Pino Masciari
Settembre 11, 2007 on 12:27 pm | In Legalità | 41 Comments
Chi denuncia il malaffare, chi non si piega alla mafia dovrebbe essere portato ad esempio. Invece è costretto a vivere da clandestino, nell’ombra, perennemente in fuga. Questo è un segno della latitanza dello Stato. Pubblico la lettera di Pino Masciari, testimone di giustizia.
Caro Piero,
sono un imprenditore edile calabrese sottoposto a programma speciale di protezione da parte del Ministero dell’Interno dal 18 ottobre 1997, unitamente a mia moglie e i miei due bambini, perché ho denunciato la criminalità organizzata, la ’ndrangheta e le sue collusioni nella sfera Politico-Istituzionale. Da tali denunce sono scaturiti diversi processi e numerose condanne tra le quali anche contro qualche Magistrato. Tale scelta ha sconvolto l’esistenza di un’intera famiglia, perché siamo dovuti fuggire dalla nostra terra per salvarci la vita. Ciò mi ha portato all’esilio, alla perdita delle mie imprese di costruzioni edili e mia moglie ha dovuto rinunciare alla sua professione di medico odontoiatra.
Ebbene, dopo le intimidazioni e le minacce al Presidente dell’ANCE di Catania, Andrea Vecchio, e al Presidente della Camera di Commercio di Caltanisetta, Marco Venturi, l’Associazione degli Industriali Siciliani ha stabilito una norma che sarà inserita anche da Confindustria a livello nazionale: “gli imprenditori che non si ribellano al racket delle estorsioni pagando il pizzo e in qualunque forma collaborano con la mafia saranno espulsi da Confindustria”.
Solidarietà è stata espressa dal nostro Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e dal mondo Politico-Istituzionale.
E’ giusto! Via gli imprenditori che pagano il pizzo, via chi paga le tangenti e via anche i politici che prendono le tangenti, via ogni forma di illegalità!
Io da imprenditore mi sono ribellato denunciando all’Autorità Giudiziaria il sistema che mi rendeva vittima, in un periodo, più di dieci anni fa, quando di ‘ndrangheta non se ne parlava o se ne parlava poco.
Sono stato ossequioso delle leggi dello Stato e mi sono affidato ad esso e mi chiedo: perché in questi lunghi anni non ho avuto sostegno e sono stato dimenticato? Io rientro nella categoria dei testimoni di giustizia, ho visto passare davanti a me diverse legislature e solo da pochi mesi ho riscontrato una certa sensibilità da parte delle Istituzioni.
Per questo chiedo al Presidente della Repubblica, al Primo Ministro e al suo Governo, alle Associazioni di categoria, alla Società Civile, se è giusto per un imprenditore, che ha inteso fare solo il proprio dovere mettendo a rischio la vita dell’intera famiglia, ritornare ad appropriarsi della sua dignità di Cittadino Italiano e dell’esercizio della sua attività imprenditoriale; se è giusto che il rischio di vita cui è esposto diventi motivo di effettiva protezione da parte dello Stato e non limitazione alla propria libertà.
Io ho fatto la mia parte, lo Stato faccia la sua per dare risposte positive ad un padre di famiglia, imprenditore e cittadino onesto.
Pino Masciari
Il vizio della memoria
Aprile 14, 2007 on 2:06 pm | In Legalità | 22 Comments
Caro Piero,
Ieri mattina apro l’Unità e ci trovo, come ormai tutti i giorni, notizie poste in un modo sempre più lontano dal mio sentire (il che non è grave) e notizie omesse per far apparire il governo meglio di quello schifo che è (e questo sì che è grave). Vado poi ai commenti e fra le lettere pubblicate, trovo quella di un tal Lehner che rivendica come un onore essere stato ospite di Craxi e la moglie ad Hammamet. Inoltre, questo signore si prodiga nel raccontare a noi poveri lettori malati di giustizialismo, le opinioni di Craxi su vecchi leader della sinistra (Occhetto e Cossutta) o su nuovi giovani promettenti (come Fassino). Ovviamente, dice Lehner, “i giudizi più negativi furono per gli eroi delle manette e per i giornalisti servili e furbetti”. Sfido io, se non fosse stato per quegli eroi e per quei giornalisti, il sistema delle mazzette non sarebbe mai emerso e la Prima Repubblica sarebbe ancora in piedi.
