli: “Ma allora venga lei qui a parlare, mi dice che cosa ne sa lei?
Ricca: “Io ho imparato la libertà da giudici morti contro il terrorismo e contro la corruzione!”.
Castelli: “Lei è un ignorante!”.
Ricca: “Dove ha studiato legge lei, su Topolino? Evviva i servi padani di Previti e Dell’Utri!”.
Poliziotto buono e poliziotto cattivo: il trucco è vecchio. Mentre Castelli dice loro di lasciarmi stare in sala, i gendarmi mi accompagnano fuori.
Senza farsi troppo vedere, in sala alcuni sorridono. Altri fanno buuuuù. Il rituale di identificazione ormai lo conosco. Domande, sguardi sospettosi, modi spicci, meccanica richiesta del documento.
Mentre cerco in tasca la mia carta di identità, spunta il dottor Fabio Roja. Ha attraversato al volo tutta la sala. Rassicura me e gli agenti. Si accerta che non accada nulla di strano. “Adesso lei si calma, fa vedere loro il suo documento e poi tutto si risolve”, mi dice. “La ringrazio molto per questo suo intervento, ma quando faccio queste cose sono calmissimo, anche se parlo a voce alta per farmi sentire. La mia indignazione è razionale”, gli rispondo.
Mi avvicina un signore bizzarro, che era in platea: “Grazie, lei ha ragione! Ha detto le cose che anch’io penso ma non sempre ho il coraggio di dire”. Mi lascia un dossier di sue iniziative contro politicanti locali corrotti, mi abbraccia. La polizia identifica anche lui, e non lo lascia più entrare.
Segue brillante lavoro di intelligence. “Questo dev’essere collegato a quell’altro con il distintivo dell’articolo 38″, bisbiglia agli agenti uno che ha l’aria del capo. “Mi scusi: articolo 138 semmai”, preciso io, “è l’articolo che definisce le procedure di revisione costituzionale, la combinazione della cassaforte dell’ordinamento democratico”. Una confessione in piena regola. Un agente mi accompagna all’uscita.
Ritorno al mercato. Faccio vari giri, alla fine chiedo a un mercante: “Ha visto un tipo strano con loden verde, uno zaino nero e due sacchetti pieni di carte?”. “Sì, è appena passato, è andato di là”.
Sulla via del ritorno racconto tutto ad Alberto. Frutto del caso e della perseveranza, il blitz è riuscito. Si ride di gusto. Detto a un amico un comunicato. Meno male che esiste la Rete. Il telefonino continua a squillare, la pernacchia al Padano, attraverso agenzie e radio, già risuona in giro per l’Italia.
Mi riportano i commenti del ministro. “Non lo denuncerò. Forse vuol diventare il Paolini della giustizia”.
Nel dar conto del fatto il Corriere.it probabilmente equivoca: “Castelli dice: forse vuol diventare il Paolini della giustizia, riferendosi al noto attore teatrale”. Il paragone sarebbe lusinghiero, ma temo che il ministro padano si riferisse a Gabriele Paolini, il guastatore televisivo. In effetti è più alla sua portata”.
Sestu
Febbraio 1, 2010 on 12:52 pm | In Politica | 7 CommentsVenerdì 12 febbraio 2010 sarò a un incontro pubblico a Sestu, in provincia di Cagliari, insieme a Salvatore Borsellino, presso l’aula consiliare, dalle ore 18.
Questa opera è pubblicata da Piero Ricca sotto una Licenza Creative Commons
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