Norberto Lenzi

Dicembre 9, 2008 on 2:09 am | In Politica, Legalità | 11 Comments

La lettera del magistrato bolognese Norberto Lenzi.

“L’opinione pubblica e quelli che la creano dovrebbero cercare di spiegare quella che appare come una contraddizione insanabile.
E’ di tutti i giorni un reportage giornalistico, una inchiesta televisiva o una indagine sociologica che ci mostra come e qualmente esistono perversi intrecci tra politica, imprenditoria e criminalità più o meno organizzate.
Tale esistenza è data e ricevuta come certa e suscita preoccupazione ed indignazione universali. Ma ogni qualvolta la magistratura si imbatte in qualcosa che pare celare uno di questi intrecci e tenta di fare luce l’atteggiamento degli opinion maker (e di conseguenza dei loro destinatari) muta completamente ed irragionevolmente.
Si comincia con l’invocare la presunzione di non colpevolezza per gli indagati, si continua alimentando sospetti sulle reali motivazioni degli inquirenti (unica categoria rimasta in Italia per la quale tale presunzione non vale), si fanno indagini sulle loro propensioni politiche e, se non si trova proprio nulla, si stigmatizza comunque il loro protagonismo.
In sintesi si opera scientificamente una delegittimazione preventiva delle indagini fondata su quella che potremmo chiamare incultura del sospetto.
Nei pochi casi nei quali si è faticosamente riusciti a pervenire, con decisioni definitive, all’accertamento di precise responsabilità (vedi caso Andreotti) non solo queste vengono ignorate, ma si stravolge la informazione fino ad attribuire loro un significato contrario.
Ma è possibile che tra i tanti comportamenti criminali denunciati genericamente (verrebbe da dire virtualmente) come una emergenza insopportabile per il Paese, che tutti dicono di voler superare, non ci siano mai quelli su cui la giustizia inizia ad indagare?
Anche raffigurandola cieca come la fortuna, possibile che non ci si prenda mai neppure per caso e che si colpisca sempre, come in un assurdo giuoco di battaglia navale, le poche isole innocenti in un mare di corruzione?
Così tutti ci scandalizziamo quando ci mostrano le cosiddette cattedrali nel deserto, opere incompiute ed inutili iniziate per poter ottenere fondi europei e nazionali che poi spariscono in mille rivoli, suddivisi secondo i vari manuali Cancelli locali sotto lo sguardo indifferente (e a volte esoso) dei controllori.
Se qualcuno però, come De Magistris, cerca di capire e comincia ad individuare delle possibili responsabilità, prima viene invitato alla prudenza dai suoi superiori e poi viene allontanato con procedure urgenti per minimi (e non si sa ancora quanto dimostrati) addebiti. Vengono punite le pagliuzze di De Magistris mentre la trave resta saldamente conficcata nel corpo martoriato della società calabrese.
Ora si profila un trasferimento delle indagini a Roma. L’auspicio, doveroso, è che si siano diradate le nebbie nel porto di quella Procura. Purtroppo quell’ufficio ha spesso dimostrato in passato orecchio molto sensibile ai richiami della politica e non vorremmo dover riadattare il proverbio in ‘tra i due litiganti il terzo ode’”.

Moni Ovadia / 2

Ottobre 4, 2008 on 9:21 pm | In Politica, Costituzione, Legalità | 56 Comments


L’imputato Mills va a sentenza; l’imputato Berlusconi va alla Corte Costituzionale.
Di oggi la notizia che il tribunale del processo per corruzione che vede come imputati Silvio Berlusconi e il suo avvocato londinese David Mills ha deciso di proseguire il processo a Mills e di chiedere alla Corte Costituzionale di verificare la legittimità della legge Alfano, con la quale il Parlamento per ora ha esonerato il Presidente del Consiglio dalla responsabilità penale.
Comprensibilmente, l’avvocato-deputato Niccolò Ghedini è contrariato: se David Mills dovesse essere condannato, nella sentenza ci sarebbe scritto anche il nome del corruttore: Silvio Berlusconi.

Qui sopra la seconda parte dell’intervista a Moni Ovadia.

