La dittatura del Pil

Aprile 9, 2008 on 5:53 pm | In Economia | 81 Comments


Walter Veltroni è kennediano. Dietro la scrivania ha appeso una foto di Bob, quella con il cane in riva al mare. Dal maestro, tuttavia, non ha imparato bene la lezione. Nel 2008 il buon Veltroni inneggia ancora al Pil, il Prodotto Interno Lordo, con l’aria ispirata di chi ha scoperto la modernità e si lascia dietro le spalle l’ideologia. Sentite cosa ha detto qualche settimana fa a Lecco, un attimo prima di scappare di fronte alle nostre domande su conflitto d’interessi e mafia:

“La fase della contrapposizione fra imprenditori e lavoratori è finita. Ora è il momento dell’alleanza: tutti uniti per far crescere il Pil !”.

Si può fare? Ho seri dubbi su quella strana “alleanza”, in tempi di neo-schiavitù e maxi-arricchimenti. Ma una certezza sul Pil. La medesima che aveva Bob Kennedy: il Pil non è l’unità di misura del benessere di una nazione. Per due motivi:

1 Produzione di reddito non equivale a qualità della vita.
2 Nel Pil confluisce di tutto: anche i miasmi dell’Ilva di Taranto, per esempio.

Il Pil è una grande illusione, un miserabile inganno; è il dogma centrale della religione industrial-consumistica, il più funesto fondamentalismo della nostra epoca, che alcuni si ostinano a chiamare “libero mercato”. Veltroni, smentendo Bob Kennedy, è l’ultimo epigono di questa ideologia totalitaria. Secondo me non ci crede fino in fondo. Dice certe cose perché suonano bene, per piacere in società, per non sentirsi dare più del comunista. S’atteggia, insomma. Non ci devo pensare. Se no, domenica non lo voto, nemmeno nella triste logica del meno peggio.

La decrescita felice

La dittatura del Pil

www.decrescita.it

Profumo di armi

Marzo 31, 2008 on 6:30 pm | In Economia | 32 Comments




Avevamo interpellato Alessandro Profumo tempo fa. L’amministratore di Unicredit-Capitalia negò il coinvolgimento della sua banca nei servizi di trasferimento a sostegno del commercio internazionale di armamenti. Nell’ultimo REPORT della Presidenza del Consiglio, tuttavia, Unicredit-Capitalia svetta come la principale “Banca Armata”.
Se lo incrociate prima voi, chiedetegli un chiarimento.

P.S. Vi ricordo la FESTA di Qui Milano Libera, venerdì 4 aprile a Milano.

Schiavi alla cassa

Marzo 5, 2008 on 1:12 pm | In Economia, Legalità, Informazione | 57 Comments

La questione sociale non è separabile dalla questione morale. Insieme compongono un quadro infernale, dove l’impunità diventa sistema e il lavoro diventa merce. Con gli amici di Qml ci siamo ripromessi di affrontare con attenzione pari a quella dedicata alla questione morale le varie declinazioni dell’emergenza sociale, a partire da casi concreti. Ecco un primo video, dedicato al pesante maltrattamento denunciato da una cassiera dell’Esselunga di Milano. L’introduzione e le interviste sono di Franz Baraggino.


I diritti di una cassiera valgono meno dei quattrini che deposita in cassa. Meno della fretta dei clienti, quelli che hanno sempre ragione. Valgono così poco che se ti scappa, per farla devi aspettare di finire il turno. Talmente poco da essere considerati indifendibili. E se li difendi, uno zelante collega potrebbe cercare di dissuaderti in nome della politica aziendale.
Qualcosa di simile è accaduto ad una donna di quarantaquattro anni, cassiera in un supermercato Esselunga a Milano. Anni fa mi servivo in quel supermercato!
Nella Repubblica fondata sul lavoro lo sfruttamento dei dipendenti viene ancora considerato uno strumento di profitto. Non si spiegherebbe, altrimenti, il cosiddetto mobbing. Né i tanti soprusi denunciati all’interno di grandi catene commerciali. Questo ignobile aspetto di talune ‘politiche aziendali’ trova terreno fertile nel precariato. Al lavoratore precario si può chiedere di più. Più flessibilità nei turni, più disponibilità di trasferimento, più obbedienza. Se non ti puoi permettere il lusso di rischiare il posto, ti adegui.
Niente a che vedere con la tutela del lavoratore di cui si riempie la bocca anche questa campagna elettorale. I sindacati denunciano la difficoltà crescente nel penetrare certe realtà, la paura di esporsi da parte dei dipendenti. Al Consiglio Comunale di Milano, la maggioranza di centro destra, legata da decennale amicizia e prodiga contribuzione al proprietario di Esselunga, Bernardo Caprotti, non sembra scandalizzarsi più di tanto.
Caprotti ora parla di “complotto”, denuncia l’ “intimidazione” sindacale e minaccia di querelare i giornalisti che, a suo dire, hanno esposto l’azienda a una “bieca luce”. L’arroganza di posizioni così spavaldamente inamovibili la dice lunga sull’attuale condizione di molti lavoratori e sul grado di tutela dei loro contratti.

