Uomini in via di estinzione
Novembre 8, 2006 on 3:07 pm | In Libertà, Democrazia | 1 Comment
Di uomini come Alessandro Galante Garrone, a Puffonia s’è perso lo stampo. Per mantenerne in vita almeno la memoria può essere utile una recente biografia scritta da Paolo Borgna per i tipi di Laterza. L’hanno presentata ieri a Milano, insieme all’autore, Ezio Mauro, Marco Revelli, Virginio Rognoni e altri ancora. Tutti concordi su un punto: per rigore morale e fedeltà ai valori repubblicani, uomini come Galante Garrone rappresentano il meglio dell’Italia civile. Non casualmente la nuova destra italiana, alla sua epifania, lo mise nel mirino. Avevo in mente di redigere una sintesi degli interventi. Ma intanto mi fa piacere pubblicare qui sotto la lettera inviatami da una giovana amica, Elena Rosselli.
Caro Piero,
perché ti ho chiesto di aspettare a scrivere un pezzo su Alessandro Galante Garrone? Perché per me, quest’uomo che non ho mai ascoltato ma che attraverso i suoi scritti credo di aver conosciuto, rappresenta un punto di riferimento imprescindibile, una guida morale che mi fa desiderare di essere migliore, non tanto per me stessa, quanto per il nostro Paese, per quest’Italia troppo debole di cuore. Finché uomini come G.G. sono stati in vita, il compito di noi giovani era forse più facile: ad ogni tentativo di revisione o stravolgimento della verità c’era sempre una delle voci autorevoli di questi partigiani a rimettere nel loro giusto ordine le cose. Già nel 1987, G.G. diceva: “E dobbiamo dirlo, alto e forte, perché assistiamo, nelle sedi più impensate, e più ufficialmente autorevoli, a un subdolo tentativo di capovolgimento della verità, all’arrogante pretesa di certi studiosi di contrapporre alle nostre “sentenze emotive” le loro “analisi propriamente storiografiche“.
Il tempo si è portato via molti di questi partigiani e presto non ci saranno più le loro testimonianze dirette, capaci di rievocare la Resistenza e quello che significò per il destino dell’Italia. Dipenderà da noi “farli vivere o farli morire per sempre“. Sarà un nostro compito difendere la verità su quel periodo storico così cruciale per il nostro Paese. A nostra volta avremo il dovere morale di raccontare ai nostri figli perché e verso chi dobbiamo provare gratitudine per la nostra “bella Costituzione“. Diceva G.G. “Disfattismo costituzionale e processo alla Resistenza, sono due facce dello stesso fenomeno. La Costituzione non è altro che lo spirito della Resistenza tradotto in formule giuridiche“. Come dargli torto? Proprio in questi anni non solo stiamo assistendo ai tentativi da destra e da sinistra di sfasciare e stravolgere completamente il senso e la portata della nostra Carta costituzionale, ma vediamo insinuarsi nel dibattito pubblico l’inqualificabile progetto di screditare i partigiani per equipararli ai repubblichini. Non credo di essere catastrofica se dico che solo la memoria può salvarci: solo se teniamo ben a mente quali sacrifici fecero i giovani che volontariamente entrarono in clandestinità per consegnarci uno Stato libero, democratico e giusto, non indietreggeremo di fronte ai vari Pansa che in futuro tenteranno di spacciarci la loro verità.
Ti voglio lasciare con un pensiero riguardo alla nostra Costituzione visto che non sono passati nemmeno sei mesi dall’ultimo referendum con il quale si chiedeva agli italiani di avallare l’ennesima nefandezza ai danni della Carta costituzionale:
“La Resistenza ha lasciato le sue orme nella Costituzione: una Costituzione emendabile, come ho già detto; qua e là arrugginita, invecchiata, anchilosata. Possiamo, anzi dobbiamo migliorarla e sveltirla, ovviando a certi processi degenerativi e inceppamenti sempre più gravi, e restaurando la funzionalità delle istituzioni pubbliche contro le troppe invadenze dei partiti e di organismi prevaricatori, e contro il dilagare di corrotti e corruttori. Ma guardiamoci dal proposito di sfasciarla, di cancellare lo spirito animatore, di recidere le radici. Per difenderla e rafforzarla, noi confidiamo soprattutto nelle nuove generazioni. Anche per un pessimista è forse l’ultima speranza che ci resta; e ad essa ci aggrappiamo. Diceva Primo Levi nella sua ultima intervista:”Se non avessimo fiducia nei giovani, non varrebbe la pena di conservarsi“.