Franco Frattini

Settembre 30, 2008 on 8:35 pm | In Politica, Costituzione, Legalità | 73 Comments


di Duccio Facchini

In Israele, il primo ministro Olmert, una volta coinvolto in un’indagine di finanziamenti sospetti al suo partito - quindi per ipotesi di reato inerenti alla sua attività politica - s’è dimesso. Se n’è andato dichiarandosi “orgoglioso” di un paese che sa esser capace di processare il vertice della piramide senza timori reverenziali. Un rappresentante dell’esecutivo, votato quindi dalla maggioranza degli israeliani, s’è fatto da parte con signorilità. Non ha parlato di deriva “politicizzata” dei magistrati che lo indagavano. Non ha tuonato contro le toghe “comuniste” o di opposta fazione politica. Insomma, ha reagito in maniera normale.

In Italia, il primo ministro Berlusconi, una volta coinvolto in uno scandalo di corruzione giudiziaria - esterna alla sua attività politica - che vede coinvolto anche un avvocato inglese (praticamente reo confesso) non se n’è andato. Anzi, s’è fatto una legge per bloccarsi il processo. Probabilmente pure per estinguerlo. Il ‘lodo Alfano’ (dal nome del suo ex segretario personale).
Non se n’è andato ed anzi ha denunziato un golpe ad opera di magistrati “metastasi della democrazia”. Un rappresentante dell’esecutivo, votato dalla maggioranza degli italiani, è entrato a piedi uniti in un campo pericoloso. Il campo della Costituzione. Delle regole di questa Repubblica. Ora, il “lodo Alfano/Ghedini” sta per passare sotto la lente della Consulta. Si dovrà stabilire se è conforme o meno al dettato Costituzionale. Berlusconi, però, non s’è dato per vinto. “Rifletteremo, in caso di bocciatura della Consulta”. Una minaccia, mica tanto velata. D’Alema non s’è fatto però attendere: “per me si può candidare al Quirinale”. Che problema c’è?

Ieri pomeriggio, in Bocconi, a Milano, c’era un convegno dal titolo “L’Italia e il mondo negli ultimi 30 anni”. Ospite d’onore, il ministro degli Esteri Franco Frattini, che già prestò il nome alla ridicola legge sul conflitto d’interessi attualmente in vigore (vedi video da New York).
Lui, come sottolinea spesso, difende a spada tratta la “grande democrazia” israeliana. Ne tesse le lodi. Ne difende i principi e ne giustifica ogni scelta. Eppure, casualità, non ha proferito parola sul gesto di Olmert. Di quello Frattini non parla. Come mai? Forse perché il Capo una cosa del genere non la concepisce?
Abbiamo provato a domandarglielo.

Al termine del siparietto, un gruppo di persone assetate di dettagli s’è riversato su Diego, Laura e me. “Che ha detto Frattini?”, “Che cosa intendeva?” e così via. Erano ‘giornalisti’, quelli che passa il convento.
Ancora una volta il piano della normalità si rovescia. Il giornalista chiede le notizie al cittadino informato. Il cittadino informato fa il mestiere del giornalista.
“Ma perchè non le fate voi queste domande?”, chiede loro il buon Diego. “Eh, bella domanda…”, rispondono giulivi.
Resta il tempo di intercettare la vecchia gloria Giorgio La Malfa, quello che all’inizio degli anni novanta voleva “unire l’Italia degli onesti e farla vincere” e poi incappò in Mani Pulite per il solito finanziamento illecito. Si dice liberale, ma non vede nulla di strano nell’anomalia berlusconiana.
Poi ci allontaniamo, cittadini normali in un paese anormale. Non prima di esibire il documento d’identità ai tutori dell’ordine pubblico.