Franz

Post scriptum

Per l’otto e il nove marzo è stato indetto uno sciopero della spesa presso i centri commerciali dell’Esselunga come forma di protesta per le condizioni dei lavoratori.

Giuliano Turone

Novembre 22, 2007 on 7:51 pm | In Economia, Legalità | 16 Comments

Nessuna azione antimafia è efficace se non colpisce il riciclaggio. E per questo occorre potenziare gli strumenti di indagine e di controllo, non solo giudiziari.
Il professor Giuliano Turone - che da magistrato ha indagato sulla mafia al nord e, insieme a Gherardo Colombo, ha scoperto gli elenchi della P2 - da tempo avanza una “modesta proposta” per aggredire i patrimoni mafiosi. Una proposta, come egli stesso ricorda, sempre “accolta con entusiasmo teorico”. La spiega in questo testo, che mi ha gentilmente inviato.

“L’idea di fondo è che bisogna assegnare un rilievo centrale alle indagini patrimoniali all’interno di ogni inchiesta penale che abbia come oggetto una grossa associazione di tipo mafioso, sia che si tratti di Cosa Nostra, sia che si tratti di ‘ndrangheta, sia che si tratti di camorra o di “sacra corona unita”.
Nel senso che il pubblico ministero deve acquisire l’abito mentale di considerare “indagate” non soltanto le persone, ai fini dell’eventuale sanzione penale che potrà essere loro irrogata, ma anche le relative ricchezze; e non soltanto ai fini dell’eventuale provvedimento di confisca che potrà essere applicato a queste ultime, ma anche al fine di approfondire al massimo e con un particolare puntiglio la conoscenza giudiziaria degli aspetti economici, imprenditoriali e finanziari dell’associazione criminosa che forma oggetto dell’indagine: e per potere così individuare porzioni ulteriori di ricchezza mafiosa da aggredire e da investigare ulteriormente.
Il fatto è che oggi come oggi, quando si parla di indagini patrimoniali, si pensa sempre e soltanto alle scorciatoie che sono offerte dalla normativa sulle misure di prevenzione (articoli 2-bis e 2-ter della legge 575 del 1965), e anche dalla norma più recente costituita dall’articolo12-sexies del decreto legge 306 del 1992, le quali, però, comportano un concetto di indagini patrimoniali che non è quello cui io sto alludendo.
Queste norme, infatti, sono molto comode, perché consentono di aggredire agevolmente le ricchezze mafiose (quelle già individuate nel corso delle indagini preliminari) con un regime probatorio semplificato e basato su un’inversione dell’onere della prova. Ma proprio per questo motivo queste norme, in un certo senso, disincentivano gli inquirenti dall’impegnarsi in indagini patrimoniali a tutto campo idonee a sviscerare fino in fondo gli aspetti economici del crimine organizzato: proprio perché l’inversione dell’onere della prova consente di sequestrare e di confiscare almeno una certa fascia di beni mafiosi senza alcuna indagine patrimoniale approfondita, o comunque sulla base di un’indagine patrimoniale estremamente elementare.
In particolare, nel procedimento per le misure di prevenzione è sufficiente che Tizio sia indiziato di appartenere a un’associazione mafiosa, ed ecco che allora che i beni di cui egli può disporre direttamente o indirettamente possono essere sequestrati se il loro valore risulta sproporzionato alla reddito dichiarato o all’attività economica svolta; dopo di che, con l’applicazione della misura di prevenzione, il tribunale disporrà la confisca dei beni sequestrati di cui l’interessato non abbia potuto dimostrare la legittima provenienza.
L’articolo 12-sexies, a sua volta, è più rigoroso della normativa sulle misure di prevenzione, perché non interviene sui beni di una persona meramente indiziata, bensì su quelle di una persona che è stata condannata (con sentenza passata in giudicato) per l’uno o l’altro di una serie di gravi reati congeniali alla grande criminalità organizzata, che sono espressamente indicati nella norma. Dopodiché, però, di nuovo, i beni di cui il condannato può disporre direttamente o indirettamente vengono obbligatoriamente confiscati se hanno un valore sproporzionato al reddito dichiarato e all’attività economica svolta e se l’interessato non può giustificarne la provenienza.
Tutto questo va benissimo, ma non basta.