E’ un puro caso che io stia leggendo in questi giorni “il vizio della memoria” di Gherardo Colombo, libro in cui il magistrato racconta anche la sua esperienza di Mani Pulite. Racconta non solo degli aspetti giudiziari, ma sopratutto di quelli umani, di tutto il fango che la politica gettò addosso al Pool per screditarli, per intimidirli, per minare con vera cattiveria la serenità del loro difficilissimo lavoro.
Quello che mi ha stupito (io ero troppo piccola in quegli anni per avere memoria diretta di ciò che il magistrato racconta) è che ad un certo punto Colombo dice “Fin dalle prime battute delle indagini, per certi versi inaspettatamente, (anche se l’argomento della “questione morale” occupava già da tempo ampi spazi nell’informazione) in un legalismo rigido e severo. La gente ha sposato il processo, mitizzando chi conduceva le indagini e offrendo tutta la possibile riprovazione a chi ne era coinvolto. Stupendo anche noi, abituati ad operare, nel migliore dei casi nella generale indifferenza, la gente ha preteso svelamenti, scoperte, che tutto venisse alla luce del sole e ha voltato le spalle a coloro che fino al giorno prima erano sicuri che, tra legge e potere concreto, avrebbero tutti scelto il potere concreto, o, alla peggio, sarebbero stati a guardare. No, la gente si è schierata, e chi prima sapeva, per esperienza vissuta, che le indagini si sarebbero fermate, che in qualche modo l’indifferenza avrebbe preso il sopravvento, che sarebbe bastato lasciar passare del tempo, ha dovuto cambiare opinione.”
Ora Colombo ha deciso di lasciare la magistratura. Come biasimarlo? Il Paese è annegato nel revisionismo storico di tutti i fatti più importanti della nostra storia repubblicana e i cittadini, che non si sentono più tali, sono indifferenti a tutto quello che accade fuori dai loro portoni condominiali. Ti rendi conto che nonostante tutto, mezza Italia ha votato ancora l’uomo più illegale d’Italia? E l’altra metà, che ha votato a sinistra (ritrovandosi poi a che fare con un governo di democristiani) credendo che le cose sarebbero migliorate almeno un poco, ora deve fare i conti con l’indulto, con la solita delegittimazione della magistratura (vedi caso Abu Omar e ddl Mastella contro le intercettazioni), con il solito servilismo nei confronti dell’America (vedi Vicenza) e, da ieri, pure con il segretario del maggior partito della sinistra che invoca come padre nobile del nascente Partito Democratico, quel mascalzone di Craxi. L’Unità, giornale che fu di Gramsci, per non sbagliare, come da migliore tradizione italica, dà un colpo al cerchio e uno alla botte, mantenendo la rubrica di Travaglio e incensando contemporaneamente l’indulto.
Un abbraccio,
Elena
Chicago, Italia
Aprile 6, 2007 on 6:04 pm | In Economia, Legalità | 13 CommentsIl 16 aprile il presidente uscente di Telecom Guido Rossi non sarà presente all’assemblea dei soci Telecom. In compenso, con la sua intervista odierna a Repubblica, ci ha fornito il testo per il nostro volantino. Basterà sintetizzare. Volantineremo le sue ragioni. Ma con toni più moderati. Ecco gli spunti principali.
Le illusioni perdute
“Adesso posso dirlo: mi sento sollevato, mi sono tolto un peso. Da metà settembre fino a martedì scorso ho passato sei mesi d’inferno. Alla mia età è giunta l’ora di rinunciare alle illusioni: il sogno di salvare la Telecom, come quello di risanare il calcio italiano. Erano le illusioni di un vecchio signore che ancora pensa di fare il riformista. E’ tempo che mi passino dalla testa”.