Stato di polizia

Settembre 20, 2008 on 6:41 pm | In Politica, Democrazia, Legalità | 20 Comments

ghedo2lerch

L’avvocato Niccolò Ghedini ha progetti ambiziosi. Ieri, in Commissione Giustizia, ha illustrato la sua ultima trovata per ovviare alla pubblicazione scriteriata di intercettazioni mettendo d’accordo tutti, Ordine dei giornalisti compreso.
Se il problema da risolvere è la fuoriuscita di notizie sulle intercettazioni ordinate dai pm (quelle per cui le registrazioni vengono depositate e possono essere utilizzate nel processo) - dice lui - basterà ridurle ai reati più gravi. Per tutti gli altri reati la polizia giudiziaria utilizzerà lo strumento dell’intercettazione preventiva, per la quale non esistono “brogliacci, dvd o nastri registrati”. Soltanto l’udito ed una breve sintesi per permettere al pm di “orientare le indagini”. Sì, orientarle. Perché l’intercettazione preventiva non può rientrare in alcun caso nell’impianto probatorio da destinare all’eventuale processo. Se nella sintesi della pg il pm dovesse sentir puzza di reati, dovrà intraprendere un’indagine con altri mezzi a meno che il reato non rientri tra quelli considerati gravissimi da lor signori.
In questo modo, secondo Ghedini, le pene più gravi per i giornalisti troppo zelanti potrebbero circoscriversi alla pubblicazione (praticamente impossibile) di intercettazioni preventive. Pene molto più leggere sarebbero invece previste per la pubblicazione di telefonate riguardanti i reati gravissimi come mafia e terrorismo.
E i reati contro la pubblica amministrazione? Ghedini cala l’asso. Tira in ballo la maggioranza di sinistra del 1999 che il nove febbraio di quell’anno proponeva una modifica dell’articolo 266 delle norme di coordinamento del c.p.p. (lo stesso su cui si discute ora) che escludeva tali reati da quelli per cui è possibile investigare tramite intercettazioni. Insomma, il passato del centrosinistra non consentirebbe la polemica ai detrattori. Come dargli torto? Del resto nel 1999 il Presidente del Consiglio era il bicameralista D’Alema, tutt’oggi saldamente aggrappato al suo scranno parlamentare. Quel che pensano i cittadini informati non conta!
Tutto qui? Non proprio. L’intenzione di rendere le indagini della polizia giudiziaria indipendenti dall’attività del magistrato (uno dei punti dell’imminente riforma della giustizia - come conferma ‘la segretaria’ Alfano) farebbe del ddl sulle intercettazioni non solo un freno alla possibilità di indagare e di informare, ma anche l’inizio di un percorso verso un possibile Stato di polizia. Dove la magistratura non ha controllo su chi viene intercettato (alla faccia del garantismo!). Dove la polizia giudiziaria, che dipende dal Ministero dell’interno e quindi dall’esecutivo, potrebbe caricarsi della responsabilità di scegliere se e cosa riferire alla magistratura.
Con buona pace dei giornalisti che intendevano fare disobbedienza civile, Berlusconi sembra voler risolvere la cosa ‘a monte’. Nessuno saprà nulla. Le intercettazioni non potranno essere utilizzate nei processi (’reati gravissimi’ esclusi). Ridurne il numero? Nemmeno per sogno. Se ne faranno altrettante, ma chi le ordinerà e cosa esattamente avrà avuto interesse ad ascoltare rimarrà segreto per sempre.
A sinistra Luciano Violante moltiplica gli apprezzamenti.

Franz

QUI il breve intervento di Ghedini alla Commissione Giustizia della Camera.

QUI un’intervista al segretario dell’Anm su polizia e giudici.

Grazie a Maurizio (theHand) per la vignetta.

Una verità inconfessabile

Settembre 14, 2008 on 5:39 pm | In Politica, Legalità, Informazione | 14 Comments

basta

Al tema della pedofiia nella Chiesa ho dedicato l’articolo di settembre per il magazine What’s up. Eccolo.

La pietra dello scandalo ha un nome: pedofilia. Un macigno che rischia di minare la credibilità della Chiesa Cattolica. La quale, travolta dagli scandali, ora s’impegna a cacciare le “mele marce” e collaborare con la giustizia.

