Mercoledì 27 giugno
Giugno 23, 2007 on 10:54 am | In Economia | 38 Comments
MERCOLEDI’ 27 GIUGNO - DALLE ORE 10
Qui Milano Libera ti invita a
CONTRO GERONZI
FESTA DELL’ALTRA ITALIA
IN PIAZZETTA CUCCIA - A MILANO
VOLANTINI - COMIZI AL MEGAFONO - LETTURE - MUSICA - SPERNACCHIAMENTO LIBERO
E LO STRISCIONE “CESARE GERONZI - BANCAROTTA MORALE”
FINO AL TERMINE DELL’ASSEMBLEA DEI SOCI DI MEDIOBANCA, CHE INIZIA ALLE ORE 11
TARTINE E BEVERAGGIO PER TUTTI
VIENI ANCHE TU!
Cesare Geronzi
Giugno 15, 2007 on 12:45 pm | In Economia | 23 CommentsIn una seria economia di mercato Cesare Geronzi sarebbe fuori dalla scena pubblica e passerebbe le giornate a difendere la propria reputazione nelle aule dei tribunali, visto che è sotto processo in mezza dozzina di città ed è coinvolto nelle meno limpide avventure finanziarie degli ultimi dieci anni. In Italia, dove la sanzione reputazionale non vige, il che è un modo gentile per dire che viviamo nell’isola dei pirati, Cesare Geronzi è a capo del principale istituto di credito e il prossimo 27 giugno sarà nominato presidente di Mediobanca, il “salotto buono” della finanza. Massimo da Genova mi ha scritto questa lettera.
“Caro Piero
Il patto di sindacato di Mediobanca ha votato all’unanimità Cesare Geronzi come presidente del consiglio di sorveglianza della banca. Ma parliamo della stessa persona che il tribunale di Brescia ha condannato in primo grado per la vicenda del crac Italcase, a un anno e 8 mesi di reclusione e lo ha dichiarato inabile all’impresa commerciale e agli uffici direttivi per 2 anni? Pene poi sospese grazie alla condizionale. La stessa persona è stata interdetta per due mesi dalla sua carica di presidente di Capitalia per ordine del gip di Parma per il suo ruolo nel crac Parmalat. Il ricorso dello stesso era stato respinto dal tribunale di Bologna che non s’è limitato a ratificare l’ordinanza ma ha aggiunto che Geronzi doveva finire in carcere come Calisto Tanzi! Perché nessuno dice niente? Sono demoralizzato: ognuno tragga le proprie considerazioni, io le mie le ho già tratte. Saluti, Massimo”
Propongo una manifestazione, per far vedere che qualcuno sa e non ci sta. Da lunedì a venerdì della prossima settimana, un’ora al giorno, dalle 13 alle 14, con i soliti amici esporremo un grande striscione davanti alla sede di Mediobanca, a Milano, in piazzetta Cuccia, a due passi dalla Scala. Ipotesi di titolo per lo striscione: Geronzi, il Sindona del 2000. Avviserò dell’iniziativa le agenzie di stampa e gli uffici della questura. Sono necessarie almeno quattro o cinque persone al giorno. Chi vuole partecipare ai turni allo striscione e al contestuale volantinaggio, mi scriva una mail. Prego di attenersi nei commenti alle sole questioni operative.
