Sandro Raimondi
Luglio 27, 2009 on 2:35 pm | In Politica, Legalità | 16 Comments
L’autorità pubblica non è impersonale. L’autorità pubblica è fatta di persone, di facce, con nomi e cognomi. L’autorità pubblica che in un battibaleno ha firmato il mandato di perquisizione a tutela della privacy dell’onorevole Pecorella, ad esempio, si chiama Sandro Raimondi, magistrato a Milano con funzioni di sostituto procuratore della repubblica.
Si dirà: ora che fanno qualcosa contro di voi, i magistrati vi stanno antipatici. Non è così. In questi anni abbiamo difeso i principii di uguaglianza dei cittadini davanti alla legge e di indipendenza e autonomia della giustizia, gravemente attaccati (anche attraverso leggi ad et contra personas, e torniamo a Pecorella!) da un’oligarchia di farabutti che aveva e ha in odio poche decine, forse alcune centinaia di magistrati che osano indagare sui quartieri alti. Abbiamo difeso la giustizia in quanto potere indipendente e fondamento democratico. Non abbiamo difeso questa magistratura italiana. C’è una bella differenza.
Ho scritto una mail in forma ironica al dottor Sandro Raimondi per aiutarlo a riflettere sulla sostanziale ingiustizia che spesso si cela dietro gli atti dovuti. Per fargli sapere che dall’altra parte c’è qualcuno che sa distinguere e non dimentica.
Se volete scrivergli due righe anche voi, l’indirizzo mail istituzionale dei magistrati è: nome punto cognome chiocciola giustizia punto it
Gentile dottor Raimondi
complimenti vivissimi per l’immediata indagine a sostegno della querela per violazione della privacy dell’onorevole Pecorella! Non se ne può più di questi giovinastri che vanno in giro, financo negli spazi antistanti una televisione, a fare domande ai deputati! E su che cosa poi? Su un tema pretestuoso e chiaramente attinente alla sfera privata del’onorevole Pecorella come l’asserita complicità di Don Peppino Diana con la camorra! E’ ora di finirla con questo continuo stalking, mascherato da libertà di espressione o “cittadinanza attiva”, cui sono sottoposti i rappresentanti del popolo sovrano democraticamente eletti!
Un sincero ringraziamento anche alla Polizia di Stato che, su mandato da Lei firmato, si è prontamente recata all’alba a casa di uno di questi giovinastri a sequestrare il corpo del reato! E poi dicono che la giustizia in Italia non funziona! Grazie, davvero grazie per aver tutelato, nell’esercizio dei Suoi doveri d’ufficio, la privacy dell’onorevole Pecorella senza guardare in faccia nessuno! Ora attendiamo un veloce e giusto processo!
Un cordiale saluto, con tanta ammirazione!
Piero Ricca - Milano
Roberto Scarpinato e le intercettazioni
Febbraio 27, 2009 on 12:55 am | In Politica, Legalità, Informazione | 33 CommentsIl sistema di potere trasversale si appresta a blindarsi definitivamente nella certezza dell’impunità con due semplici riforme: il conferimento della responsabilità operativa dell’azione penale agli organi di polizia, controllati dal governo, e la drastica riduzione dell’uso delle intercettazioni nelle indagini e della possibilità di pubblicazione di documenti giudiziari. Sembrano tecnicismi, in realtà è in gioco quel che resta della separazione dei poteri. Finalmente non si parlerà più di “toghe rosse”, spiega con amara ironia il magistrato Roberto Scarpinato, da vent’anni in prima linea contro la mafia a Palermo. Non ce ne sarà più bisogno. La magistratura, già depotenziata, perderà l’ultimo strumento di indagine contro il crimine organizzato e il malaffare politico-economico. In un contesto di grave sofferenza democratica (assenza di opposizione, giornalismo addomesticato), ormai “l’unico momento di visibilità per conoscere il modo in cui viene esercitato il potere sono le intercettazioni, sono le macchine: la riforma delle intercettazioni deve passare perché da quel momento in poi noi non conosceremo più quel che succede in questo Paese”. Nel video un passaggio del suo intervento di lunedì 23 febbraio alla Casa della Cultura di Milano.