Dicono che il Vizio Oscuro si consumi dalla notte dei tempi - nell’ombra e in silenzio - nelle scuole religiose, nelle sagrestie, nei seminari, negli oratori. Tollerato come un’umana debolezza, lavato in famiglia come la biancheria sporca. Negli ultimi anni il bubbone è scoppiato. Le vittime hanno iniziato a raccontare. L’informazione ha iniziato a indagare. La giustizia ha iniziato a funzionare. La percezione sociale del fenomeno sta cambiando.
Da tutto il mondo giungono notizie di abusi. Storie di infanzia violata, di giovani vite spesso rovinate per sempre. Storie di inchieste insabbiate, di tragedie che potevano essere evitate.
In Italia si ha notizia di innumerevoli casi, ma sono pochi i molestatori che finiscono in carcere. “Su 443 casi accertati - scrive Massimiliano Frassi, fondatore dell’associazione Prometeo - il 67 % è in libertà, e nella maggior parte dei casi svolge attività a stretto contatto con i bambini”. Molti se la cavano con il patteggiamento. Altri la fanno franca con la prescrizione. Uno dei pochi che sta in carcere è Don Marco Dessì, sacerdote cagliaritano che in Nicaragua s’era fatto un harem di bambini. Nel maggio del 2007 con il rito abbreviato il Tribunale di Parma l’ha condannato a 14 anni. Nel 2005 Don Pierangelo Bertagna ha confessato di aver abusato di quaranta bambini. A luglio 2008 è stato arrestato Don Ruggero Conti: gli vengono contestati abusi su sette bambini. Era uno dei garanti elettorali per la famiglia del sindaco di Roma Gianni Alemanno.
In Australia sono stati condannati e incarcerati 107 sacerdoti e religiosi. In Brasile, tra il 2005 e il 2006, oltre 1700 preti sono stati denunciati per violenze, orge e uso di droga con bambini.
Nel 2000 l’arcivescovo O’Connor, capo della Chiesa d’Inghilterra e Galles, ammette di aver coperto preti pedofili. Nel 2002 l’arcivescovo polacco Paetz è accusato di aver molestato seminaristi. L’arcivescovo di Vienna Groer è stato costretto a ritirarsi per aver molestato uno studente. Destino a cui non scampa nemmeno l’arcivescovo Storni di Santa Fè in Argentina, accusato di abusi sessuali su almeno 45 seminaristi. Una vicenda incredibile è quella del Reverendo Marcial Maciel Degollado, fondatore dei Legionari di Cristo, lodato da Giovanni Paolo II come “efficace guida per i giovani”, dietro una parvenza di santità ha nascosto una vita dedita al vizio e segnata da un numero incalcolabile di abusi sessuali sui minori.
A Dublino sono emersi 150 casi di preti pedofili. Tra questi, Oliver O’Grady, condannato a 14 anni di carcere, che ha raccontato come adescava le sue vittime nel documentario della Bbc “Sex crimes and Vatican”, trasmesso nell’ottobre del 2006. In Italia il filmato ha dapprima spopolato su Internet e poi è stato trasmesso da Michele Santoro in una puntata di Anno Zero. In quel documentario, tra l’altro, si citava l’Epistola con la quale la Congregazione per la Dottrina della Fede, retta dal cardinale Ratzinger, richiamandosi all’Istruzione pontificia Crimen Sollecitationis del 1962, dettava la linea su come gestire i casi di pedofilia. Due le direttive fondamentali: avocazione presso il Vaticano di tutti gli atti di indagine e imposizione del segreto pontificio, pena la scomunica. E qui sta il punto critico, vedi alla voce: Omertà. “Il Vaticano ha ostacolato la giustizia anziché aiutare le vittime”, spiega l’avvocato statunitense Daniel Shea, il quale nel febbraio 2005 ottenne che Ratzinger fosse chiamato a rispondere di quell’atto davanti alla giustizia americana in un processo per abusi sessuali a Houston. Due mesi dopo Ratzinger fu eletto Papa e il processo fu sospeso per via dell’immunità diplomatica concessa ai Capi di Stato.