“Perché Tronchetti è venuto a cercarmi? Perché era troppo nei guai, perché era alle strette sia con l’Antitrust che con l’Authority delle Comunicazioni, perché la sua situazione sembrava irrecuperabile, perché aveva bisogno di credibilità. Io mi sono fatto carico di questa responsabilità nell’interesse dell’azienda, l’ultima grande impresa tecnologica italiana, un gruppo al quale mi sentivo legato dalla storia della sua privatizzazione. Ma quando ho cercato di fare pulizia nel conflitto d’interessi fra Tronchetti e la Telecom, per il bene dell’azienda, del mercato e del paese, siamo entrati in rotta di collisione. Sono diventato pericoloso per lui, andavo eliminato”.
La tracotanza di Tronchetti
“Ho l’impressione che mentre io mi occupavo dell’azienda, c’è chi passava più tempo a parlare con i giornali per accreditare queste tesi. Quella che io avrei ostacolato il dialogo con Telefonica è una menzogna. Al contrario, da un certo momento sono stato l’unico a tenere i rapporti con Cesar Alierta. Il presidente di Telefonica era scandalizzato per la tracotanza di Tronchetti. Venne a trovarmi a casa, passò un’intera domenica pomeriggio a parlarmi. Aveva capito che Tronchetti voleva incassare tutto il premio di controllo, per un controllo che non ha. Telefonica è una public company, mi disse Alierta, certe cose non può farle. Ecco come si parla quando si ha rispetto per il mercato”.
La politica
“Al conflitto d’interessi di Tronchetti si sono mescolate le grandi manovre del risiko bancario, le eterne tentazioni di commistione della politica. Non so se gli stranieri che si affacciano hanno capito con quale paese hanno a che fare”. “…il risiko bancario è ancora e sempre impregnato di politica, è percorso da tensioni fra Prodi e i Ds. Tronchetti si sente appoggiato da Banca Intesa. Prodi forse pensa di condizionare la vicenda, di garantire un ancoraggio italiano, attraverso le banche”.
Il gioco al massacro
“In tutto questo si perde di vista l’unica questione seria: nonostante gli anni di difficoltà, i ridimensionamenti, le occasioni perdute, la Telecom è l’ultima grande impresa italiana che è ancora in grado di fare ricerca tecnologica, e la fa. Nel 2006 ha investito più di 3 miliardi di euro in ricerca, innovazione e sviluppo, per l’Italia sono volumi importanti. E’ un patrimonio del paese. Il suo indebitamento è dovuto solo a quelli che l’hanno scalata, a chi sta ai piani superiori. L’azienda è sana, ha un cash flow straordinario, genera utili. Non merita di essere al centro di un gioco al massacro”.
Il 16 aprile
“Non credo proprio che il 16 aprile mi presenterò. Che cosa farei, in mezzo a una lista di amministratori designati per obbedire a chi di suo ha investito lo 0,6% del capitale, e pretende di controllare la società?”.
L’arraffare
“Qui vengono a galla problemi strutturali del nostro capitalismo, che ho denunciato da decenni. Si paga il prezzo delle riforme mai fatte, delle opportunità sprecate anche quando il centro-sinistra era al governo. Di recente è diventato di moda scoprire il sistema dualistico di governance d’impresa, il modello tedesco: lo scopriamo noi proprio quando la Germania per modernizzarsi prende le distanze da una formula vecchia di settant’anni. Ci si trastulla con questi inutili diversivi, nessuno invece osa toccare le anomalie patologiche del nostro sistema: le scatole cinesi, i patti di sindacato. Questa vicenda Telecom passa tutta sopra la testa del mercato, ecco l’unica certezza: i piccoli azionisti sono resi impotenti, e saranno beffati come sempre. E un paese che soffre di una così grave mancanza di regole naturalmente è il terreno ideale per chi vuole approfittarne, per chi pensa a portar via più soldi che può. Invece del fare, c’è l’arraffare. Questa sembra la Chicago degli anni Venti, sembra il capitalismo selvaggio dei Baroni Ladri nell’America del primo Novecento. Ma almeno in America un secolo non è passato invano”.