Attilio Manca
Febbraio 10, 2009 on 6:03 pm | In Legalità, Informazione | 21 CommentsL’urologo trentaquattrenne Attilio Manca non compare nell’elenco delle vittime di mafia. Ma troppi dettagli non quadrano nella ricostruzione della sua morte. Ai molti indizi deliberatamente trascurati dagli inquirenti, alle verifiche negate, si sovrappone l’ombra di Bernardo Provenzano, che potrebbe essere stato assistito da Attilio nell’iter di quella famosa operazione alla prostata eseguita in Francia. Ma il caso viene archiviato in fretta. Il dottor Attilio Manca, brillante e stimato professionista siciliano ritrovato cadavere a Viterbo il 12 febbraio 2004, sarebbe morto per overdose di farmaci e stupefacenti, per un arresto cardiaco. Si drogava, non è stato ucciso, non è una vittima di mafia: questa è la versione ufficiale, che non sarà facile rimettere in discussione in assenza di nuove testimonianze.
A cinque anni dalla morte del dott. Attilio Manca vi invitiamo a conoscerne la vicenda. I fatti inducono a sospettare di essere di fronte all’ennesima storia di giustizia negata. La madre e il fratello sono convinti che Attilio sia stato ucciso, per ridurlo al silenzio. E si battono per far emergere la verità.
Oggi, 11 febbraio, quinto anniversario della morte, alle ore 16.30 presso il teatro dell’Oratorio Salesiano di Barcellona Pozzo di Gotto (ME) è previsto un incontro al quale parteciperanno il senatore Beppe Lumia, il magistrato Felice Lima, Sonia Alfano, il giornalista Antonino Monteleone e il legale della famiglia Manca.
Per ulteriori informazioni sulla vicenda di Attilio è online il sito attiliomanca.it.
Qui sopra l’intervista alla madre di Attilio realizzata nei giorni scorsi da Maria Cristina con gli amici di EnergiaMessinese, che salutiamo.
IoSonoSaviano
Dicembre 17, 2008 on 1:09 pm | In Politica, Legalità, Informazione | 15 Comments
Caro Piero,
come sai, il 20 dicembre si svolgerà in contemporanea in 6 città italiane un evento contro la mafia, credo unico nel suo genere per com’è stato concepito e come si è sviluppato.
Maggiori informazioni le trovi su iosonosaviano.it
Ti inoltro l’email che stiamo inviando ad associazioni varie, personalizzata per l’evento di Napoli (con volantino allegato). Se hai bisogno del volantino per Milano, sta QUI:
Ciao,
Fabio (Napoli)
Appello a tutte le associazioni e alla società civile.
Vogliamo segnalarVi un evento nazionale contro tutte le mafie che si terrà il 20 dicembre p.v. in 6 città italiane: Milano, Roma, Napoli, Palermo, Cagliari e Messina.
La camorra, più volte, ha minacciato di morte il giovane scrittore Roberto Saviano, dichiarando l’intenzione di ucciderlo entro dicembre.
Un gruppo di cittadini italiani, non legati ad alcun partito, ma con la sola voglia di dire basta a questo stato di cose, di sostenere apertamente Roberto Saviano e di schierarsi contro ogni tipo di mafia, si è incontrato sul web per organizzare questa giornata di manifestazioni in tutta Italia.
Abbiamo organizzato le attività su base regionale e dal coordinamento della Campania, che si sta occupando dell’organizzazione della manifestazione a Napoli, lanciamo un appello affinché tutti i media locali ci aiutino a diffondere la notizia dell’evento.
Si terrà un corteo, con raduno alle ore 11, che partirà alle ore 11:30 da Piazza Dante per arrivare a piazza Vittoria e a seguire un dibattito dalle ore 14:30 alle 20.00 presso la Cassa Armonica, Villa Comunale.