Alessandro Profumo
Maggio 29, 2007 on 3:04 pm | In Economia, Informazione | 80 Comments
Il reato di lesa maestà non è previsto dal codice penale: è scritto nel codice genetico della nazione. Commette questo reato ogni cittadino che in pubblico esprima opinioni o ponga domande non previste dal cerimoniale. Ci siamo macchiati di lesa maestà ieri sera a Milano, alla libreria Egea di via Bocconi, dov’era prevista la presentazione di un libro sul calcio malato. Ospite d’onore Alessandro Profumo, capo di Unicredit-Capitalia, la più grande banca italiana. Il gruppo Qui Milano libera ha atteso Profumo sull’uscio della libreria e quand’è arrivato gli ha posto tre domande a videocamera accesa. La prima, sul coinvolgimento di Unicredit nei servizi di appoggio al commercio internazionale di armi. La seconda, sui procedimenti penali che vedono coinvolto Cesare Geronzi, grande alleato di Profumo. La terza, sui maxi-stipendi dei top manager e relative, lucrose stock option, che crescono in modo inversamente proporzionale agli stipendi di impiegati e operai. Il banchiere ha negato tutto, compresa l’evidenza, visibilmente sorpreso che qualcuno gli rivolgesse domande senza il nulla osta dall’ufficio stampa. La morale è una cosa ben più seria, ha dichiarato, senza entrare nei dettagli. Mentre si svolgeva il botta e risposta i vari addetti alla persona erano nervosi, si consultavano in modo frenetico. A un certo punto il moderatore del dibattito ha annunciato che doveva iniziare la presentazione del libro e non c’era più spazio per le domande fuori tema. A questo punto ho annunciato a mia volta che mi sarei seduto ad ascoltare riservandomi, a fine conferenza, di alzare la mano e chiedere chiarimenti sui rapporti fra grandi banche e calcio corrotto. Inammissibile. Il banchiere ha fatto sapere che non voleva essere ripreso, spiegando che quello era un luogo privato. Abbiamo obiettato che quella era una conferenza aperta al pubblico tanto da essere annunciata sui giornali e che riprendere uomini pubblici in contesti pubblici non è vietato. Il banchiere a questo punto si è alzato e se n’è andato via come un bambino viziato, dopo avermi detto: lei è un gran maleducato!. Gli astanti, una ventina di amici, hanno preso le sue difese contro di noi. Il più divertente è stato un tipetto che ha esclamato: ma come vi permettete, quest’uomo sta facendo grande l’Italia! Sarà, ma intanto, nel suo intimo, non si sente un uomo pubblico, visto che ad un evento pubblico non vuole essere ripreso e fugge alla prospettiva di una domanda non gradita. Ecco il video.
Chicago, Italia
Aprile 6, 2007 on 6:04 pm | In Economia, Legalità | 12 CommentsIl 16 aprile il presidente uscente di Telecom Guido Rossi non sarà presente all’assemblea dei soci Telecom. In compenso, con la sua intervista odierna a Repubblica, ci ha fornito il testo per il nostro volantino. Basterà sintetizzare. Volantineremo le sue ragioni. Ma con toni più moderati. Ecco gli spunti principali.
Le illusioni perdute
“Adesso posso dirlo: mi sento sollevato, mi sono tolto un peso. Da metà settembre fino a martedì scorso ho passato sei mesi d’inferno. Alla mia età è giunta l’ora di rinunciare alle illusioni: il sogno di salvare la Telecom, come quello di risanare il calcio italiano. Erano le illusioni di un vecchio signore che ancora pensa di fare il riformista. E’ tempo che mi passino dalla testa”.
“Perché Tronchetti è venuto a cercarmi? Perché era troppo nei guai, perché era alle strette sia con l’Antitrust che con l’Authority delle Comunicazioni, perché la sua situazione sembrava irrecuperabile, perché aveva bisogno di credibilità. Io mi sono fatto carico di questa responsabilità nell’interesse dell’azienda, l’ultima grande impresa tecnologica italiana, un gruppo al quale mi sentivo legato dalla storia della sua privatizzazione. Ma quando ho cercato di fare pulizia nel conflitto d’interessi fra Tronchetti e la Telecom, per il bene dell’azienda, del mercato e del paese, siamo entrati in rotta di collisione. Sono diventato pericoloso per lui, andavo eliminato”.