Le inchieste penali sui sodalizi mafiosi (non parlo quindi dei procedimenti sulle misure di prevenzione) esigono indagini patrimoniali specifiche, mirate, concatenate tra loro, proiettate verso la ricostruzione a 360 gradi delle ricchezze illecite. Anche al di là di ciò che è strettamente necessari al fine di consentire la confisca – grazie ai meccanismi di inversione dell’onere della prova – di quelle fasce di ricchezza più immediatamente individuabili.
Del resto, la centralità dell’inchiesta penale, rispetto ai procedimenti sulle misure di prevenzione, in tempi relativamente recenti si è imposta nei fatti.
Negli ultimi lustri, infatti, si è avuta una progressiva compenetrazione del procedimento di prevenzione (quello di cui agli artt. 2-bis e 2-ter della legge 575 del 1965) con il procedimento penale: si sono utilizzate le prove acquisite nel corso delle indagini penali (dichiarazioni di collaboratori, intercettazioni telefoniche ed ambientali, assunzioni di informazioni da persone informate su fatti) sia per provare il presupposto soggettivo di cui all’art. 1 L. 575/1965 (Tizio è indiziato di appartenere a un’associazione mafiosa), sia, soprattutto, per individuare i beni da sequestrare. Dopo di che si è fatto leva sul minore standard probatorio del procedimento di prevenzione per conseguire il risultato della confisca dei beni più immediatamente individuabili. Poi, però, ci si è quasi sempre fermati.
Va detto che un effetto rilevante del trapianto nel procedimento di prevenzione dei risultati probatori conseguiti nelle inchieste penali è stato quello di individuare molti prestanome degli esponenti mafiosi di spicco: “teste di legno” che, essendo al di fuori della cerchia familiare, non sarebbero stati altrimenti individuabili. Molti sono stati identificati grazie alle dichiarazioni dei collaboratori, altri sulla base di dichiarazioni testimoniali o di intercettazioni telefoniche o ambientali.
Per esempio, in tempi recenti, alcuni beni immobili di personaggi di spicco di cosa nostra, intestati a vari prestanome, sono stati individuati grazie a una serie di intercettazioni. In particolare, nel corso di un colloquio intercettato, si parlava della vendita di 12 appartamenti di proprietà di un capomafia, il cui intestatario fittizio era invece un certo imprenditore bene identificato con nome e cognome. I 12 appartamenti sono stati sequestrati e confiscati. Poi, però, ci si è fermati, anche perché le Procure della Repubblica sono oberate di lavoro e spesso non possono permettersi il lusso di lavorare a lungo di cesello sulle indagini patrimoniali concatenate.

Sta di fatto che, partendo da una situazione di questo tipo, si possono ottenere risultati notevoli proprio attraverso la tecnica della indagini patrimoniali concatenate.
Una volta accertato che i 12 appartamenti sono di pertinenza del capomafia e sono fittiziamente intestati al suo prestanome (egli stesso indagato come partecipante o concorrente esterno al reato associativo mafioso), si dovrà sentire come persona informata sui fatti il venditore di ciascun appartamento, si dovrà acquisire il relativo contratto preliminare di vendita, si dovranno ricostruire le fasi della trattativa e le modalità di pagamento, si dovrà ricostruire la provvista degli eventuali assegni bancari e/o circolari impiegati per il pagamento, si dovranno estendere le indagini ai depositi ed ai conti correnti sui quali sono stati spiccati gli assegni bancari o dai quali proviene la provvista degli assegni circolari, si dovranno estendere le indagini agli eventuali bonifici che avessero alimentato tali depositi e conti correnti, e così via a ritroso, ed altresì procedendo lungo tutti gli eventuali percorsi collaterali passibili di ulteriore indagine patrimoniale (i rivoli finanziari che confluiscono o si dipartono dal filone principale), finché è possibile procedere, sia in sede nazionale che in sede transnazionale.