Si tratta di un pomeriggio in cui magistrati, giornalisti, rappresentanti di associazioni che si occupano di lotta alla mafia, rappresentanti della Direzione Nazionale Antimafia e della DIA, ma anche attori e musicisti, daranno il loro contributo per parlare di mafie e per sensibilizzare la cittadinanza tutta su una questione che, troppo spesso, impedisce e intralcia anche le più comuni attività del quotidiano.
Ci saranno, inoltre, collegamenti video in diretta tra le 6 città italiane coinvolte nell’evento.
Ciascuno potrà contribuire, singolarmente e non, per la migliore riuscita della giornata. Aiutandoci nel completamento della fase organizzativa, partecipando con la sola presenza alla giornata contro tutte le mafie, aiutandoci a comunicare l’evento a tutti i cittadini, o semplicemente sostenendoci economicamente attraverso un’offerta diretta o tramite paypal.
Qualunque sia l’attività sociale che impegna associazioni e singoli, non si può indietreggiare di fronte a questo appello perchè la mafia imperversa, ormai, in quasi tutti i settori economici e non ha limiti territoriali.
Spesso, proprio la mentalità mafiosa della gente comune è la linfa vitale delle mafie organizzate. Noi cittadini dobbiamo manifestare, con forza e continuità, il nostro dissenso.
Auspichiamo la più fervida partecipazione e collaborazione e per questo Vi ringraziamo fin d’ora.
Norberto Lenzi
Dicembre 9, 2008 on 2:09 am | In Politica, Legalità | 11 Comments![]()
La lettera del magistrato bolognese Norberto Lenzi.
“L’opinione pubblica e quelli che la creano dovrebbero cercare di spiegare quella che appare come una contraddizione insanabile.
E’ di tutti i giorni un reportage giornalistico, una inchiesta televisiva o una indagine sociologica che ci mostra come e qualmente esistono perversi intrecci tra politica, imprenditoria e criminalità più o meno organizzate.
Tale esistenza è data e ricevuta come certa e suscita preoccupazione ed indignazione universali. Ma ogni qualvolta la magistratura si imbatte in qualcosa che pare celare uno di questi intrecci e tenta di fare luce l’atteggiamento degli opinion maker (e di conseguenza dei loro destinatari) muta completamente ed irragionevolmente.
Si comincia con l’invocare la presunzione di non colpevolezza per gli indagati, si continua alimentando sospetti sulle reali motivazioni degli inquirenti (unica categoria rimasta in Italia per la quale tale presunzione non vale), si fanno indagini sulle loro propensioni politiche e, se non si trova proprio nulla, si stigmatizza comunque il loro protagonismo.
In sintesi si opera scientificamente una delegittimazione preventiva delle indagini fondata su quella che potremmo chiamare incultura del sospetto.
Nei pochi casi nei quali si è faticosamente riusciti a pervenire, con decisioni definitive, all’accertamento di precise responsabilità (vedi caso Andreotti) non solo queste vengono ignorate, ma si stravolge la informazione fino ad attribuire loro un significato contrario.
Ma è possibile che tra i tanti comportamenti criminali denunciati genericamente (verrebbe da dire virtualmente) come una emergenza insopportabile per il Paese, che tutti dicono di voler superare, non ci siano mai quelli su cui la giustizia inizia ad indagare?
Anche raffigurandola cieca come la fortuna, possibile che non ci si prenda mai neppure per caso e che si colpisca sempre, come in un assurdo giuoco di battaglia navale, le poche isole innocenti in un mare di corruzione?
Così tutti ci scandalizziamo quando ci mostrano le cosiddette cattedrali nel deserto, opere incompiute ed inutili iniziate per poter ottenere fondi europei e nazionali che poi spariscono in mille rivoli, suddivisi secondo i vari manuali Cancelli locali sotto lo sguardo indifferente (e a volte esoso) dei controllori.
Se qualcuno però, come De Magistris, cerca di capire e comincia ad individuare delle possibili responsabilità, prima viene invitato alla prudenza dai suoi superiori e poi viene allontanato con procedure urgenti per minimi (e non si sa ancora quanto dimostrati) addebiti. Vengono punite le pagliuzze di De Magistris mentre la trave resta saldamente conficcata nel corpo martoriato della società calabrese.