Francesco Sylos Labini
Marzo 19, 2007 on 3:46 pm | In Democrazia, Legalità | 8 Comments
Francesco Sylos Labini mi ha inviato questo messaggio. Lo pubblico di seguito, insieme alla mia risposta.
Caro Piero,
mi hanno segnalato il tuo scambio con Ferruccio De Bortoli, che ho letto con piacere.
Ti segnalo che abbiamo organizzato un’associazione dedicata a mio padre, a cui magari potresti essere interessato: www.syloslabini.info.
Ti invio inoltre questo articolo che ho scritto da poco.
Cari Saluti, Francesco
Caro Francesco,
leggo solo ora e ti ringrazio del messaggio.
De Bortoli è abile nel parlar d’altro e nel ricoprire tutte le posizioni: onora Andreotti e stima Tuo padre. Troppo comodo.
Quando a quel convegno Andreotti evocava Sindona-assassino di Giorgio Ambrosoli, con una decina di amici eravamo fuori dalla Bocconi a ricordare l’accertata collusione con la mafia del senatore a vita.
Ti informo che il professor Moro dell’Università di MIlano mi ha segnalato una sua iniziativa che prevede tra l’altro una petizione popolare in sostegno a una proposta dettagliata di codice etico per i partiti: ha accolto la mia idea di intitolarlo alla memoria di Tuo padre. Se ti interessa vi metto in contatto.
Negli ultimi tempi si sono fatti avanti alcuni ragazzi svegli e questo mi ha ridato fiato. Se vuoi possiamo provare a organizzare insieme una serata a Milano, magari anche con Gherardo Colombo.
A presto, Piero
Il previtismo
Febbraio 23, 2007 on 6:58 pm | In Legalità | 11 Comments
Ormai è chiaro: non porto fortuna al corruttore Cesare Previti.
Il 4 maggio scorso in Cassazione erano fissati, in due aule attigue, sia il mio processo per lesa maestà al suo mandante sia il suo processo per corruzione di giudici.
Io fui assolto. Lui fu condannato.
Oggi era fissato a MIlano il suo processo d’appello per corruzione di giudici nella vicenda Mondadori, mentre con un gruppo di amici io ero fuori dal palazzo di giustizia a manifestare solidarietà al magistrato Armando Spataro e insieme a lui, idealmente, a tutti i fedeli servitori dello Stato.
La nostra manifestazione è andata benissimo. Previti è stato di nuovo condannato.
Ma l’ideologia che egli rappresenta è più viva che mai, questo gli va dato atto.
Il previtismo o impunità del potere è l’unica ideologia sopravvissuta al muro di Berlino. Ad essa s’ispira il partito trasversale dell’illegalità.
Ieri si legiferava per Previti, oggi per Pollari. E così ci tocca di nuovo scendere in piazza. Per anni lo abbiamo fatto contro Castelli, ora lo facciamo contro Mastella.
Chissà se un giorno riusciremo a far entrare nella zucca di lorsignori che la legalità è un bene indisponibile perché è il solo potere dei senza potere.
Questa mattina abbiamo diffuso ottocento volantini intitolati “Spataro resisti!” e indossato per ore cartelli bianchi con scritta blu (uno strappo alla regola del nero su sfondo giallo!) recanti slogan come questi:
- DA SALVAPREVITI A SALVAPOLLARI
- TRONCHETTI, NULLA DA DICHIARARE?
- LA VERITA’? SEGRETO DI STATO!
- ABUSI CIA - LA VERITA’ NON SI SEQUESTRA
- CASTELLI - MASTELLA LA STORIA E’ SEMPRE QUELLA
- CHI HA PAURA DI NICOLO’ POLLARI?