La tracotanza di Tronchetti
“Ho l’impressione che mentre io mi occupavo dell’azienda, c’è chi passava più tempo a parlare con i giornali per accreditare queste tesi. Quella che io avrei ostacolato il dialogo con Telefonica è una menzogna. Al contrario, da un certo momento sono stato l’unico a tenere i rapporti con Cesar Alierta. Il presidente di Telefonica era scandalizzato per la tracotanza di Tronchetti. Venne a trovarmi a casa, passò un’intera domenica pomeriggio a parlarmi. Aveva capito che Tronchetti voleva incassare tutto il premio di controllo, per un controllo che non ha. Telefonica è una public company, mi disse Alierta, certe cose non può farle. Ecco come si parla quando si ha rispetto per il mercato”.
La politica
“Al conflitto d’interessi di Tronchetti si sono mescolate le grandi manovre del risiko bancario, le eterne tentazioni di commistione della politica. Non so se gli stranieri che si affacciano hanno capito con quale paese hanno a che fare”. “…il risiko bancario è ancora e sempre impregnato di politica, è percorso da tensioni fra Prodi e i Ds. Tronchetti si sente appoggiato da Banca Intesa. Prodi forse pensa di condizionare la vicenda, di garantire un ancoraggio italiano, attraverso le banche”.
Il gioco al massacro
“In tutto questo si perde di vista l’unica questione seria: nonostante gli anni di difficoltà, i ridimensionamenti, le occasioni perdute, la Telecom è l’ultima grande impresa italiana che è ancora in grado di fare ricerca tecnologica, e la fa. Nel 2006 ha investito più di 3 miliardi di euro in ricerca, innovazione e sviluppo, per l’Italia sono volumi importanti. E’ un patrimonio del paese. Il suo indebitamento è dovuto solo a quelli che l’hanno scalata, a chi sta ai piani superiori. L’azienda è sana, ha un cash flow straordinario, genera utili. Non merita di essere al centro di un gioco al massacro”.
Il 16 aprile
“Non credo proprio che il 16 aprile mi presenterò. Che cosa farei, in mezzo a una lista di amministratori designati per obbedire a chi di suo ha investito lo 0,6% del capitale, e pretende di controllare la società?”.
L’arraffare
“Qui vengono a galla problemi strutturali del nostro capitalismo, che ho denunciato da decenni. Si paga il prezzo delle riforme mai fatte, delle opportunità sprecate anche quando il centro-sinistra era al governo. Di recente è diventato di moda scoprire il sistema dualistico di governance d’impresa, il modello tedesco: lo scopriamo noi proprio quando la Germania per modernizzarsi prende le distanze da una formula vecchia di settant’anni. Ci si trastulla con questi inutili diversivi, nessuno invece osa toccare le anomalie patologiche del nostro sistema: le scatole cinesi, i patti di sindacato. Questa vicenda Telecom passa tutta sopra la testa del mercato, ecco l’unica certezza: i piccoli azionisti sono resi impotenti, e saranno beffati come sempre. E un paese che soffre di una così grave mancanza di regole naturalmente è il terreno ideale per chi vuole approfittarne, per chi pensa a portar via più soldi che può. Invece del fare, c’è l’arraffare. Questa sembra la Chicago degli anni Venti, sembra il capitalismo selvaggio dei Baroni Ladri nell’America del primo Novecento. Ma almeno in America un secolo non è passato invano”.
Class Action
Gennaio 18, 2007 on 4:35 pm | In Politica, Economia | 12 Comments

Pubblico questa chilometrica lettera sulla Claas Action.
Caro Piero
abbiamo poco tempo.
Occorre prepararsi per urlare contro la prossima pagliacciata
del Governo. Questa volta dobbiamo fargli capire che la legge
porcheria non la vogliamo. Parlo della Class Action.
E’ la nostra salvezza contro le truffe perpetrate dalla
multinazionali, dalla banche, dallo Stato, dalle compagnie
telefoniche, dalle compagnie petrolifere. E’ semplicemente un’azione
legale condotta da uno o più avvocati (studi legali) nell’interesse di
diversi soggetti che sono incorsi nel medesimo problema. Esempi?
Cirio, Parmalat, TangoBond, truffe miliardarie verso i cittadini.