In altri termini, questa tecnica degli accertamenti patrimoniali specifici e “concatenati” prende le mosse da operazioni di carattere economico su cui possono agevolmente innestarsi i primi accertamenti dell’indagine concatenata; d’altro lato, esse sono poste in essere dagli stessi membri del sodalizio criminoso o comunque coinvolgono direttamente questi ultimi. Si presenta appunto come tale, almeno in via di ipotesi, l’acquisto di 12 appartamenti, intestati a un prestanome, da parte del capomafia, se si parte dall’ipotesi di lavoro che questi appartamenti siano stati acquistati utilizzando profitti illeciti già sottoposti a precedenti operazioni di riciclaggio.
Questa indagine di partenza, e il suo dipanarsi a ritroso, costituisce poi il terreno favorevole per il riconoscimento di quelle condotte di riciclaggio poste in essere per lo più da persone esperte ed estranee al gruppo criminoso di base, che si sono prestate consapevolmente a riciclare o reimpiegare profitti criminosi, magari attraverso meccanismi sofisticati. Si tratta di quella fase del riciclaggio che viene comunemente chiamata layering stage, vale a dire “fase della stratificazione”, che è finalizzata al camuffamento dell’origine e delle tracce contabili del denaro sporco ed è affidata ad una pluralità di trasferimenti e conversioni in denaro contante tali da spezzare il paper tracing, cioè la traccia documentale dei trasferimenti (formazione di assegni circolari dopo prelievi di contanti, eccetera).
Se c’è una possibilità di “perforare” il layering stage, di disvelare i camuffamenti, di ricostruire la traccia documentale, anche in una dimensione transnazionale, questa possibilità si realizza proprio procedendo a ritroso ed avendo come punto di partenza una situazione del tipo di quella di cui sopra”.

Giuliano Turone

La stagista di Lodi

Novembre 18, 2007 on 2:23 pm | In Economia | 15 Comments

Era così difficile capire chi fossero Fiorani e gli altri “furbetti” prima dell’intervento della magistratura? Forse no, ma chi sapeva ha fatto finta di niente. I tifosi di entrambi gli schieramenti politici, la Consob, la Banca d’Italia, gran parte dei media, gli organi di controllo bancari non hanno visto quel che era sotto gli occhi di una stagista venticinquenne della Banca Popolare di Lodi.
A gennaio 2003 una giovane neo-laureata scrisse una lettera anonima al Corriere della Sera, per denunciare la corruzione della banda Fiorani. La lettera fu archiviata. Due anni dopo scoppiò lo scandalo e lo scritto riemerse da un faldone. I cronisti Gerevini, Biondani e Malagutti ne hanno pubblicato alcuni stralci nel libro “Capitalismo di rapina”. Mi è stata girata in versione (quasi) integrale. Gli omissis sono relativi a nomi di persone che sono fuori dall’inchiesta. La pubblico di seguito. Ma prima rivolgo un appello a tutte le stagiste in ascolto: trasformatevi in autorità di garanzia, denunciate il marciume che vedete intorno a voi! L’Italia è nelle vostre mani.

22 gennaio 2003

“Gentile redazione del Corriere Economia

non so bene come iniziare questa lettera. Confesso che era da un po’ che volevo inviarla e ci ho pensato a lungo prima di decidermi a scriverla, ma oggi mi sono convinta che è opportuno che io scriva e faccia conoscere anche ad altri le cose di cui sono venuta a conoscenza. Lo spunto l’ho preso da un articolo di Beppe Severgnini riguardo al far finta di nulla e a questa deleteria e ormai radicata abitudine del popolo italiano.
Procediamo con ordine. Sono ormai settimane che noto che dalle pagine del Corriere Economia a cadenza in media bisettimanale vengono editati articoli con oggetto le Banche e in particolare la Banca Popolare di Lodi. Fra le diverse notizie pubblicate ognuna con argomenti differenti, si possono leggere tra le righe una sorta di astiosità o comunque come una preparazione dell’opinione pubblica a qualcosa che “ribolle” in pentola. Sono pienamente d’accordo con le notizie che vengono pubblicate ma non riesco a comprendere come mai i vari giornalisti che affrontano l’argomento non affondino mai la lama. Voglio dire: è risaputo che il panorama bancario è desolante e squallido al tempo stesso, da vicende degli anni passati fino al recentissimo scandalo-crisi di Bipop. Ed è risaputo da più parti che il buon Fazio dall’alto del suo essere super partes si dichiara essere (lui e tutti i suoi tirapiedi) come il miglior garante dell’efficienza, della trasparenza e di un sacco di belle parole del sistema creditizio italiano. Ci sarebbe da chiedersi come mai, dato che come asserito erano già in corso indagini su Bipop non abbia sentito la necessità di avvisare nessuno o comunque indagare più a fondo su situazioni poco chiare. Ad un certo punto la falla del sistema Bipop era troppo grande da poter essere nascosta e anche Fazio e combriccola hanno dovuto procedere.