- CIA - SISMI - TELECOM: LA LEGGE E’ UGUALE PER TUTTI
Per tre ore ho illustrato le nostre ragioni al megafono.
Un operatore ha ripreso tutto per un documentario sul caso Abu Omar.
In varie intervistine volanti abbiamo registrato ancora una volta la disinformazione e l’indifferenza della gran parte dei passanti: difficile definirli cittadini, mi sembra più preciso chiamarli sudditi. All’indifferenza dei sudditi, precondizione del successo dell’ideologia previtiana, fa da contraltare il torpore della gran parte dei cronisti. Erano tutti dentro il palazzo di giustizia a bivaccare in attesa della sentenza Previti. Ma quasi nessuno ha ritenuto di scendere in strada a cogliere una notizia. E la notizia era che semplici cittadini, contro le scelte di un governo “amico”, manifestavano in difesa di valori costituzionali anziché per interessi di categoria.
Ma la mia voce, quella nessuno può zittirla. E infatti è risuonata per ore, dentro e fuori il palazzo: per un’insopprimibile esigenza morale, in difesa di ottime ragioni.
Metteremo tutto on line appena possibile. Intanto qui trovate il volantino, che si può utilizzare in nuove iniziative. (cliccate con il tasto destro e selezionate “salva con nome”)
Grazie di cuore a tutti i compagni di azione che sono venuti a dare una mano. Loro sì che mi sento di chiamarli cittadini.
Iniziativa pro Spataro
Febbraio 20, 2007 on 2:06 am | In Legalità | 22 Comments
Venerdì 23 febbraio, davanti al palazzo di giustizia di Milano, con il gruppo Qui milano libera, terremo un presidio di solidarietà al magistrato Armando Spataro con cartelli, megafono e volantinaggio di informazione sui tanti ostacoli che governo e parlamento stanno opponendo alle inchieste su Cia, Sismi e Telecom.
Il concetto è sempre lo stesso: difendere l’indipendenza della giustizia e il principio dell’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge.
L’appuntamento è fissato alle ore 9.30 all’ingresso di via Freguglia.
Chiedo di girare questo annuncio a tutte le persone e le associazioni sensibili ai temi della legalità.
FATE GIRARE LA VOCE E PARTECIPATE !
Ps: ringrazio il giornalista di Diario Gianni Barbacetto, che dal sito www.societacivile.it aderisce all’iniziativa.
Paolo Scaroni
Febbraio 19, 2007 on 6:54 pm | In Legalità | 26 Comments
Questa è l’epoca dei convegni a porte chiuse.
Se n’è tenuto uno stamane nell’aula magna dell’università Statale di Milano. Ospiti di grido: i ministri Amato e Padoa Schioppa. Ospite d’onore un pregiudicato: l’amministratore delegato dell’Eni Paolo Scaroni.
Lo definisco un convegno a porte chiuse per due motivi: non era stato per nulla pubblicizzato tra gli studenti e l’accesso era impedito alle persone non gradite, per esempio quelle che fanno domande non previste dal cerimoniale. Quindi io sono rimasto fuori. Ciò che gli illustri relatori del convegno a porte chiuse hanno detto al riparo dalle domande non gradite, lo trovate tra le notizie di giornata. Ciò che è avvenuto fuori ve lo racconto io. E appena lo montiamo, seguirà un ampio video.