Non senti, caro Piero, tutto il peso, dolce e terribile insieme, di quel “noi”?
Con affetto, Elena
Il Grande Dubbio
Novembre 7, 2006 on 12:49 pm | In Democrazia, Legalità | 22 Comments
Niente è al di sopra del sospetto a Puffonia, nemmeno la regolarità del voto.
Dalla maledetta serata del 10 aprile mi tormenta il dubbio che qualcosa sia girato storto nello scrutinio dei voti. Troppo alto lo scarto fra exit polls e risultati ufficiali, troppo lento l’afflusso dei voti scrutinati, troppo bassa la quota delle schede bianche, troppo strano quel via vai del ministro dell’Interno Pisanu fra il Viminale e la casa privata di uno dei due contendenti durante la notte elettorale, troppo insistente la richiesta di riconte da parte dello sconfitto.
Sospetti, congetture: nulla di più. Ma alimentati da un lustro di leggi ad personam e affari sporchi, che non ha incoraggiato la fiducia nell’onestà di certa gente.
Subito dopo il voto fu pubblicato un libello anonimo, che affabulava del grande imbroglio in chiave letteraria. Qualche mese fa è uscito su Micromega un altro racconto, di Piero Colaprico, che ha rilanciato i dubbi.
La prima inchiesta giornalistica sull’argomento di cui ho notizia è il nuovo film di Enrico Deaglio, in uscita il prossimo 23 novembre insiema al settimanale Diario.
Ieri ho incontrato Deaglio al British Council di Milano, in occasione della presentazione del nuovo libro di Robert Fisk. Ecco una sintesi del nostro dialoghetto:
Io: “Hai scoperto le prove dell’imbroglio?”.
Lui: “Ritengo di sì”.
Io: “Quanti voti rubati?”.
Lui: “Un milione e mezzo”.
Io: “In favore del Puffone?”.
Lui: “Sì”.
Io: “In che modo?”.
Lui: “Utilizzando le schede bianche. Nel film spiego il trucco”.
Io: “Saranno invalidate le elezioni?”.
Lui: “Non credo proprio”.
Vedremo il film e quale dibattito sarà in grado di generare. Può darsi che Deaglio si sbagli. Può darsi che i nostri dubbi siano infondati. Ma può darsi anche che figuri senza scrupoli, utilizzando il nuovo metodo di selezione degli scutinatori, abbiano provato a ingannare un intero popolo. E che non ci siano riusciti per un pelo. E che magari questo pelo sia il residuo senso di responsabilità di qualche membro del clan di vecchia scuola democristiana. E che l’Unione sia stata zitta, per viltà, furbizia o quieto vivere, avendo garantita la vittoria, sia pure con margini ridotti al Senato.
Se fosse vera l’ipotesi Deaglio, sarebbe arduo continuare a definire l’Italia una democrazia prima che i responsabili di questo crimine fossero assicurati alle patrie galere per attentato alla Costituzione.
Meglio non pensarci? No, meglio dubitare e non stancarsi di esigere e cercare la verità.
Pennsylvania Avenue 1600
Ottobre 27, 2006 on 3:57 pm | In Libertà, Democrazia | 1 Comment
Eccola, l’altra America. Ha il volto di “Conchita” Picciotto e William Thomas. Dal maggio 1981 (all’inizio lei sola) questi due matti manifestano ininterrottamente, davanti alla Casa Bianca, contro la follia della guerra. I presidenti passano, loro restano. Hanno iniziato con Reagan, in piena guerra fredda; sono ancora lì con Bush jr, nei giorni dell’inferno irakeno. Manifestano, coinvolgono, informano. A turni di sei ore. Sono stati arrestati più volte. Hanno provato in mille modi a farli sloggiare, ma loro resistono con l’energia ostinata degli idealisti. Si sono dati una missione: testimoniare la necessità di un pensiero alternativo a una volontà di potenza che si fonda sull’industria bellica e sull’esercito. Si sono dotati di un sito internet, dove raccontano le loro mille iniziative: www.prop1.org.