Ma come dovrebbe essere una Class Action efficace?
- Prima di tutto dovrebbe avere le stesse potenzialità di quella
americana, filtrata dei possibili abusi che la stessa ammette.
- Ogni cittadino può farsi promotore della Class Action.
- La Class Action deve essere richiesta per qualunque atto illecito,
omissione, inadempimento contrattuale che ha arrecato danni a un
alto numero di cittadini. Tipici sono gli ambiti degli investimenti
finanziari, assicurativi, telecomunicazioni, energia, salute, ecc.
- Prevedere una verifica preliminare da parte del giudice.
- Al fine di garantire che le proposte transattive siano compiute
nell’esclusivo interesse della classe e non di quella degli studi
legali che la seguono, le transazioni, per essere valide, devono
essere votate dagli iscritti alla classe.
- In caso di transazione o di sentenza favorevole è previsto un
meccanismo automatico di risarcimento gestito da un “curatore
amministrativo” nominato dal giudice. Tutti i cittadini appartenenti
alla definizione di classe (stabilita dal giudice) possono iscriversi
per ottenere il risarcimento entro sei mesi dalla sentenza.
- Prevedere la possibilità di condannare l’azienda che ha commesso
un illecito plurioffensivo non solo in rapporto al danno direttamente
procurato, ma anche in rapporto al vantaggio economico ottenuto
dall’azienda stessa.
- In caso di soccombenza della classe, nulla è dovuto agli avvocati
che hanno avviato la class action, in caso di vittoria, la parcella è
calcolata come percentuale dei risarcimenti ottenuti nella misura
massima del 10%.
Cosa sta combinando il Governo?
Prodi, Bersani, Rutelli, in varie occasioni su TV e giornali ci hanno
già preannunciato che non vogliono una Class Action all’americana, che
tradotto vuol dire che non vogliono sentir parlare di proposte di legge
presentate da Pedica (IdV), Poretti (RnP), Fabris (UDEUR), ma vogliono
far approvare il ddl Bersani-Schioppa-Mastella che è una porcheria
all’italiana perchè prevede:
1) il diritto di avviare la Class Action è riservato alle associazioni
riconosciute dal Governo, cioè quelle che fanno parte del CNCU (cioè
pagate dallo Stato, le famose 16 sorelle). In questo modo si andrebbe
a limitare il potere di questa legge, concedendo la facoltà di avviare
la Class Action ad un’associazione che non ha intenzione di avviare
una causa contro chi gli versa i contributi pubblici. Tradotto, una
Class Action controllata e filtrata dallo Stato. Non deve essere
l’associazione a filtrare le Class Action ma deve essere il giudice.
2) Dopo aver vinto la Class Action, il singolo cittadino dovrà
mettere mano al portamonete e avviare un’azione giudiziaria per
avere il risarcimento che gli spetta.
Mi chiedo allora, a che serve la Class Action?
Insomma, stanno preparando una legge che tutelerà le famose forze
occulte del Governo, cioè coloro che ci han truffato e continueranno a
farlo.
Approvando una delle tre Proposte di legge elencate prima avremo una
legge forte, che farà ripensare diverse volte una multinazionale prima di
truffarci, che non ci farà spendere soldi in avvocati e che spingerà
gli avvocati a dare il massimo dato che la loro parcella sarà il 10%
del valore della causa. Invece il nostro Governo vuole l’opposto.
Cosa occorre fare?
Scrivete ai politici chiedendo di approvare una Class Action in linea
con il PDL 1834 Pedica, PDL 1443 Poretti e il PDL 1330 Fabris.
E naturalmente firmare la petizione.
Ed iscriversi al Reset Class Action Group.
Ma occorre soprattutto far girare la voce.
Riusciremo questa volta a non farci fregare come per l’indulto?
Antonio Imperi
Lettera da Milano
Gennaio 14, 2007 on 5:41 pm | In Economia | 5 Comments
Pubblico questa lettera sulla civiltà rateale.