Ora si profila un trasferimento delle indagini a Roma. L’auspicio, doveroso, è che si siano diradate le nebbie nel porto di quella Procura. Purtroppo quell’ufficio ha spesso dimostrato in passato orecchio molto sensibile ai richiami della politica e non vorremmo dover riadattare il proverbio in ‘tra i due litiganti il terzo ode’”.
Moni Ovadia / 2
Ottobre 4, 2008 on 9:21 pm | In Politica, Costituzione, Legalità | 56 CommentsL’imputato Mills va a sentenza; l’imputato Berlusconi va alla Corte Costituzionale.
Di oggi la notizia che il tribunale del processo per corruzione che vede come imputati Silvio Berlusconi e il suo avvocato londinese David Mills ha deciso di proseguire il processo a Mills e di chiedere alla Corte Costituzionale di verificare la legittimità della legge Alfano, con la quale il Parlamento per ora ha esonerato il Presidente del Consiglio dalla responsabilità penale.
Comprensibilmente, l’avvocato-deputato Niccolò Ghedini è contrariato: se David Mills dovesse essere condannato, nella sentenza ci sarebbe scritto anche il nome del corruttore: Silvio Berlusconi.
Qui sopra la seconda parte dell’intervista a Moni Ovadia.
Franco Frattini
Settembre 30, 2008 on 8:35 pm | In Politica, Costituzione, Legalità | 73 Commentsdi Duccio Facchini
In Israele, il primo ministro Olmert, una volta coinvolto in un’indagine di finanziamenti sospetti al suo partito - quindi per ipotesi di reato inerenti alla sua attività politica - s’è dimesso. Se n’è andato dichiarandosi “orgoglioso” di un paese che sa esser capace di processare il vertice della piramide senza timori reverenziali. Un rappresentante dell’esecutivo, votato quindi dalla maggioranza degli israeliani, s’è fatto da parte con signorilità. Non ha parlato di deriva “politicizzata” dei magistrati che lo indagavano. Non ha tuonato contro le toghe “comuniste” o di opposta fazione politica. Insomma, ha reagito in maniera normale.
In Italia, il primo ministro Berlusconi, una volta coinvolto in uno scandalo di corruzione giudiziaria - esterna alla sua attività politica - che vede coinvolto anche un avvocato inglese (praticamente reo confesso) non se n’è andato. Anzi, s’è fatto una legge per bloccarsi il processo. Probabilmente pure per estinguerlo. Il ‘lodo Alfano’ (dal nome del suo ex segretario personale).
Non se n’è andato ed anzi ha denunziato un golpe ad opera di magistrati “metastasi della democrazia”. Un rappresentante dell’esecutivo, votato dalla maggioranza degli italiani, è entrato a piedi uniti in un campo pericoloso. Il campo della Costituzione. Delle regole di questa Repubblica. Ora, il “lodo Alfano/Ghedini” sta per passare sotto la lente della Consulta. Si dovrà stabilire se è conforme o meno al dettato Costituzionale. Berlusconi, però, non s’è dato per vinto. “Rifletteremo, in caso di bocciatura della Consulta”. Una minaccia, mica tanto velata. D’Alema non s’è fatto però attendere: “per me si può candidare al Quirinale”. Che problema c’è?
Ieri pomeriggio, in Bocconi, a Milano, c’era un convegno dal titolo “L’Italia e il mondo negli ultimi 30 anni”. Ospite d’onore, il ministro degli Esteri Franco Frattini, che già prestò il nome alla ridicola legge sul conflitto d’interessi attualmente in vigore (vedi video da New York).
Lui, come sottolinea spesso, difende a spada tratta la “grande democrazia” israeliana. Ne tesse le lodi. Ne difende i principi e ne giustifica ogni scelta. Eppure, casualità, non ha proferito parola sul gesto di Olmert. Di quello Frattini non parla. Come mai? Forse perché il Capo una cosa del genere non la concepisce?
Abbiamo provato a domandarglielo.