Dopo due guerre preventive, dopo la sfilza di misfatti delle agenzie governative, dopo il patriot act, dopo Guantanamo, se la locuzione “democrazia americana” ha ancora un senso, lo si deve anche a persone come Conchita e William. Se passate da Pennsylvania Avenue, andateli a trovare.
Pollari e Mori, go home!
Ottobre 19, 2006 on 12:51 pm | In Democrazia, Legalità | 13 Comments

Conoscete queste facce?
La prima è di Nicolò Pollari, la seconda di Mario Mori.
Il primo è capo del Sismi. Il secondo è capo del Sisde.
Questi due signori, confermati nei loro incarichi dal governo Prodi, dovrebbero essere cacciati al più presto perché sono reticenti su questioni cruciali.
Nicolò Pollari è il responsabile di un apparato che non ha mai chiarito la collaborazione con la Cia nel sequestro di Abu Omar, un apparato di sicurezza che tentava di boicottare le indagini della procura di Milano, spiava alcuni giornalisti, altri ne aveva a libro paga. A lui riferiva quel tale Pio Pompa, che aveva messo in piedi una centrale di spionaggio illegale nel cuore di Roma; a lui riferivano alcuni dei personaggi coinvolti nell’attività di spionaggio e dossieraggio abusivi della banda Telecom. Quand’è stato chiamato a riferire su tali questioni in Parlamento, Nicolò Pollari ha balbettato, ha alluso, s’è trincerato dietro i “non ricordo”, per trovare infine protezione all’ombra del segreto di Stato. Delle due l’una: o Pollari sapeva e non si è opposto, oppure non sapeva e non ha saputo controllare. In ogni caso è tempo che se ne vada.
Mario Mori è l’ex colonnello dei Carabinieri del Ros che lasciò incustodita l’abitazione di Salvatore Riina, poche ore dopo il suo arresto. Era il 15 gennaio del 1993. Finì che la casa del capo di Cosa Nostra fu tranquillamente ripulita dai mafiosi, archivi e pizzini compresi. Su quella oscura vicenda, com’è noto, è stato celebrato un processo, imputati lui e il capitano “Ultimo”. L’accusa era di favoreggiamento alla mafia: secondo i pubblici ministeri i capi dei Ros avrebbero chiuso un occhio, interrompendo gli appostamenti senza comunicarlo alla magistratura, nel contesto di una trattativa segreta fra pezzi dello Stato e Cosa Nostra, una trattativa confermata dagli stessi interessati e dichiaratamente rivolta ad arginare la strategia stragista della mafia. Al processo, nel febbraio scorso, il generale Mori è stato assolto per mancanza di elementi a sostegno del dolo, ma la sentenza del Tribunale di Palermo ha sottolineato che quella grave omissione configura una responsabilità disciplinare. Non solo. Il Tribunale ha stigmatizzato anche la scelta di trattare con Cosa Nostra mediante il boss Ciancimino. Quella trattativa avrebbe creato nei capi della mafia siciliana la “devastante consapevolezza” di poter venire a patti con lo Stato, tra l’altro alla vigilia di nuove stragi probabilmente finalizzate ad alzare il prezzo.
Ce ne sarebbe abbastanza, in un paese serio, per chiamare Mori a chiarire l’intera vicenda - trattativa segreta, suoi mandanti politici, concessioni da parte dello Stato, vicenda Riina - davanti alla commissione parlamentare Antimafia e, nel caso in cui le sue risposte non fossero ritenute soddisfacenti, per rimuoverlo dall’incarico.