Senza divagare troppo vorrei tornare a esporre l’argomento che più mi sta a cuore. La Banca Popolare di Lodi, che all’inizio sembrava essere una realtà diversa e innovativa nel panorama bancario italiano, è stata accolta con estremo favore dal mercato e dagli addetti ai lavori, mentre ora appare giusto qualche trafiletto ogni tanto non propriamente a favore della banca. Vorrei invece dire che quanto accaduto a Bipop, fra poco si presenterà con maggiore virulenza alla Banca Popolare di Lodi. I fatti sono i seguenti. Ho potuto accertarmi di alcune pratiche interessanti che si svolgono all’interno della banca. Le cose da dire sono molte ma cercherò di organizzarle per argomento fornendo anche nomi e cognomi.

Dunque la cosa che più mi ha sconcertata è l’utilizzo che la banca fa di nuovi strumenti finanziari. L’utilizzo di tali strumenti finanziari in Italia non è molto in uso o per lo meno non molto nelle piccole realtà delle banche italiane. La difficoltà e la complessità di tali strumenti sono uno dei più formidabili mezzi per creare un acquitrino dove, data la torbideza delle acque, i pescecani si danno un gran daffare. Allora i più penalizzati sono i clienti della banca che arrivano in filiale e chiedono consigli allo sportellista per investire i propri quattrini e questo povero tapino che deve fare budget si trova costretto a piazzare un prodotto che nemmeno lui conosce a una persona che ne sa ancor meno. Ad esempio quei simpaticoni della Lodi hanno effettuato un credit derivatives con sottostante un titolo argentino che come tutti sanno ha defoltato e quindi quei poveri disgraziati che hanno comprato tali strumenti allo sportello della filiale hanno praticamente perso tutto.

Il capo della direzione Finanza, Gianfranco Boni, è la vera mente di tutti questi giochetti e utilizza i fidi scudieri per compiere le sue malefatte… Boni è in frequente contatto con tutta una serie di broker a Lugano, corrotti ben vestiti che non hanno nessuna conoscenza finanziaria se non la capacità di fregare. Tra i vari broker con cui Boni è spesso in contatto ve n’è uno in particolare che si chiama… Tale signore ha un conto titoli intestato presso la dipendenza milanese della Lodi di via Larga o via Mercanti (non ricordo) che per essere un conto titoli di un privato è senza dubbio inquietante. Assomiglia in tutto e per tutto al conto titoli di una banca sia per size negoziate sia per frequenza di operazioni non giornaliere ma infragiornaliere negoziate; come dicevo il conto movimentazione della proprietà di una banca gestito da un vero trader professionista.

Ovviamente sarete a conoscenza del fatto che per motivi di trasparenza tutte le chiamate che servono per imputare ordini sul mercato alle controparti, sia di acquisto sia di vendita, avvengono su determinate piastre registrate: esiste una registrazione per ogni ordine che viene conservata in archivio e questo è imposto per legge. Ovviamente il buon Boni Gianfranco per effettuare le comunicazioni con il… o con altri loschi figuri di suo pari grado effettua tutto tramite cellulare aziendale, per bypassare il procedimento della registrazione, facendo un discorso più o meno così: “Ma sì, caro Luigino, tu compra un tot di Generali o Tim o qualsiasi titolo interessante che poi ci aggiustiamo”. Vorrei definire l’ultimo termine. In “ci aggiustiamo” è compreso questo simpatico meccanismo. Se la transazione va bene, cioé vi è un guadagno, tutti gli utili rimangono sul conto del complice che procede poi a effettuare trasferimenti al buon Boni; se le cose vanno male, cioé ci sono perdite, vengono addossate alla banca che fornisce con i propri mezzi la liquidità necessaria per effettuare transazioni sul mercato. Semplice ed efficace.

Vorrei anche parlare del modo quantomeno bizzarro di interpretare l’utilizzo dei pronti contro termine da parte della Banca Popolare di Lodi. Anche qui il meccanismo è di una banalità che porta i suoi buoni frutti. Allora, i pronti contro termine hanno come sottostante un titolo che, essendo noi in Italia, utilizza i titoli di Stato italiani. Alla Lodi si è deciso invece, sempre da parte del Boni e del suo soldatino Lucchini, di non utilizzare i titoli di Stato che garantiscono sì un investimento sicuro ma con un rendimento scarso. Allora i nostri eroi cosa decidono di fare?
Scelgono di non utilizzare i titoli di Stato o equiparabili ma le varie ciofecone tipo Cirio, Del Monte o altri. Nello specifico, ai clienti delle filiali assicurano un rendimento sui pronti termine superiore a tutte le altre banche, e tali rendimenti superiori sono a loro volta assicurati dall’utilizzo di una valanga di titoli spazzatura come Cirio, che per il loro elevato grado di rischiosità consentivano di ottenere rendimenti elevati in termini di flussi cedolari.