Al termine del siparietto, un gruppo di persone assetate di dettagli s’è riversato su Diego, Laura e me. “Che ha detto Frattini?”, “Che cosa intendeva?” e così via. Erano ‘giornalisti’, quelli che passa il convento.
Ancora una volta il piano della normalità si rovescia. Il giornalista chiede le notizie al cittadino informato. Il cittadino informato fa il mestiere del giornalista.
“Ma perchè non le fate voi queste domande?”, chiede loro il buon Diego. “Eh, bella domanda…”, rispondono giulivi.
Resta il tempo di intercettare la vecchia gloria Giorgio La Malfa, quello che all’inizio degli anni novanta voleva “unire l’Italia degli onesti e farla vincere” e poi incappò in Mani Pulite per il solito finanziamento illecito. Si dice liberale, ma non vede nulla di strano nell’anomalia berlusconiana.
Poi ci allontaniamo, cittadini normali in un paese anormale. Non prima di esibire il documento d’identità ai tutori dell’ordine pubblico.
Stato di polizia
Settembre 20, 2008 on 6:41 pm | In Politica, Democrazia, Legalità | 20 Comments.jpg)
L’avvocato Niccolò Ghedini ha progetti ambiziosi. Ieri, in Commissione Giustizia, ha illustrato la sua ultima trovata per ovviare alla pubblicazione scriteriata di intercettazioni mettendo d’accordo tutti, Ordine dei giornalisti compreso.
Se il problema da risolvere è la fuoriuscita di notizie sulle intercettazioni ordinate dai pm (quelle per cui le registrazioni vengono depositate e possono essere utilizzate nel processo) - dice lui - basterà ridurle ai reati più gravi. Per tutti gli altri reati la polizia giudiziaria utilizzerà lo strumento dell’intercettazione preventiva, per la quale non esistono “brogliacci, dvd o nastri registrati”. Soltanto l’udito ed una breve sintesi per permettere al pm di “orientare le indagini”. Sì, orientarle. Perché l’intercettazione preventiva non può rientrare in alcun caso nell’impianto probatorio da destinare all’eventuale processo. Se nella sintesi della pg il pm dovesse sentir puzza di reati, dovrà intraprendere un’indagine con altri mezzi a meno che il reato non rientri tra quelli considerati gravissimi da lor signori.
In questo modo, secondo Ghedini, le pene più gravi per i giornalisti troppo zelanti potrebbero circoscriversi alla pubblicazione (praticamente impossibile) di intercettazioni preventive. Pene molto più leggere sarebbero invece previste per la pubblicazione di telefonate riguardanti i reati gravissimi come mafia e terrorismo.
E i reati contro la pubblica amministrazione? Ghedini cala l’asso. Tira in ballo la maggioranza di sinistra del 1999 che il nove febbraio di quell’anno proponeva una modifica dell’articolo 266 delle norme di coordinamento del c.p.p. (lo stesso su cui si discute ora) che escludeva tali reati da quelli per cui è possibile investigare tramite intercettazioni. Insomma, il passato del centrosinistra non consentirebbe la polemica ai detrattori. Come dargli torto? Del resto nel 1999 il Presidente del Consiglio era il bicameralista D’Alema, tutt’oggi saldamente aggrappato al suo scranno parlamentare. Quel che pensano i cittadini informati non conta!
Tutto qui? Non proprio. L’intenzione di rendere le indagini della polizia giudiziaria indipendenti dall’attività del magistrato (uno dei punti dell’imminente riforma della giustizia - come conferma ‘la segretaria’ Alfano) farebbe del ddl sulle intercettazioni non solo un freno alla possibilità di indagare e di informare, ma anche l’inizio di un percorso verso un possibile Stato di polizia. Dove la magistratura non ha controllo su chi viene intercettato (alla faccia del garantismo!). Dove la polizia giudiziaria, che dipende dal Ministero dell’interno e quindi dall’esecutivo, potrebbe caricarsi della responsabilità di scegliere se e cosa riferire alla magistratura.