Ma forse i dioscuri Mori e Pollari dispongono di buoni argomenti per convincere gli attuali governanti a confermarli al loro posto, impedendo in tal modo all’opinione pubblica di conoscere la verità. Argomenti che noi non conosciamo e possiamo solo intuire. Argomenti che fino ad ora hanno consentito loro di avvalersi del segreto e dell’oblio di Stato e che forse traggono spunto dai dossier abusivi e chiamano in causa altrui responsabilità, non solo nel trattare con la mafia e nel servire la Cia. Vedi alla voce ricatto.
Esaminando personaggi, fatti e contesto, pur senza una particolare predisposizione alla dietrologia, viene da pensarlo.
La democrazia non russa…
Ottobre 17, 2006 on 5:44 pm | In Politica, Libertà, Democrazia, Informazione | 9 CommentsIl silenzio dell’Occidente sulla dittatura in Russia e sulla catastrofe cecena è una vergogna.
Continueremo a dirlo.
Qui il video del presidio al consolato russo della settimana scorsa.
Conflitto postale
Ottobre 12, 2006 on 2:19 pm | In Economia, Democrazia | 7 Comments
Il 3 ottobre abbiamo appreso che è saltato l’accordo fra Poste Italiane e Mediolanum, la compagnia di assicurazione di Ennio Doris e SIlvio Berlusconi.
La notizia è stata ripresa in brevi trafiletti dalla stampa, senza alcun approfondimento. Eppure a me è parsa interessante. Ricapitoliamo. Un paio di anni fa era stato annunciata questa partnership finalizzata all’utilizzo da parte di Mediolanum dei 14mila uffici postali sparsi in giro per l’Italia per la vendita dei propri prodotti finanziari. L’accordo era stato raggiunto in gran segreto e a trattativa privata, senza alcuna gara. Di fatto, Mediolanum (una società con una banca solo virtuale) diventava la banca più presente e diffusa sul territorio nazionale, in grado di rivolgersi al vastissimo pubblico dei piccoli risparmiatori, abitanti in piccoli centri spesso sforniti di sportelli bancari. Non era difficile intuire che si trattava di un affare miliardario (in euro). Poche voci nell’opposizione e nell’informazione misero in evidenza l’enormità del conflitto d’interessi, essendo uno dei fruitori dell’affare presidente del Consiglio in carica: che con una mano dava e con l’altra prendeva. Per bucare il muro dell’indifferenza, con l’amico Alberto Ricci ci inventammo una simpatica manifestazione: un presidio contemporaneo con volantinaggio della notizia in quindici città italiane, davanti agli uffici postali. Mentre la stavamo organizzando telefonammo per scrupolo a un parlamentare diessino. E’ tutto legale, ci disse, cercando di dissuaderci dal manifestare. Gli sfuggiva la differenza fra legalità ed etica pubblica.
Bene, ora che l’aspirante grande banchiere non è più al governo, veniamo a sapere da microscopici trafiletti sulla stampa che quell’accordo è saltato.
Ennio Doris, a capo di Mediolanum, si è affrettato a dire che è tutto normale e che anzi l’accordo potrebbe essere ridiscusso e approvato in forma nuova. Le Poste italiane si sono limitate a un comunicato di tre righe. Nessun esponente delle Istituzioni, che io sappia, ha ritenuto opportuno chiedere chiarezza e approfondire la questione. Forse la politica non c’entra. Ma l’opacità della decisione incuriosisce. E nella patria del conflitto d’interessi a pensar male s’indovina. Non è che ormai si ritiene normale (perfettamente “legale”, direbbe quel parlamentare diessino) il fatto che chi sta al governo cerchi di lucrare il più possibile per sé e gli amici e che il passaggio all’opposizione, di conseguenza, porti a svantaggi competitivi? Non sarebbe più sano, in un sistema democratico, fare leggi che prevengano tutti i conflitti d’interesse, anziché regolare la materia attraverso la logica - questa sì “punitiva” - dei rapporti di forza? Più che domande sono cattivi pensieri.
Chi è curioso puà spedire una lettera a:
dir.comunicazione@posteitaliane.it.
Questa è la mia.
“Al presidente Vittorio Mincato.