L’incolumità degli illustri ospiti era garantita da un plotone di polizia in borghese, gli ingressi erano transennati. Quando mi è stato impedito di entrare, ho iniziato un comiziaccio nel cortile dell’università e per due ore non ho più smesso. Il tema del giorno era la fedina penale di Paolo Scaroni, condannato in via definitiva (con patteggiamento) a un anno e quattro mesi per corruzione, e in primo grado per disastro ambientale. Un tipo così in un Paese civile sarebbe stato cacciato dalla vita pubblica, qui a Puffonia viene accolto con il tappeto rosso, partecipa a convegni al fianco di ministri, si fregia del titolo di cavaliere del lavoro per nomina del capo dello Stato, amministra la più grande azienda nazionale per nomina governativa. Sul tema avevo preparato un volantino, diffuso in quattrocento copie dai miei compagni di azione, tra i quali l’amico Elia. Mentre parlavo sotto l’occhiuta vigilanza della digos, si son fermati moltissimi studenti, per lo più non informati sui fatti che raccontavo. Gran parte di loro han tuttavia dimostrato di condividere a pieno le mie ragioni. La mia speranza è che prendano coraggio e alzino la testa. C’è stato il tempo di veder andar via con ampia scorta i due ministri, che ho puntualmente criticato alzando al massimo il volume della voce. Il tangentista Scaroni ha preferito uscire da una porticina laterale. Tra i tanti spassosi siparietti che si sono susseguiti, il migliore è stato l’incontro con un puffoncello che insegna economia politica alla Statale. Neanche a farlo apposta l’avevo appena citato come esempio negativo e dopo due minuti magicamente s’è appalesato. Si chiama Gianandrea Goisis, era ed è il presidente del collegio sindacale della banca popolare di Lodi. In pratica aveva l’incarico di controllare la banda Fiorani. Ma non si è accorto di nulla. Malgrado sia stato condannato in primo grado a una sanzione pecuniaria per l’omessa vigilanza, è rimasto al suo posto e nessuno l’ha messo in discussione. Gli ho rivolto alcune semplici domande sia sul caso Scaroni (e lui ha risposto di non saperne nulla e comunque “se la legge lo consente…”) sia sul caso Fiorani e qui il nostro professorone si è superato. Ha risposto nell’ordine:
- io non potevo sapere
- su Fiorani bisogna aspettare il pronunciamento di un giudice
- la Popolare di Lodi non è una banca di ladri, perché la maggioranza dei soci è onesta
- ladro piuttosto sarà lei!
Mentre rispondeva, l’onestuomo allungava il passo e cercava di raggiungere in fretta l’ascensore. Ci seguiva una folla di studenti e dietro di loro una pattuglia di agenti di polizia: troppo divertente!
Prima che il granduomo si imbucasse nell’ascensore, gliene ho cantate quattro e lui per tutta risposta ha concluso: se tutti fossero come lei chissà dove saremmo!
Già, dove saremmo? Formulo un’ipotesi: vivremmo in un Paese in cui un pregiudicato per corruzione come Scaroni non sarebbe a capo della più grande azienda nazionale e il palo di una banda di criminali come Goisis non sarebbe rimasto al suo posto di “controllore” e non avrebbe più la credibilità per insegnare all’università.
Per inviare un’email a Goisis: gianandrea.goisis@unimi.it
Malgieri & Salvati srl
Febbraio 16, 2007 on 8:00 pm | In Legalità, Informazione | 42 Comments
Oggi a Milano era previsto un convegno sul “partito unico” con Michele Salvati e Gennaro Malgieri.
Con tre amici - Andrea, Elia e Riccardo - sono andato per rivolgere alcune domande a Gennaro Malgieri, consigliere di amministrazione della Rai, sul caso dell’incompatibilità di Alfredo Meocci e relativa multa milionaria inflitta alla Rai, un frammento esemplare del Grande Inciucio.
Il post-fascista Gennaro Malgieri in strada ci ha risposto dicendo che “la multa la paga il Tesoro, non i cittadini, in fondo è una partita di giro” e che “non poteva sapere che Meocci era incompatibile”. Due risposte che rivelano la statura morale del personaggio.
Poi dentro la sala di via Conservatorio 7 la breve intervista si è trasformata in una garbata e civile contestazione. Abbiamo ripreso tutto, quindi per i gustosi dettagli rimando al video che sarà presto on line.
Ha rivelato la propria statura anche il post-comunista Michele Salvati, ideologo del partito democratico e intellettuale di punta dei Ds. Amareggiato dalla terribile offesa recata al suo amico Malgieri, ci ha invitato pressantemente a uscire, dicendo che eravamo “scortesi” e che “non era quello il momento di parlare di informazione e legalità”. Non è mai il momento.