Adesso a me risulta che la Banca Popolare di Lodi abbia in portafoglio una posizione rilevante di tali titoli. Che fine hanno fatto? Dove sono stati contabilizzati? E per tali posizioni sono state accantonate le doverose perdite in sede di redazione di bilancio?
A questo punto si apre un’altra parentesi poiché tutto il gioco è ben orchestrato e presuppone il coinvolgimento di non poche persone, soprattutto quelle deputate al controllo.
(…)
Quanto detto è solo il coperchio di un intreccio intricato che è difficile da indagare ma che fornisce a me la certezza che alla fine gli unici che ci rimetteranno saranno i piccoli risparmiatori che in totale buona fede si sono affidati alla gloriosa Popolare di Lodi.

Io di informazioni ne ho altre, alcuni altri nomi di persone che sanno ma fanno finta di nulla. E poi non si capisce come mai il fascicolo aperto presso la procura di Lodi sia fermo da tempo. Cosa fanno: scaldano la carta o sperano nel tempo e che le persone alla fine si dimentichino? Spiace dirlo ma io avrei potuto benissimo fare finta di nulla come molti fanno, ma ho deciso che con piccoli passi questa pigrizia tutta italiana può essere scardinata. Ed è proprio vero che alla fine a rimetterci siamo tutti, i piccoli risparmiatori che hanno in portafoglio il titolo Lodi, i dipendenti della banca, e gli italiani in genere poiché vi è una gestione da disonesti di una azienda che in realtà potrebbe produrre valore per il Paese.

Vorrei che questa lettera fosse l’inizio di un qualcosa ed avere la sensazione di vivere in un Paese dove non è vero che che sono sempre i più furbi che hanno la meglio”.

Post scriptum 1

Di “Capitalismo di rapina” si parlerà a Milano mercoledì 21 novembre dalle ore 18.30 alla libreria Feltrinelli di piazza Duomo.

Post scriptum 2

Proposta agli studenti dell’università Statale di Milano: stampate la lettera della stagista e andate, con videocamera, dal professor Gianandrea Goisis, docente di economia politica ed ex presidente del collegio sindacale della Banca Popolare di Lodi, a chiedergli un commento…

Marco Ponti e la Tav

Novembre 1, 2007 on 2:20 pm | In Economia | 10 Comments

L’Unione Europea ha deciso di finanziare alcune “grandi opere” italiane, tra le quali la linea ad alta velocità Torino-Lione. Per una cifra in vero irrisoria rispetto all’investimento previsto, prevalentemente di pertinenza del contribuente italiano. Non è ancora certo se l’opera si farà: gli abitanti della Val di Susa sono in gran parte contrari, governo e partiti sono in gran parte favorevoli.
Il professor Marco Ponti, economista dei trasporti, non esita a esprimere il suo netto dissenso: per lui la Tav Torino-Lione non ha alcun senso, per ragioni essenzialmente economiche. L’ho (di nuovo) intervistato.

QUI il video.

Post scriptum

Segnalo il libro “Capitalismo di rapina” (Chiarelettere editore) di tre cronisti seri: Paolo Biondani, Mario Gerevini, Vittorio Malagutti. Racconta la resistibile ascesa della “razza predona”, da Cragnotti a Ricucci, da Gnutti a Fiorani; le scalate dei furbetti, le coperture politiche, le responsabilità delle istituzioni di controllo. Ne riparlerò.
Martedì 6 novembre il saggio è presentato a Milano (Camera del Lavoro, corso di Porta Vittoria 43, ore 21) dagli autori, insieme a Gian Antonio Stella, Salvatore Bragantini, Paolo Ielo, Bruno Tabacci.

Chicago boy

Ottobre 6, 2007 on 3:48 pm | In Economia | 23 Comments

http://www.repubblica.it/2007/04/sezioni/economia/telecom3/relazione-tronchetti/stor_10223336_16480.jpg

Marco Tronchetti Provera. Chi meglio di lui incarna lo spirito della “Chicago anni Venti”, come l’ha chiamata Guido Rossi? L’Università Bocconi, infatti, si appresta a celebrarlo in quanto ex Alunno di Successo. La farsa ha questo titolo: Prendi i soldi e resta. Onorato come un benefattore, invitato a dibattere di etica del capitalismo. Indicato a modello per le nuove generazioni.
Ecco l’invito, nel quale si trascurano, per sobrietà, i debiti e le scatole cinesi, le maxi stock option, il “tiger team” e i conflitti di interesse. Occorre provvedere. L’uomo di Chicago merita di essere celebrato in tutta la sua grandezza.