Buon giorno, sono un cliente affezionato di Poste Italiane. Amo la Posta anche se ogni tanto mi fa brutti scherzi: plichi che non arrivano a destinazione, accordi con le banche di presidenti del Consiglio. Cose così. Ebbene, in merito alla seconda questione, mi ha incuriosito la notizia dell’annullamento dell’accordo fra Poste Italiane e Mediolanum. Se ne potrebbe conoscere qualche dettaglio in più, in omaggio al valore della trasparenza giustamente richiamato dal Vostro codice etico? Per quali ragioni fu siglato senza una gara? Per quali motivi ora è saltato? Ha procurato profitti a Mediolanum, e di quale entità? Così, per sapere”.
Per un nuovo Palavobis
Ottobre 10, 2006 on 10:51 am | In Politica, Democrazia, Legalità | 10 Comments
Penso che sia arrivato il tempo di una nuova manifestazione della società civile per suonare la campana al governo Prodi e alla maggioranza dell’Unione. Una sorta di nuovo Palavobis, incentrato sulle seguenti priorità:
- riforma della legge elettorale,
- cancellazione delle leggi vergogna,
- riforma della Giustizia,
- legge seria sul conflitto d’interessi,
- riforma antitrust in materia televisiva,
- riforma della Rai,
- Parlamento pulito.
Non è facile, ma conviene riprovarci.
Chiedo a chi è favorevole a questa idea ed è disposto a darsi da fare, di segnarsi qui sotto e/o inserire un banner sul suo sito.
Grazie.
Piero.
Per inserire sul vostro sito l’iniziativa “Per un nuovo Palavobis” fate un copia-incolla dall’ HTML quì sotto:
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Il ritorno dei Girotondi
Ottobre 6, 2006 on 3:48 pm | In Democrazia | 10 Comments
Si ritorna a parlare di “Girotondi”. Questa volta sono alcuni personaggi di destra a proporli.
Ha iniziato Paolo Guzzanti, ha proseguito Alemanno, è in corso un appassionante dibattito; uomo d’azione sempre in anticipo sui tempi, Ignazio La Russa ne ha già organizzato uno, al grido: “coraggio coraggio, Prodi è di passaggio!”.
Forse è il caso di fare un po’ di chiarezza.
Il movimento detto dei “Girotondi” ebbe vita più o meno per due anni, dal 2002 al 2004, e rappresenta un unicum nella storia delle democrazia italiana per tre caratteristiche originali.
1 Fu un movimento spontaneo, di cittadini che si autoconvocarono in modo autonomo da partiti e sindacati.
2 Fu trasversale, in quanto diede espressione all’indignazione civile nei confronti della politica del governo Berlusconi, e nel contempo criticò i compromessi e le ambiguità dell’opposizione di sinistra.
3 Fu legalitario, tant’è vero che ebbe come parole d’ordine i valori costituzionali: indipendenza della Giustizia, libertà e pluralismo del’informazione, separazione dei poteri, trasparenza della pubblica amministrazione, uguaglianza dei cittadini davanti alla legge, e così via.
Per questi tre motivi i “Girotondi” si guadagnarono il disprezzo e l’ostilità - aperti a destra, più o meno dissimulati a sinistra - dell’intero sistema dei partiti. Il ceto di potere trasversale vede infatti come il fumo negli occhi tutto ciò che non riesce a controllare.
Fa sorridere che questa etichetta - i “Girotondi” - sia ora evocata, con grossolana manipolazione del suo significato storico, da personaggi che non persero occasione per ridicolizzare e disprezzare quel movimento e quei cittadini.
Per parlare in modo appropriato di Girotondi di destra occorrerebbero quelle tre caratteristiche: protagonismo spontaneo della società civile, difesa di interessi generali e per così dire “pre-politici”, critica della “base” elettorale ai gruppi dirigenti della coalizione di riferimento. Superfluo dire che nella fase attuale di queste tre caratteristiche non se ne vede neanche mezza.