Dopo un parapiglia di dieci minuti, siamo usciti e ho tenuto nel cortile dell’Università un breve discorso sul caso Meocci e abusi e inciuci annessi e connessi.
Gli studenti (non quelli precettati per assistere all’avvincente convegno sul bipolarismo all’italiana) hanno mostrato di condividere le nostre ragioni con un applauso finale.
Mentre parlavo Michele Salvati è uscito e ha chiamato la polizia. Non ci voleva nemmeno fuori. C’è una immagine che lo ritrae mentre compone il numero.
Come lo so? Lo ha affermato lui stesso nell’introdurre il convegno (uno di noi è rimasto dentro) definendo una “gazzarra” il nostro intervento legalitario, porgendo le sue scuse e la sua solidarietà a Malgieri (da lui elogiato come l’ideologo della svolta democratica del Msi e come il rappresentante di un ottimo cda Rai, degnamente presieduto da Claudio Petruccioli) e avvertendo in questo modo la platea: “d’ora in avanti non verranno tollerate interruzioni o contestazioni, ho appena chiamato l’ufficio politico della questura”. Fanno così i reduci del ‘68.
Insomma il “partito unico” c’è già: Destra-e-Sinistra unite nella lotta alla scortesia dei cittadini che gridano allo scandalo.
Ps: Domani sabato 17 dalle ore 9,45 cerimonia in onore di Mario Chiesa, davanti al pio albergo Trivulzio a Milano.
Il doppio Stato
Febbraio 12, 2007 on 4:58 pm | In Legalità | 8 Comments
Armando Spataro
A Puffonia qualche servitore dello Stato c’è ancora. Uno è Armando Spataro. Indagando sul sequestro di Abu Omar, Spataro ha scoperto il marciume del Sismi di Pollari e della banda degli spioni Telecom. Fatti di enorme gravità: la città di Milano resa zona franca per gli abusi della Cia; il servizio segreto militare scagliato contro gli avversari dell’ex presidente del consiglio; la più grande azienda di telecomunicazioni usata, anche attraverso personale di quel servizio segreto, per spiare e ricattare mezza Italia. In uno Stato serio, Pollari e Tronchetti Provera sarebbero da tempo in condizione di non nuocere. A Puffonia no: Pollari si avvale del segreto di Stato ed è consigliere speciale della presidenza del Consiglio, mentre Tronchetti Provera si dice vittima di un raggiro e rimane il dominus di un’azienda che controlla attraverso le scatole cinesi, dall’alto di un debito di oltre 40 miliardi di euro.
Armando Spataro serve lo Stato, ma “lo Stato” ha paura di persone come lui perché non può tollerare la verità. “Lo Stato” a Puffonia ha il volto trimalcionesco di Clemente Mastella, che subito prepara un bel decreto per eliminare i pericolosi tabulati delle intercettazioni. “Lo Stato” a Puffonia ha il volto pacioso di Romano Prodi, che oppone alle indagini il segreto di Stato e sguinzaglia contro l’inchiesta di Spataro l’avvocatura dello Stato. “Lo Stato” a Puffonia ha il volto volpino di Luciano Violante che inserisce nella riforma dei servizi segreti un bel codicillo salva-Pollari.
Insomma: doppia morale e doppio Stato: uno è quello servito da Armando Spataro, l’altro è quello secretato da mastella-prodi-violante.
Da questo angolo della blogosfera desidero far giungere, per quel che vale, la mia solidarietà ad Armando Spataro, servitore dello Stato. Mandiamogli due righe, facciamogli sapere che non è solo. Questo è il suo indirizzo istituzionale:
armando.spataro@giustizia.it
Benny Calasanzio
Gennaio 14, 2007 on 6:57 pm | In Libertà, Legalità | 13 Comments
Benny Calasanzio è quel ragazzo che ha contestato pubblicamente l’arroganza di Salvatore Cuffaro, presidente della Sicilia e frequentatore di mafiosi, con una lettera aperta e in un confronto tv da Santoro. Mi ha scritto questa lettera.