Con buona pace dei giornalisti che intendevano fare disobbedienza civile, Berlusconi sembra voler risolvere la cosa ‘a monte’. Nessuno saprà nulla. Le intercettazioni non potranno essere utilizzate nei processi (’reati gravissimi’ esclusi). Ridurne il numero? Nemmeno per sogno. Se ne faranno altrettante, ma chi le ordinerà e cosa esattamente avrà avuto interesse ad ascoltare rimarrà segreto per sempre.
A sinistra Luciano Violante moltiplica gli apprezzamenti.
Franz
QUI il breve intervento di Ghedini alla Commissione Giustizia della Camera.
QUI un’intervista al segretario dell’Anm su polizia e giudici.
Grazie a Maurizio (theHand) per la vignetta.
Una verità inconfessabile
Settembre 14, 2008 on 5:39 pm | In Politica, Legalità, Informazione | 14 Comments
Al tema della pedofiia nella Chiesa ho dedicato l’articolo di settembre per il magazine What’s up. Eccolo.
La pietra dello scandalo ha un nome: pedofilia. Un macigno che rischia di minare la credibilità della Chiesa Cattolica. La quale, travolta dagli scandali, ora s’impegna a cacciare le “mele marce” e collaborare con la giustizia.
Dicono che il Vizio Oscuro si consumi dalla notte dei tempi - nell’ombra e in silenzio - nelle scuole religiose, nelle sagrestie, nei seminari, negli oratori. Tollerato come un’umana debolezza, lavato in famiglia come la biancheria sporca. Negli ultimi anni il bubbone è scoppiato. Le vittime hanno iniziato a raccontare. L’informazione ha iniziato a indagare. La giustizia ha iniziato a funzionare. La percezione sociale del fenomeno sta cambiando.
Da tutto il mondo giungono notizie di abusi. Storie di infanzia violata, di giovani vite spesso rovinate per sempre. Storie di inchieste insabbiate, di tragedie che potevano essere evitate.
In Italia si ha notizia di innumerevoli casi, ma sono pochi i molestatori che finiscono in carcere. “Su 443 casi accertati - scrive Massimiliano Frassi, fondatore dell’associazione Prometeo - il 67 % è in libertà, e nella maggior parte dei casi svolge attività a stretto contatto con i bambini”. Molti se la cavano con il patteggiamento. Altri la fanno franca con la prescrizione. Uno dei pochi che sta in carcere è Don Marco Dessì, sacerdote cagliaritano che in Nicaragua s’era fatto un harem di bambini. Nel maggio del 2007 con il rito abbreviato il Tribunale di Parma l’ha condannato a 14 anni. Nel 2005 Don Pierangelo Bertagna ha confessato di aver abusato di quaranta bambini. A luglio 2008 è stato arrestato Don Ruggero Conti: gli vengono contestati abusi su sette bambini. Era uno dei garanti elettorali per la famiglia del sindaco di Roma Gianni Alemanno.
In Australia sono stati condannati e incarcerati 107 sacerdoti e religiosi. In Brasile, tra il 2005 e il 2006, oltre 1700 preti sono stati denunciati per violenze, orge e uso di droga con bambini.
Nel 2000 l’arcivescovo O’Connor, capo della Chiesa d’Inghilterra e Galles, ammette di aver coperto preti pedofili. Nel 2002 l’arcivescovo polacco Paetz è accusato di aver molestato seminaristi. L’arcivescovo di Vienna Groer è stato costretto a ritirarsi per aver molestato uno studente. Destino a cui non scampa nemmeno l’arcivescovo Storni di Santa Fè in Argentina, accusato di abusi sessuali su almeno 45 seminaristi. Una vicenda incredibile è quella del Reverendo Marcial Maciel Degollado, fondatore dei Legionari di Cristo, lodato da Giovanni Paolo II come “efficace guida per i giovani”, dietro una parvenza di santità ha nascosto una vita dedita al vizio e segnata da un numero incalcolabile di abusi sessuali sui minori.