Nondimeno va criticata la reazione di Prodi alle ventilate manifestazioni di piazza contro la Finanziaria. “Sarebbero pericolose”, ha dichiarato il presidente del Consiglio. Pericolose perché, di grazia? Non è forse un diritto costituzionalmente garantito il manifestare pacificamente la propria opinione politica? Non è un dovere del governo, di ogni governo, difendere tale diritto: sempre, anche quando a manifestare è la parte avversa?
Non mi dilungo sul punto, anche perché Massimo Fini sviluppa oggi queste considerazioni in un’intervista sulla Padania. Ecco il link.
Al contrario, di una nuova stagione di “Girotondi”, quelli autentici, ce ne sarebbe eccome bisogno. Penso ad esempio a un nuovo Palavobis, convocato per chiedere al governo Prodi e all’Unione scelte serie sulle seguenti questioni: riforma della legge elettorale, riforma della Giustizia, conflitto d’interessi, legge antitrust, riforma della Rai.
Da domani metterò tra le iniziative di questo blog un’icona per raccogliere adesioni di massima intorno a questa proposta: prima di Natale un nuovo Palavobis, prima che sia troppo tardi.
Un’oligarchia fondata sul ricatto
Settembre 29, 2006 on 1:10 pm | In Democrazia | 7 Comments
Confesso di avere un debole per le intercettazioni telefoniche. Le considero un genere lettarario di piena dignità. |
La società civile, secondo Alex Zanotelli
Settembre 12, 2006 on 7:46 pm | In Politica, Democrazia | 5 Comments
Alex Zanotelli
Esiste e va coltivato uno spazio intermedio fra le elites al potere, tese ad autoperpetuarsi, e la gran massa dei consumatori, sempre più vicini allo status del suddito.
Alex Zanotelli, uomo di Chiesa che stimo, ne parla in ogni suo discorso e lo chiama ”società civile organizzata”: fatta di movimenti, intellettuali, gruppi diffusi di cittadinanza attiva. Le attribuisce un ruolo decisivo “per un cambiamento radicale del sistema”: a precise condizioni, tutte ancora da costruire. Riprendo sul tema questo suo testo, del 2003.
“Se in Italia l’attuale movimento di base critico dell’imperante sistema economico finanziario militarizzato vuol fare un passo in avanti dovrà seriamente pensare a come minimamente organizzarsi per poter maggiormente incidere.
A questo movimento sono stati dati i nomi più strani: no global, new global… nomi che non rispecchiano la vera natura del movimento. Negli Usa taluni vorrebbero chiamare questo movimento living democracy movement (democrazia viva - attiva). Qualcuno suggerisce anche il nome di democrazia planetaria o cittadinanza planetaria.
Penso sia fondamentale però ritornare a sottolineare l’importanza della società civile, non quella amorfa, ma quella che tenta faticosamente di organizzarsi in realtà viva. Gruppi, gruppuscoli, comunità di base, cooperative, singole persone, critiche dell’attuale sistema economico finanziario che tentano di unirsi, di coordinarsi, di fare rete per avere più visibilità, più valenza politica.
Riteniamo che i sindacati siano parte integrante di una tale realtà (l’evento Seattle 1999 si è verificato perché le forze sindacali americane si unirono insieme al movimento di base presente negli Usa). I sindacati sono forze sociali e quindi parte integrante della società civile.
Ma riteniamo anche che le comunità di base, i gruppi cristiani o di altra inspirazione religiosa, critici del sistema, facciano parte della società civile organizzata. Le chiese e le espressioni religiose, in quanto coscienza critica della realtà, sono parte integrante della società civile organizzata.
Riteniamo invece che i partiti non facciano parte di questa società civile organizzata. Sembrerebbe che l’Italia sia il solo paese in cui i partiti siano parte della società civile. Spesso qui da noi i partiti utilizzano associazioni, forum o altro per camuffarsi come società civile. Questo non vuol dire che uno non possa essere membro attivo di un partito politico. Quello che rifiutiamo è che i partiti utilizzino la società civile per perseguire i propri scopi.