Caro Piero,
lavoro per un’agenzia di assicurazioni di un network immobiliare/creditizio, ora anche assicurativo. Le agenzie immobiliare vendono casa, fanno il mutuo e ora anche la polizza assicurativa (del resto richiesta dalla banca) sulla casa per il 30% ad extra-comunitari che vengono a lavorare in Italia per svolgere i seguenti lavori:
- muratori, ovvero per far arricchire gli specularori edilizi
- badanti, quindi per pulire il culo di vecchi in una sottospecie di civiltà che non si sa più nemmeno pulire il culo
Lavori comunque non più svolti da noi pseudo-civilizzati europei.
Ora c’è una nuova frontiera della truffa collettiva legalizzata, chiamata credit protection, ovvero: mi paghi il 2,5% anticipatamente, rateizzato nel mutuo, dell’importo finanziato, perchè potresti perdere il lavoro, rischiando così di vederti sequestrare la casa. Oggi per un mutuo medio di almeno 100,000 euri, questa polizza significa almeno 10,000 euri, aumentando la rata di qualche diecina di euro.
Siamo alla follia, per chi accetta e non decide di mandare tutto a fare in c.o. Qui non ci sono più diritti, solo furbi. Qui non ci sono più scontri sociali, solo un sistema a puttane che viene puntellato con toppe di ogni tipo per far rimanere a galla chi il culo pensa di averlo al riparo.
Come si può pensare di affidare i nostri risparmi a qualunque fondo di investimento perchè poi me li riprestino sotto forma di credit protection?
Ma il dramma non è solo la truffa generalizzata e legalizzata, ma l’economia che sta perdendo le fondamenta di solidità che più o meno aveva nell’era industriale. C’erano delle milestones di massima, ed erano la fabbrica, il bene solido prodotto, il padrone, l’operaio e il sindacato. Oggi tutto questo non esiste più, è tutto rimescolato, perchè non si produce più niente, perchè al posto delle fabbriche ci sono le attività finanziarie, i servizi. E la base economica di questo paese sta sempre più passando nelle mani di queste attività.
Ci sta franando il terreno sotto i piedi e lo stiamo puntellando con lo sputo.
Luca
Debito al consumo
Gennaio 13, 2007 on 3:02 pm | In Economia | 12 Comments
Quando ancora si vedevano le lucciole, avere debiti era cosa vergognosa, da non dormirci la notte. Ora le lucciole sono sparite, a gennaio ci son venti gradi e l’indebitamento è considerato un vanto, un segno di benessere. Tant’è vero che viene denominato “credito” o “finanziamento”.
Teniamo d’occhio i dati ufficiali riepilogati dall’ultimo Bollettino della Banca d’Italia. Le famiglie di Puffonia sono indebitate per centinaia di miliardi di euro, una cifra stellare, in costante aumento. Ci si indebita per la casa, per l’arredo del salotto, per l’auto, per le vacanze, per il telefonino, per mantenere l’amante, per il lifting, per l’ipod. Per arrivare a fine mese, per pagare gli interessi su un altro debito.
E siamo soltanto ai dati ufficiali. Ai quali va aggiunto lo strozzinaggio illegale che è, per molti, il passo successivo. Anche il numero di coloro che non riescono più a pagare è in costante crescita: ad oggi circa un settimo del totale.