Lo scandalo più grande è scoppiato proprio negli States. Sono circa 5.000 i membri del clero accusati di abusi sessuali, 100 sono i preti condannati da tribunali civili. La gran parte delle inchieste si sono chiuse perché le famiglie delle vittime hanno accettato un risarcimento in denaro. Le diocesi più colpite sono quelle di Boston e Los Angeles. Si calcola che la somma complessiva sborsata dalla Chiesa statunitense si aggiri intorno ai 3 miliardi di dollari. Un ruolo decisivo l’ha giocato l’informazione, a cominciare dal Boston Globe, vincitore di un premio Pulitzer per l’inchiesta su quei fatti.
Personaggio emblematico dello scandalo americano è John Geoghan, ex prete di Boston. Gli vengono contestate violenze su 130 bambini in trent’anni; condannato a nove anni e incarcerato, verrà ucciso in galera. Il suo vescovo, Bernard Law, s’era limitato a trasferirlo di parrocchia in parrocchia. “Ho sempre pensato che la pedofilia fosse un peccato, non un crimine”, s’è giustificato. Dal 2002 è arciprete di Santa Maria in Trastevere. Come lui si sono comportati tanti altri prelati in giro per il mondo. “La Chiesa ha adottato la politica dello struzzo”, spiega Pepe Rodriguez, giornalista d’inchiesta spagnolo, “quando gli abusi vengono conosciuti all’interno della comunità dei fedeli, il responsabile della diocesi in genere lo trasferisce in un’altra parrocchia, per proteggerlo ed evitare lo scandalo”.
La “politica dello struzzo” ha contribuito alla diffusione di una devianza ad alto tasso di recidività. Un esempio: non più di un anno fa la Compagnia di Gesù evitò un processo per abusi su 110 bambini pagando un risarcimento di 40 milioni di dollari. Alcuni dei preti incriminati provenivano dalla diocesi di Los Angeles, dov’erano stati condannati per abusi su oltre 500 bambini. I superiori li avevano spediti in una minuscola isola dell’Alaska, Saint Michael, a curare le anime degli abitanti di una quindicina di villaggi. Risultato? Una media di un bambino abusato per famiglia.
È necessario che gli scandali avvengano, ma guai a chi ha colpa dello scandalo - si legge nei Vangeli. Colpita dallo scandalo, la Chiesa di Roma ora è costretta a fare i conti con una inconfessabile verità. Joseph Ratzinger, dapprima negli Stati Uniti e poi in Australia, ha recentemente dichiarato di “provare vergogna” per questi misfatti che “minano la fiducia e devono essere condannati in modo inequivocabile”. Ha impegnato la Chiesa ad assicurare i responsabili alla giustizia ordinaria, perché “gli abusi sessuali sui bambini sono incompatibili con il sacerdozio”. Un passo in avanti apprezzabile da parte di un’autorità spirituale che, fino a ieri, si rifiutava di incontrare le vittime. “Ma ora ci attendiamo che dalle parole si passi ai fatti”, ha commentato Bernard Barrett, esponente dell’associazione australiana Broken Rites, “i vescovi devono smetterla di intralciare i ricorsi ai tribunali”.