“Il prossimo incontro del Leadership Forum avrà come protagonista Marco Tronchetti Provera, Alumnus dal 1972. La storia di Marco Tronchetti Provera spazia dai pneumatici alle tecnologie più sofisticate per la fotonica, dall’energia e l’ambiente, alla vela e al calcio. In comune tra queste avventure c’è una passione accentuata per le nuove frontiere e un’assidua attenzione nella scelta delle persone.
Come si costruiscono squadre vincenti per obiettivi così diversi?
Quale squadra permette di non perdere la bussola? Come si mantiene coesa? Quando si rischia di perderla? Marco Tronchetti Provera non è solo Pirelli, non è stato solo Telecom, TV ed editoria. E’ anche Inter, è anche Luna Rossa. E in ognuna di queste avventure, memore di storia e attento al futuro, lo abbiamo visto stringere un timone diverso, con intorno una squadra diversa. E attraversare tempeste non facili. La chiave di volta? Il gusto del cambiamento e la passione per l’innovazione.
Se volete far parte anche voi di questo dialogo su cambiamento e innovazione, seguite questo link per iscrivervi
Da questa occasione saranno con noi solo i Soci dell’Alumni Bocconi. Ci vediamo martedì 9 ottobre. Si inizia alle 19,00 in Palazzo Bocconi (Milano)”.

L’inceneritore di Brescia

Settembre 21, 2007 on 5:23 pm | In Economia, Informazione | 20 Comments

I bresciani hanno più diossina nel sangue degli abitanti di Seveso. Merito della Caffaro, ma non solo. A Brescia è in funzione l’inceneritore più grande d’Europa. Un impianto avveniristico, disegnato da fior d’architetti, con una ciminiera in tono con il colore del cielo. L’inceneritore di Brescia ha vinto un prestigioso premio internazionale. Poi si è scoperto che l’ente dispensatore del premio era sponsorizzato dalla società che ha costruito l’inceneritore. Gestito dall’Asm, la potente municipalizzata partecipata anche dall’Hopa del “capitano coraggioso” Emilio Gnutti, l’inceneritore di Brescia è una macchina da soldi e da rifiuti: per funzionare ne attrae a getto continuo, induce a produrne sempre di più. Non per nulla Brescia è una delle città meno virtuose nella raccolta differenziata.
Il 5 luglio 2007 l’inceneritore di Brescia ha procurato all’Italia una sentenza di condanna da parte della Corte di giustizia europea. Nella sentenza i giudici sottolineano che non sono state rispettate le normative comunitarie poiché il progetto di una terza linea dell’inceneritore non fu sottoposto alla preventiva valutazione di impatto ambientale e in tal modo all’opinione pubblica non fu permesso di esprimere le proprie osservazioni prima delle decisioni dell’autorità competente. Alla Corte del Lussemburgo aveva fatto ricorso la Commissione europea dopo aver avviato una procedura d’infrazione contro l’Italia in cui si ravvisava la violazione delle direttive comunitarie sull’impatto ambientale e sull’incenerimento dei rifiuti.
Sono andato a Brescia a intervistare Marino Ruzzenenti. Insegnante e ambientalista attivo nel comitato “Cittadini per il riciclaggio”, autore del volume “L’Italia sotto i rifiuti” (Jaca book), Marino Ruzzenenti ha seguito fin dall’inizio la vicenda dell’inceneritore di Brescia e la definisce un modello negativo, sul piano ambientale ed economico, in fatto di gestione dei rifiuti.

Ecco il video.