Ho come il sospetto che questa sia la falla del sistema. Questo benessere da cartellone pubblicitario, fondato sull’induzione e l’indebitamento al consumo, è una nave dei folli. Già affondata, benché pochi lo dicano. Verrà il giorno in cui nessuno potrà più pagare le rate del prossimo mese. E ne vedremo delle belle. Inducono a pensare che quel giorno non sia poi molto lontano le indagini sulle condizioni economiche del popolo puffone. Almeno otto milioni di noi sono tecnicamente poveri, ci ripete l’Istat. Campano (si fa per dire) con non più di ottocento euro al mese. Una famiglia su due vive con meno di 1800 euro al mese. Milioni di altri non se la passano molto meglio, mentre i ricchi sono sempre più ricchi, avidi, disinvolti e ammirati. Ma noi all’Istat non crediamo. Meglio il Gossip e l’intrattenimento leggero, che almeno ci fanno sognare. Questa è la novità del mondo senza lucciole: ci si sente sulla via del benessere anche da poveri in canna, tartassati da cravattari in guanti bianchi. I padroni ci odiano, ha recentemente ricordato il poeta Edoardo Sanguineti. Molti poveri li amano, vorrebbero essere come loro: si sentono come loro. Questo spiega perché milioni di poveri cristi votano la ghenga del Buffone.
E allora attendiamo con serenità che il popolo che va in vacanza a rate sbatta la testa contro l’asfalto: qualcosa succederà, magari una di quelle belle e salutari crisi epocali che possono anche rivelarsi un antidoto all’inebetimento collettivo e alla noia individuale.
“Soltanto la fame ci può salvare”, ripeteva nei suoi ultimi giorni l’economista Paolo Sylos Labini. Buon week end.
Li aboliranno?
Novembre 17, 2006 on 3:30 pm | In Economia | 5 Comments
Chissà che i costi di ricarica non vengano davvero aboliti, prima o poi. L’altro giorno si son pronunciate le preposte Autorità. La mancia cui il cartello delle aziende del settore dovrebbe rinunciare è più o meno di 1,7 miliardi di euro l’anno. Ecco il riassunto della situazione fatto dal promotore della petizione abolizionista, Andrea D’Ambra.
“Ieri finalmente, dopo 5 mesi di lavoro congiunto le Authority (Antitrust ed Agcom) hanno concluso la famosa indagine sui costi di ricarica, attivata in seguito alla denuncia del sottoscritto alla Commissione europea che ha a sua volta invitato le Authority ad attivarsi (lo sottolineo non per una mia fissazione ma visto che ci sono molti giornali che ignorano come sono realmente andate le cose e pensano che le Authority si siano mosse spontaneamente). Qui il dossier completo (link) e il comunicato a conclusione dell’indagine congiunta (link)Le Authority non hanno fatto altro che accogliere le richieste della Petizione D’Ambra confermando quanto sostengo da aprile vale a dire che i costi di ricarica sono un’anomalia tutta italiana, che non corrispondono ai reali costi sostenuti dagli operatori e che gravano in particolar modo sulle fasce piu’ deboli della popolazione. Questo il riassunto di quanto affermano le Authority che chiedono una rimodulazione, anche totale, del costo di ricarica e che intravede la possibilità di intervento dell’Agcom se gli operatori non si adegueranno spontaneamente.confermando quanto sostengo da aprile vale a dire che i costi di ricarica sono , che e che della popolazione. Questo il riassunto di quanto affermano e che intravede la possibilità di intervento dell’Agcom se gli operatori non si adegueranno spontaneamente. La mia reazione e il commento a caldo potete leggerlo qui (link) nella sezione comunicati. A nome anche degli oltre 700mila firmatari chiedo che gli operatori ora che anche le Authority si sono espresse in tal senso, aboliscano rapidamente il costo di ricarica e ho annunciato richiesta di rimborso agli operatori per tutti i costi sostenuti finora da noi consumatori. Ho anche voluto sottolineare come sia stato necessario l’intervento di un semplice cittadino con una petizione on-line affinché le Authority intervenissero su un problema davanti agli occhi di tutti da anni, nonostante la presenza di almeno 20 associazioni di consumatori nel nostro paese”. (Andrea D’Ambra)
Conflitto postale
Ottobre 12, 2006 on 2:19 pm | In Economia, Democrazia | 7 Comments
Il 3 ottobre abbiamo appreso che è saltato l’accordo fra Poste Italiane e Mediolanum, la compagnia di assicurazione di Ennio Doris e SIlvio Berlusconi.