Colaninno? Nessun imbarazzo!

Settembre 10, 2008 on 8:23 am | In Politica, Democrazia, Legalità | 78 Comments


PREMESSA - Questa sera alla festa del PD c’è Walter Veltroni. Ore 21 presso lo spazio Coop (MM Lampugnano). Sarebbe bello vedere qualche faccia nuova. Venite TUTTI !! Chi abita lontano, ha preso impegni, gli è morto il gatto… non serve che lasci commenti. Per tutti gli altri l’appuntamento con noi è per le ore 20 (un’ora prima) davanti allo spazio Coop. NON MANCATE.

Il 28 agosto scorso il cda di Immsi S.p.a. ha deliberato l’ingresso della società in Compagnia Aerea Italiana (la nuova Alitalia) con un investimento di 150 milioni. Attraverso Immsi, Roberto Colaninno, già capitano coraggioso di dalemiana memoria, guiderà l’armata brancaleone che si accinge a “liquidare” quel poco che resta della vecchia compagnia di bandiera per volontà del nostro premier.
La beffa è servita. Per l’entità del danno non rimane che attendere.
Ma veniamo a noi. Con Piero e Duccio siamo tornati alla festa del PD. Ospite d’onore Matteo Colaninno, ministro ombra e cartina di tornasole del disinvolto rapporto del PD con i conflitti d’interesse.
Matteo, figlio di Roberto il capo cordata, è consigliere d’amministrazione di Immsi. Oltre a gestire gli interessi familiari in Immsi, Matteo ha altri quattro incarichi legati alle fortune del padre, come amministratore e come vicepresidente.
Qualcuno di voi ricorderà il Codice Etico del Partito Democratico, tanto esibito durante la campagna per le scorse elezioni. Era soltanto propaganda elettorale? Duccio l’ha rispolverato.
Nella sezione che riguarda la responsabilità personale e l’autonomia della politica i piddini si impegnano ad evitare di assumere incarichi esecutivi nel Partito qualora ricoprissero un ruolo in imprese aventi titolarità prevalente di interessi economico - finanziari, onde scongiurare conflitti d’interesse. Matteo Colaninno fa lo struzzo.
Ieri sera, seduti in prima fila sotto lo sguardo attento degli immancabili amici della Questura, nonché dei maneschi vigilantes pagati dal partito, abbiamo provato, carte alla mano, a ricordargli come dovrebbero stare le cose.
Abbiamo alzato la mano educatamente. Abbiamo atteso la fine del dibattito. Niente da fare. Appena terminato l’incontro, senza nemmeno salutare gli altri relatori, Colaninno si mette letteralmente le ali ai piedi. Con Duccio lo inseguiamo mentre Piero controlla le retrovie. Il più zelante dei vigilantes di casa mi mette le mani addosso e a più riprese minaccia di “spezzarci in due”.
In questo clima di commovente democrazia si alza il tono delle mie domande, ma Colaninno guadagna il parcheggio. Ormai in salvo, si permette di salutarci beffardamente con la mano.
Qualcuno dei presenti applaude le nostre ragioni. Ci fermiamo a discutere di conflitti e incoerenza con il segretario provinciale Ezio Casati e con l’immancabile consigliere comunale Majorino. Il primo tenta di liquidarci tirando fuori la dichiarazione dei redditi di Beppe Grillo. Il secondo ammette sottovoce che nella illuminata commissione per il Codice Etico c’era anche lui. Sul finale compare pure il consigliere comunale Davide Corritore, che ammette: in effetti nel partito qualche imbarazzo c’è.
Colaninno dovrebbe dimettersi dal suo incarico istituzionale. Per rispetto e per coerenza. Questa sera proveremo a sentire cosa ne pensa Walter.

Franz

L’Integerrimo

Agosto 12, 2008 on 7:59 pm | In Politica, Legalità | 20 Comments

Ogni epoca ha i suoi martiri della giustizia. Quest’epoca ha eletto martire Antonio Gava, l’ex boss democristiano recentemente scomparso. Li avete letti i commenti degli oligarchi? Da Cossiga in su sono tutti d’accordo: è morto un uomo politico integerrimo, vittima dell’orco giustizialista. In attesa che gli dedichino piazze e biblioteche, può esser utile ricordare alcuni fatti in tema di collusione fra politica e camorra. Ecco la lettera di Nello Trocchia da Comiziano, Napoli.

Caro Piero,

scrivere è un’urgenza democratica, soprattutto quando la menzogna diventa verità.

Sono tornato al mio paese Comiziano, in provincia di Napoli, uno tra i comuni sotto l’egida, negli anni dell’impero democristiano, dell’ex senatore Vincenzo Meo, uomo di Antonio Gava.

In questi giorni esponenti politici di tutti gli schieramenti hanno reso omaggio all’ex ministro Dc, che ha avuto il merito (ormai tale è diventato) di difendersi nei processi e non dai processi. Antonio Gava è uscito assolto dal processo per camorra per insufficienza di prove, ma inquietano le parole dei politici e inquietano le amnesie della carta stampata e non solo. Bisognerà pure dire quale sistema di potere e di connivenza camorristica sostanziava l’agire politico della corrente dorotea di Gava o no?

Parlano di magistrati politicizzati e combattenti. Il pubblico ministero di quel processo era Franco Roberti, oggi a capo della dda napoletana. Un “combattente” contro camorra e sistemi di potere criminali. Roberti raccontava qualche mese fa all’Espresso: “dalla sentenza che ha assolto Gava con l’articolo 530 secondo comma, ossia il comma che ha sostituito la vecchia insufficienza di prove, risulta provato con certezza che Gava era consapevole dei rapporti di reciprocità funzionale esistenti tra i politici locali della sua corrente e l’organizzazione camorristica, nonché della contaminazione tra la criminalità organizzata e le istituzioni locali del territorio campano”.