A Dublino sono emersi 150 casi di preti pedofili. Tra questi, Oliver O’Grady, condannato a 14 anni di carcere, che ha raccontato come adescava le sue vittime nel documentario della Bbc “Sex crimes and Vatican”, trasmesso nell’ottobre del 2006. In Italia il filmato ha dapprima spopolato su Internet e poi è stato trasmesso da Michele Santoro in una puntata di Anno Zero. In quel documentario, tra l’altro, si citava l’Epistola con la quale la Congregazione per la Dottrina della Fede, retta dal cardinale Ratzinger, richiamandosi all’Istruzione pontificia Crimen Sollecitationis del 1962, dettava la linea su come gestire i casi di pedofilia. Due le direttive fondamentali: avocazione presso il Vaticano di tutti gli atti di indagine e imposizione del segreto pontificio, pena la scomunica. E qui sta il punto critico, vedi alla voce: Omertà. “Il Vaticano ha ostacolato la giustizia anziché aiutare le vittime”, spiega l’avvocato statunitense Daniel Shea, il quale nel febbraio 2005 ottenne che Ratzinger fosse chiamato a rispondere di quell’atto davanti alla giustizia americana in un processo per abusi sessuali a Houston. Due mesi dopo Ratzinger fu eletto Papa e il processo fu sospeso per via dell’immunità diplomatica concessa ai Capi di Stato.
Lo scandalo più grande è scoppiato proprio negli States. Sono circa 5.000 i membri del clero accusati di abusi sessuali, 100 sono i preti condannati da tribunali civili. La gran parte delle inchieste si sono chiuse perché le famiglie delle vittime hanno accettato un risarcimento in denaro. Le diocesi più colpite sono quelle di Boston e Los Angeles. Si calcola che la somma complessiva sborsata dalla Chiesa statunitense si aggiri intorno ai 3 miliardi di dollari. Un ruolo decisivo l’ha giocato l’informazione, a cominciare dal Boston Globe, vincitore di un premio Pulitzer per l’inchiesta su quei fatti.
Personaggio emblematico dello scandalo americano è John Geoghan, ex prete di Boston. Gli vengono contestate violenze su 130 bambini in trent’anni; condannato a nove anni e incarcerato, verrà ucciso in galera. Il suo vescovo, Bernard Law, s’era limitato a trasferirlo di parrocchia in parrocchia. “Ho sempre pensato che la pedofilia fosse un peccato, non un crimine”, s’è giustificato. Dal 2002 è arciprete di Santa Maria in Trastevere. Come lui si sono comportati tanti altri prelati in giro per il mondo. “La Chiesa ha adottato la politica dello struzzo”, spiega Pepe Rodriguez, giornalista d’inchiesta spagnolo, “quando gli abusi vengono conosciuti all’interno della comunità dei fedeli, il responsabile della diocesi in genere lo trasferisce in un’altra parrocchia, per proteggerlo ed evitare lo scandalo”.
La “politica dello struzzo” ha contribuito alla diffusione di una devianza ad alto tasso di recidività. Un esempio: non più di un anno fa la Compagnia di Gesù evitò un processo per abusi su 110 bambini pagando un risarcimento di 40 milioni di dollari. Alcuni dei preti incriminati provenivano dalla diocesi di Los Angeles, dov’erano stati condannati per abusi su oltre 500 bambini. I superiori li avevano spediti in una minuscola isola dell’Alaska, Saint Michael, a curare le anime degli abitanti di una quindicina di villaggi. Risultato? Una media di un bambino abusato per famiglia.
È necessario che gli scandali avvengano, ma guai a chi ha colpa dello scandalo - si legge nei Vangeli. Colpita dallo scandalo, la Chiesa di Roma ora è costretta a fare i conti con una inconfessabile verità. Joseph Ratzinger, dapprima negli Stati Uniti e poi in Australia, ha recentemente dichiarato di “provare vergogna” per questi misfatti che “minano la fiducia e devono essere condannati in modo inequivocabile”. Ha impegnato la Chiesa ad assicurare i responsabili alla giustizia ordinaria, perché “gli abusi sessuali sui bambini sono incompatibili con il sacerdozio”. Un passo in avanti apprezzabile da parte di un’autorità spirituale che, fino a ieri, si rifiutava di incontrare le vittime. “Ma ora ci attendiamo che dalle parole si passi ai fatti”, ha commentato Bernard Barrett, esponente dell’associazione australiana Broken Rites, “i vescovi devono smetterla di intralciare i ricorsi ai tribunali”.