La notizia è stata ripresa in brevi trafiletti dalla stampa, senza alcun approfondimento. Eppure a me è parsa interessante. Ricapitoliamo. Un paio di anni fa era stato annunciata questa partnership finalizzata all’utilizzo da parte di Mediolanum dei 14mila uffici postali sparsi in giro per l’Italia per la vendita dei propri prodotti finanziari. L’accordo era stato raggiunto in gran segreto e a trattativa privata, senza alcuna gara. Di fatto, Mediolanum (una società con una banca solo virtuale) diventava la banca più presente e diffusa sul territorio nazionale, in grado di rivolgersi al vastissimo pubblico dei piccoli risparmiatori, abitanti in piccoli centri spesso sforniti di sportelli bancari. Non era difficile intuire che si trattava di un affare miliardario (in euro). Poche voci nell’opposizione e nell’informazione misero in evidenza l’enormità del conflitto d’interessi, essendo uno dei fruitori dell’affare presidente del Consiglio in carica: che con una mano dava e con l’altra prendeva. Per bucare il muro dell’indifferenza, con l’amico Alberto Ricci ci inventammo una simpatica manifestazione: un presidio contemporaneo con volantinaggio della notizia in quindici città italiane, davanti agli uffici postali. Mentre la stavamo organizzando telefonammo per scrupolo a un parlamentare diessino. E’ tutto legale, ci disse, cercando di dissuaderci dal manifestare. Gli sfuggiva la differenza fra legalità ed etica pubblica.
Bene, ora che l’aspirante grande banchiere non è più al governo, veniamo a sapere da microscopici trafiletti sulla stampa che quell’accordo è saltato.
Ennio Doris, a capo di Mediolanum, si è affrettato a dire che è tutto normale e che anzi l’accordo potrebbe essere ridiscusso e approvato in forma nuova. Le Poste italiane si sono limitate a un comunicato di tre righe. Nessun esponente delle Istituzioni, che io sappia, ha ritenuto opportuno chiedere chiarezza e approfondire la questione. Forse la politica non c’entra. Ma l’opacità della decisione incuriosisce. E nella patria del conflitto d’interessi a pensar male s’indovina. Non è che ormai si ritiene normale (perfettamente “legale”, direbbe quel parlamentare diessino) il fatto che chi sta al governo cerchi di lucrare il più possibile per sé e gli amici e che il passaggio all’opposizione, di conseguenza, porti a svantaggi competitivi? Non sarebbe più sano, in un sistema democratico, fare leggi che prevengano tutti i conflitti d’interesse, anziché regolare la materia attraverso la logica - questa sì “punitiva” - dei rapporti di forza? Più che domande sono cattivi pensieri.
Chi è curioso puà spedire una lettera a:
dir.comunicazione@posteitaliane.it.
Questa è la mia.
“Al presidente Vittorio Mincato.
Buon giorno, sono un cliente affezionato di Poste Italiane. Amo la Posta anche se ogni tanto mi fa brutti scherzi: plichi che non arrivano a destinazione, accordi con le banche di presidenti del Consiglio. Cose così. Ebbene, in merito alla seconda questione, mi ha incuriosito la notizia dell’annullamento dell’accordo fra Poste Italiane e Mediolanum. Se ne potrebbe conoscere qualche dettaglio in più, in omaggio al valore della trasparenza giustamente richiamato dal Vostro codice etico? Per quali ragioni fu siglato senza una gara? Per quali motivi ora è saltato? Ha procurato profitti a Mediolanum, e di quale entità? Così, per sapere”.
Il salotto sano
Settembre 16, 2006 on 4:45 pm | In Economia, Informazione | 13 Comments
Sembrano tutti caduti dalle nuvole. Sembra che la gran parte degli osservatori abbia scoperto solo adesso che la presa di Telecom da parte di Tronchetti e associati fu una pura operazione di pirateria finanziaria fondata sulle scatole cinesi e un indebitamento da capogiro (a tutt’oggi 41 miliardi di euro e rotti).