Questa società civile organizzata deve diventare un soggetto politico. Sappiamo che questo è anatema ai partiti, ma non abbiamo altra scelta. In un dibattito pubblico l’onorevole D’Alema ha voluto sottolineare che solo i partiti sono soggetti politici. Purtroppo i partiti non fanno più i partiti, sfuggono loro le grandi decisioni politiche (sono diventati sub-serventi ai poteri economico finanziari). Oggi i partiti hanno bisogno di una società civile organizzata che fa politica, quella con la P maiuscola, per forzarli a ritornare a fare politica vera, alla grande.
Questa società civile organizzata dovrà poi perseguire obiettivi politici concreti come la scelta dell’energia solare invece di quella elettrica, il rifiuto dell’energia atomica…
Riteniamo che tutto questo potrebbe ridursi a belle parole se non riusciamo a trovare una via che permetta alla società civile organizzata di esprimersi attraverso dei suoi rappresentanti che tutti riconoscono come tali. Non è più sufficiente il farlo attraverso marce, manifestazioni o altro. Anche se tutto questo rimane importante.
C’è oggi bisogno di identificare persone che siano l’espressione di questa società. Persone provate e stimate da tutti che possano parlare con competenza nel loro campo. Persone che non sono alla ricerca di se stesse o di carriere politiche o di tornaconto personale, ma unicamente interessate al bene comune. È importante trovare delle strade per identificare tali persone che abbiano l’avvallo di tutti.
Per perseguire questi obbiettivi la società civile organizzata dovrà fare una scelta chiara: la non violenza attiva gandhiana. Si tratta di rimettere in piedi cittadini che perseguano con tenacia e furbizia i loro diritti e la loro dignità, ma che rifiutano il ciclo della violenza. Questa scelta è un aspetto fondamentale del processo di crescita civile e umana. Il sistema è oggi radicalmente violento e solo la nonviolenza potrà creare una civiltà non violenta. Questo ci obbliga oggi a dover lasciare quei compagni di viaggio che non accettano la nonviolenza come base di ogni azione sociale e politica.
Tutto questo richiede una vera e propria rivoluzione umanista: deve portare alla nascita dell’uomo planetario come diceva Balducci o dell’uomo nuovo direbbe Paolo di Tarso.
Ecco perché la dimensione culturale di tutto questo è estremamente importante. La società civile organizzata nascerà da un profondo risveglio culturale e il suo lavoro più immediato sarà quello culturale. La sua più effettiva strategia politica sarà quella di far avanzare questo risveglio culturale.
È interessante che questa sottolineatura ci venga proprio dagli USA dove questo è particolarmente sentito. Il nordamericano David Korten ci ricorda che “nella società civile la sfera culturale è la realtà più importante ed è il risultato di una vita comunitaria attiva costruita da persone libere e creative. Tale cultura è centrata sulla Vita e promuove la Vita. I suoi valori e i suoi simboli servono come fondamento su cui i membri della società creano le loro istituzioni economico politiche. I valori vitali di culture autentiche portano naturalmente alla creazione di strutture politiche veramente democratiche basate su un profondo impegno per un’aperta, attiva partecipazione politica”.
Questi valori portano alla costruzione di economie di mercato alternative composte di aziende locali che offrono la possibilità di una vita decorosa per tutti. Questo dà la possibilità alla società di auto - organizzarsi sulla falsariga di tutti i sistemi viventi e di massimizzare il potenziale creativo di ogni persona a servizio della vita.
L’importanza di questo aspetto culturale lo si capisce se comprendiamo che l’attuale sistema economico finanziario è costruito sul fondamento di miti culturali. Se si aiuta la gente a capire che questi miti sono falsi il sistema crolla. Lo svuotamento di questi miti diventa quindi una potente strategia per minare il sistema. Non si tratta altro che di far risuonare verità cariche di una sapienza che è nel cuore di ogni uomo: la vita è più importante dei soldi; la vita è la fonte della vera ricchezza; distruggere la vita per far soldi è una patologia sociale… È questa nuova cultura che permetterà un cambiamento radicale del sistema”.
Questa opera è pubblicata da Piero Ricca sotto una Licenza Creative Commons
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