Colaninno? Nessun imbarazzo!
Settembre 10, 2008 on 8:23 am | In Politica, Democrazia, Legalità | 78 CommentsPREMESSA - Questa sera alla festa del PD c’è Walter Veltroni. Ore 21 presso lo spazio Coop (MM Lampugnano). Sarebbe bello vedere qualche faccia nuova. Venite TUTTI !! Chi abita lontano, ha preso impegni, gli è morto il gatto… non serve che lasci commenti. Per tutti gli altri l’appuntamento con noi è per le ore 20 (un’ora prima) davanti allo spazio Coop. NON MANCATE.
Il 28 agosto scorso il cda di Immsi S.p.a. ha deliberato l’ingresso della società in Compagnia Aerea Italiana (la nuova Alitalia) con un investimento di 150 milioni. Attraverso Immsi, Roberto Colaninno, già capitano coraggioso di dalemiana memoria, guiderà l’armata brancaleone che si accinge a “liquidare” quel poco che resta della vecchia compagnia di bandiera per volontà del nostro premier.
La beffa è servita. Per l’entità del danno non rimane che attendere.
Ma veniamo a noi. Con Piero e Duccio siamo tornati alla festa del PD. Ospite d’onore Matteo Colaninno, ministro ombra e cartina di tornasole del disinvolto rapporto del PD con i conflitti d’interesse.
Matteo, figlio di Roberto il capo cordata, è consigliere d’amministrazione di Immsi. Oltre a gestire gli interessi familiari in Immsi, Matteo ha altri quattro incarichi legati alle fortune del padre, come amministratore e come vicepresidente.
Qualcuno di voi ricorderà il Codice Etico del Partito Democratico, tanto esibito durante la campagna per le scorse elezioni. Era soltanto propaganda elettorale? Duccio l’ha rispolverato.
Nella sezione che riguarda la responsabilità personale e l’autonomia della politica i piddini si impegnano ad evitare di assumere incarichi esecutivi nel Partito qualora ricoprissero un ruolo in imprese aventi titolarità prevalente di interessi economico - finanziari, onde scongiurare conflitti d’interesse. Matteo Colaninno fa lo struzzo.
Ieri sera, seduti in prima fila sotto lo sguardo attento degli immancabili amici della Questura, nonché dei maneschi vigilantes pagati dal partito, abbiamo provato, carte alla mano, a ricordargli come dovrebbero stare le cose.
Abbiamo alzato la mano educatamente. Abbiamo atteso la fine del dibattito. Niente da fare. Appena terminato l’incontro, senza nemmeno salutare gli altri relatori, Colaninno si mette letteralmente le ali ai piedi. Con Duccio lo inseguiamo mentre Piero controlla le retrovie. Il più zelante dei vigilantes di casa mi mette le mani addosso e a più riprese minaccia di “spezzarci in due”.
In questo clima di commovente democrazia si alza il tono delle mie domande, ma Colaninno guadagna il parcheggio. Ormai in salvo, si permette di salutarci beffardamente con la mano.
Qualcuno dei presenti applaude le nostre ragioni. Ci fermiamo a discutere di conflitti e incoerenza con il segretario provinciale Ezio Casati e con l’immancabile consigliere comunale Majorino. Il primo tenta di liquidarci tirando fuori la dichiarazione dei redditi di Beppe Grillo. Il secondo ammette sottovoce che nella illuminata commissione per il Codice Etico c’era anche lui. Sul finale compare pure il consigliere comunale Davide Corritore, che ammette: in effetti nel partito qualche imbarazzo c’è.
Colaninno dovrebbe dimettersi dal suo incarico istituzionale. Per rispetto e per coerenza. Questa sera proveremo a sentire cosa ne pensa Walter.
Franz
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