Elio Catania / 2

Settembre 3, 2007 on 3:28 pm | In Economia | 70 Comments

L’otto maggio 2007 ricevetti una mail sgrammaticata e non firmata dall’indirizzo ecat46@(…).it. Il testo faceva riferimento a un post che avevo scritto qualche giorno prima, in occasione della nomina di Elio Catania, ex amministratore delegato delle ferrovie dello Stato, a presidente dell’Atm, l’azienda dei trasporti pubblici milanesi. Telefonai all’ufficio stampa Atm per sapere se la mail fosse del presidente: nessuna risposta. L’altra sera alla festa dell’Unità di Milano ho incontrato Elio Catania a un convegno dov’era relatore e gli ho chiesto conto di quella lettera anonima e della sua gestione delle ferrovie. Alla domanda sulla sua liquidazione da sceicco Elio Catania s’è allontanato dalla videocamera e poi ha abbandonato la sala senza intervenire al convegno. O me o loro, ha intimato al servizio d’ordine. Noi siamo rimasti. Lui se l’è filata. Prima di andarsene, mi ha accusato di denigrarlo, ha rivendicato record di efficienza, ha sostenuto nell’ordine che: la lettera è sua, è del suo alter ego, non è sua. La pubblico. Se incrociate il signor Catania, chiedetegli un chiarimento. Intanto potete mandare un commento al suo alter ego. A seguire il video.

Mail

From: ecat46@(…).it
Date: 8-mag-2007 1.17
Subject:
To: piero@pieroricca.org

caro dott ricca , ma le sembra corretto che lei attivi una campagna
denigratoria, mettendo alla berlina un professionista come il
sottoscritto, costruendo un film basato su invenzioni e non su fatti,
come un giornalista che basa la sua azione su una forte etica dovrebbe
fare?
Lei scriverebbe lo stesso se qualcuno le dicesse che questo sig
catania in due anni avesse raggiunto il record in sicurezza, in
puntualita’. in crescita passeggeri, inattivazione alta velocita’, in
eliminazione cimici da 1000 carrozze, in cantieri rifacimento stazioni,
nonostante un taglio di fondi di 3 miliardi di euro? Direbbe lo stesso
se la persona fosse stato epurato, senza motivo , a soli sei mesi dalla
scdenza naturale del contratto solo per impossessarsi subito della
sedia di potere , pagando una corposa penale, prevista in tutti i
contratti di questo mondo? Scriverebbe cio’ che ha scritto se per
giustificare di frontre agli italiani questa assurda procedura si monta
una ipotetico collasso delle fs? Scriverebbe lo stesso? Attaccarebbe
questa persone che fa della sua reputazione la sua risorsa di vita?

ci pensi molto bene, per una volta metta da parte la facile demagogia, la
ricerca facile dell’emozione popolare e simuli di essere un serio uomo
di giornalismo, che fa della verita’ , dei fatti, dell’intelligente
analisi e dell’etica le fondamta della propria vita, professionale
enon.

saluti
ha capito chi sono

Video


Il Muto di Milano

Agosto 31, 2007 on 12:27 pm | In Economia | 84 Comments

Alessandro Profumo si avvale della facoltà di non rispondere. L’uomo è brillante, ma timido: basta sussurrargli una innocua parolina per zittirlo. La parolina è: Geronzi. La prima volta che lo incontrai abbandonò una conferenza perché non voleva essere ripreso dalla nostra videocamera. L’altra sera l’ho incrociato alla festa dell’Unità di Milano, mentre passeggiava teneramente tra gli stand insieme a Gad Lerner. Gli ho chiesto conto della nomina del suo alleato Cesare Geronzi alla presidenza del consiglio di sorveglianza di Mediobanca. Non ha risposto. Ho insistito. Silenzio. Solo una smorfia di disappunto, una mano a coprire l’obiettivo e il sorriso imbarazzato della moglie. Questa volta almeno non è scappato, evidentemente si sente al sicuro tra i militanti post-diessini: alcuni dei quali, infatti, hanno inveito contro di noi, rei di turbare l’ascolto del monologo del ministro Bersani, anch’egli muto sul caso Geronzi. Ho pensato ingenuamente che almeno Gad Lerner, antico cronista d’assalto di Lotta Continua, trovasse il fegato per una breve risposta. Niente. Prevale in questi casi la fedeltà all’amicizia altolocata. Abbronzato, disteso, ridacchiante l’Infedele si è limitato a dire: non è questa la sede e poi io di Geronzi ho già scritto su Vanity Fair. Poi ha scortato l’amico banchiere fino all’uscita. “Vuoi dormire da me?”, questa l’ultima premura. Se incontrate Profumo rivolgetegli anche voi una domandina su Geronzi e l’etica del capitalismo: in un Paese serio il gran capo di Capitalia non potrebbe nemmeno vendere aspirapolvere alle feste di partito. Onore intanto a Massimo Riva, anziano giornalista economico, che sulle colonne dell’Espresso a metà agosto ha posto la questione senza troppi giri di parole. Ecco il video del siparietto con il Muto di Milano.


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Questa opera è pubblicata da Piero Ricca sotto una Licenza Creative Commons

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