Il sistema di potere di Gava era fondato sullo stretto rapporto dei suoi uomini con esponenti di primo piano della camorra partenopea: così si garantivano fette di voto e controllo del territorio. Questo elemento è fuori discussione. Se questo è un vanto, se a questi uomini bisogna tributare un plauso bipartisan, allora la lotta alle mafie possiamo anche archiviarla.

Interessante è analizzare la gerarchia del potere dei fedelissimi di Gava per capire cosa significa sistema di potere e di connivenza camorristica. Il fedelissimo di Antonio Gava era Francesco Patriarca, lo chiamavano Ciccio ‘a Prumessa (Ciccio la promessa) perché dispensava favori e promesse. La dc al Sud era fatta così: nessuna tassa, nessun servizio; carrozzoni pubblici ad alimentare clientele e partite di voti; alleanza stretta con i potentati camorristici. Francesco Patriarca è stato condannato, poco prima di morire, con sentenza definitiva per camorra a nove anni. La camorra ha contribuito attivamente alla sua ascesa politica.

Uomo di Gava anche Vincenzo Meo, la sua zona di influenza era proprio il Nolano, anche lui condannato a 8 anni per camorra. La cassazione ha, però, chiesto di rifare il processo in appello. Nelle sentenza del 2000 della prima sezione della corte di Assise di Napoli, nel procedimento a carico del superboss Carmine Alfieri + 77 si legge: “L’Alfieri ha, inoltre, ricordato l’analogo rapporto esistente tra i Russo e Meo Vincenzo, riferito anche dal Galasso”. Rapporti strettissimi tra i latitanti Russo, allora luogotenenti di Carmine Alfieri che, pentito, ha confermato i rapporti esistenti, conferme anche dall’altro grande pentito di camorra, Pasquale Galasso, signore di Alfieri a Poggiomarino. Meo, secondo i giudici, era in rapporto di mutua assistenza con il clan Alfieri.

Nel Nolano, il braccio di Gava era anche l’ex sindaco di San Paolo Belsito, comune due volte sciolto per mafia, Luigi Riccio. Nella stessa sentenza si legge: “Il contributo assicurato dagli imputati in esame concerne anche il fondamentale settore dei collegamenti del gruppo con gli imprenditori e gli apparati istituzionali. In proposito il Galasso ha, in particolare, illustrato gli stretti legami esistenti tra i fratelli Russo e il sindaco di S. Paolo Belsito, Riccio Luigi: Luigi Riccio, sin dall’ingresso dei fratelli Russo nella nostra organizzazione, resta nelle mani dei fratelli Russo, in particolare di Pasquale Russo, il fratello più autorevole del gruppo di Alfieri. Ha, tra l’altro, ricordato l’intervento spiegato dal Riccio, proprio grazie al privilegiato rapporto con Russo Pasquale, per comporre il grave dissidio insorto tra D’Antuono Giuseppe, ex sindaco di Sant’Antonio Abate, ed i componenti locali dell’associazione Mercurio Gaetano, Santonicola Bernardo, D’Auria Ciro, De Riso Catello e Galasso Domenico”. Incontro che, come Galasso racconterà, Riccio aveva organizzato su richiesta di Antonio Gava. Non basta. Riporto uno stralcio del libro di Bruno De Stefano, amico e collega, “I Boss della camorra”, edizioni Newton & Compton, che dedica un capitolo al rapporto boss e politica.

“L’elenco dei politici condannati per camorra comprende tre amministratori locali democristiani di fede gavianea: Antonino D’Auria (segretario personale dell’ex ministro dell’Interno), Giuseppe D’Antuono e Luigi Riccio. Nel giugno del 1994 a D’Auria, processato con il patteggiamento, furono inflitti due anni di carcere; nel luglio dello stesso anno per D’Antuono e Riccio, che scelsero il giudizio abbreviato, la pena fu di 3 anni, sei mesi e venti giorni. Tre casi da manuale dell’intreccio tra uomini dei partiti e criminalità organizzata. D’Antuono e D’Auria sono stati amministratori (il secondo lo è ancora) di Sant’Antonio Abate, un comune ai confini con Castellammare di Stabia, feudo di elettorale di Antonio Gava”.