Caro Piero,
ho iniziato un percorso difficile, quello della lotta alla mafia, la stessa mafia che ha ucciso prima mio zio e poi mio nonno, piccoli imprenditori che non hanno ceduto al ricatto mafioso. Una lotta contro i mafiosi e contro i politici che li favoreggiano
Provo a spiegare il mio pensiero e la mia idea di legalità. In Sicilia operano tante associazioni che lottano contro la mafia in modi diversi. C’è chi si occupa di coltivare le terre confiscate ai boss, chi lotta contro il racket delle estorsioni, chi lotta contro il traffico di droga, chi contro la prostituzione, chi contro la piccola criminalità collegata alla grande. E’ tutta gente che fa il suo lavoro in maniera eccellente e a cui va il merito del cambiamento in atto dagli anni ‘90 ai giorni nostri. E’ chiaro che tutte queste attività sono fondamentali per la lotta alla mafia, tutte e nessuna esclusa.
La mia personale lotta alla mafia nasce da un concetto diverso e più “politico”. Io credo che finchè la mafia sarà tutelata e rappresentata nelle istituzioni, l’antimafia sarà una lotta contro l’infinito, contro l’eternamente rigenerabile. Credo che se non si tranciano definitivamente i legami tra la classe politica siciliana e Cosa Loro ogni vittoria dell’antimafia sarà una vittoria parziale alla quale Cosa Loro saprà prontamente rispondere in maniera dolce e burocratica. La mia idea di lotta alla mafia, conciliabile con tutte le altre è una lotta senza quartiere a tutti quei politici e a tutti quegli organi istituzionali che dalla mafia non sanno stare lontani.
Se i magistrati rischiano la vita per assicurare alla giustizia i vermi mafiosi e poi (secondo le indagini) il presidente della regione svela tutto agli indagati abbiamo già perso prima di iniziare e perderemo tutte le volte che riproveremo ad iniziare se i presupposti rimarranno gli stessi.
Il mio “giustizialismo” nasce da una pretesa di trasparenza e onestà che la classe politica siciliana deve assicurare e deve impegnarsi anche a dimostrare, non solo a mantenere. Negli ultimi anni si è troppo tollerata l’ambiguità di alcuni personaggi, sono passate inosservate alcune amicizie e alcune vicinanze ad ambienti dubbi. Si è riusciti a far passare per buono il concetto che siccome fai politica ad alto livello puoi venire a contatto con chiunque. Questo è aberrante. A me fa paura. Se non sai distinguere tra gente per bene e mafiosi non devi fare politica. Io credo che la nostra esigenza primaria sia quella di pretendere uomini “più attenti”, che sappiano distinguere chi è malavitoso da chi non lo è. Sia la destra che la sinistra in questo momento non hanno la forza per rinunciare a queste vicinanze dubbie, forse perché sono bacini enormi di voti.
La mia pretesa è che nel momento in cui siano emersi fatti (non voci) riguardo ad un esponente di questo o di quel partito che accertano anche solo una vicinanza consapevole con ambienti criminali, il partito politico o l’organo istituzionale competente debba quanto meno sospendere quel personaggio fino al completo accertamento della sua posizione.
Siamo ormai abituati ad accontentarci del leggermente meno peggio, ma in Sicilia non possiamo più permettercelo. E’ una pretesa che tutti dobbiamo avanzare, uomini e donne di destra e uomini e donne di sinistra.
Questi sono i fondamenti della mia lotta. Non ho l’arroganza di dire che è una lotta perfetta e vincente. Ma se ho aperto un blog è perché ho bisogno di sentire la gente, ho bisogno di ricevere critiche e consigli perché so che da solo non posso andare da nessun parte. Diamoci una mano.
Benny
Questa opera è pubblicata da Piero Ricca sotto una Licenza Creative Commons
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