Fino a ieri era tutto un coro di lodi per l’audace imprenditore milanese, un coro interrotto dalle voci critiche dei soliti noti: un comico (Grillo), un politico (Di Pietro), pochi giornalisti di inchiesta, qualche concorrente meno fortunato: per esempio Stefano Ricucci.
Ecco che cosa disse il marito di Anna Falchi nel luglio 2005 in una conversazione telefonica intercettata. Dall’altro del capo del filo c’era Chicco Gnutti.
Ricucci: ” … ma tu l’hai letta stamattina l’intervista di quel deficiente di Tronchetti Provera su La Repubblica di stamattina?”.
Gnutti: “No”.
Ricucci: “E leggitela, va! Che parla de me e de te…C’è tutta l’intrevista del dottor Tronchetti Provera, che loro sono il salotto sano…”.
Gnutti: “Ah, ah!”.
Ricucci: “C’ha quarantacinque miliardi di euro di debiti…il salotto sano lui c’ha!”.
Gnutti: “Pensa te”.
Ricucci: “Ma è una roba incredibile, no?”.
Gnutti: “Eh sì, ma viene, viene a miti consigli anche lui, eh?”.
Ricucci: “Ah sì? E quando però?”.
Gnutti: “Eh, l’anno prossimo”.
Ricucci: “Ah, l’anno pro…cominciamo a diglielo subito…”.
Lo scandalo “Trucchetti” Provera è anche lo scandalo di un giornalismo asservito. Parlo a ragion veduta. Partecipai, regolarmente accreditato, a una conferenza stampa presso la sede Telecom qualche tempo fa. Il Provera presentava insieme al filosofo Emanuele Severino il Progetto Italia, una serie di sponsorizzazioni di eventi culturali.
Quando il microfono passò ai giornalisti, la platea si produsse in un coro di lodi e domande compiacenti per il novello Mecenate. A un certo punto si alzò in piedi Lina Sotis che disse testualmente: “Mi si permetta di esprimere la mia ammirazione: finalmente un imprenditore milanese bello, colto, autorevole che ci fa fare bella figura nel mondo!”. Non resistetti alla provocazione e chiesi la parola per una domanda leggermente critica sulla pretesa missione culturale di un’azienda, molto indebitata, che imbottisce l’ambiente di pubblicità e cerca nuovi clienti fra gli adolescenti, imponendo un modello culturale piuttosto discutibile. Apriti cielo. Tronchetti reagì stizzito. Alla fine fui avvicinato da un signore (scoprii poi che era il capo ufficio stampa del gruppo) il quale, senza presentarsi, mi chiese nome, cognome e testata. Lo mandai a stendere, naturalmente. Ma questo era il clima: giornalisti convocati con funzione decorativa, la stecca nel coro sanzionata con l’identificazione.
Quando la banda dei furbetti fu sgominata, “Trucchetti” fece addirittura la voce grossa: denunciò la manipolazione del mercato, chiese condanne esemplari. Era il 25 gennaio 2006, ero presente anche in quell’occasione e non so che cosa mi trattenne, nell’ammirato silenzio degli astanti, dal farmi megafono di Grillo e Ricucci: forse il fatto che non avevo con me né una videocamera né un registratore.
Vedremo ora come andrà a finire questa storia con l’arrivo dello sceriffo Guido Rossi. Intanto una nota a margine la merita il “caso Angelo Rovati”. Ed è questa: il collaboratore di un presidente del Consiglio che - a suo dire - redige in due copie un progetto “artigianale” di ristrutturazione aziendale e una se la tiene per sé, l’altra la manda - senza informare il presidente del Consiglio di cui è consulente - al capo dell’azienda interessata con un biglietto intestato alla presidenza del Consiglio, come giustamente chiede l’associazione Libertà e Giustizia, si deve dimettere subito.
Perché è un bischero, mi permetto di aggiungere io.
Questa opera è pubblicata da Piero Ricca sotto una Licenza Creative Commons
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