P.S. Il figlio di Luigi Riccio, Raffaele, Pdl, è il sindaco di San Paolo Bel Sito. Antonino D’Auria, Pd, è a tutt’oggi sindaco di Sant’Antonio Abate. Forse, così, si capisce meglio la svista bipartisan su Antonio Gava.

Questa è la verità su un sistema di potere che ha ridotto la mia terra a deserto.

Nello Trocchia

Il ritorno del Principe

Agosto 2, 2008 on 12:11 am | In Politica, Democrazia, Legalità | 88 Comments

ritorno del principe

Ho come la sensazione che lo Stato di Diritto stia perdendo pezzi, irrimediabilmente. Sarà il caldo? Forse no.
E’ piuttosto l’assistere alla normalizzazione culturale di pratiche politiche ed economiche che giorno dopo giorno ci appaiono sempre più digeribili, ineluttabili, normali appunto. Mentre Berlusconi si preoccupa di irrobustire i fortilizi per respingere qualunque possibile attacco, i sudditi vengono quotidianamente privati di un altro pezzo di Stato sociale, della libertà d’informazione, del diritto ad un lavoro dignitoso, ad una giustizia equa, dei principi della propria Costituzione.
“Essere vittime a tal punto da non accorgerci più di esserlo diventati”. Così ammoniva Montanelli dalle pagine del Corriere, ormai sette anni fa.

Ho appena terminato la lettura di un testo che, a differenza di altri pur utilissimi, non si ferma alla narrazione dei fatti. Anzi, affida già al primo centinaio di pagine un’analisi culturale e politica del nostro Paese che costringe a leggere diversamente fenomeni endemici come la corruzione, la mafia, il malaffare che diventa sistema.
Nel dialogo con Saverio Lodato che compone ‘Il ritorno del Principe’ (Chiarelettere), Roberto Scarpinato, procuratore aggiunto presso la Procura antimafia di Palermo, individua le malsane consuetudini che ricorrono nella storia del nostro Paese e che hanno fatto delle rare stagioni d’eccellenza culturale e civile, sempre figlie di esigue minoranze, qualcosa di inviso perfino all’uomo della strada.

Riletti attraverso la pervicace autoconservazione delle élites, gli accadimenti del passato come i fatti più recenti si trasformano nei tasselli di un disegno che ha cambiato bandiere e casacche, ma che in sostanza rimane quello - molto, molto italiano - del Principe machiavellico, della legittimazione coatta del potere esecutivo, della democrazia dei numeri che si sostituisce a quella delle regole uguali per tutti.
Pur partendo dal presupposto che il potere riserva all’opinione pubblica poco più di un teatrino, Scarpinato aiuta a distinguere con maggiore chiarezza le parti in campo e sicuramente ci costringe ad una riflessione sul ruolo del cittadino.
Scrive Scarpinato: “Chi perde sempre e comunque è il cittadino senza potere e senza diritti, che non può scegliere per una vera politica alternativa, ma solo per una alternanza di oligarchie al potere”. Ma lo stesso cittadino, quando chiude gli occhi, quando non sa né vuole vedere la responsabilità di chi governa da decenni, diventando connivente con un modo di vita che disprezza la legalità, che umilia la verità, è colpevole dell’oscurità che lamenta.
L’eterno ritorno descritto da Scarpinato fa male. Delinea panorami così ampi e desolanti che vorremmo non dover credere ai nostri occhi. Ma parafrasando Kafka per l’ennesima volta, un buon libro non può non essere un pugno nello stomaco.

Buona lettura, Franz

Intervista a Vittorio Agnoletto

Luglio 17, 2008 on 4:17 am | In Politica, Democrazia, Legalità | 44 Comments


La sentenza di primo grado per i maltrattamenti a Bolzaneto nei giorni di Genova 2001 descrive uno Stato incapace di mettere i pubblici poteri di fronte alle proprie responsabilità.
Nonostante la documentata requisitoria dei pm parlasse di “girone infernale” e le testimonianze delle vittime siano state ritenute attendibili - a tutte spetterà un risarcimento - le aggravanti sono state escluse e le condanne appaiono deboli. Ha condizionato il giudizio la difficoltà, nel ricostruire una vicenda caotica, di attribuire gli abusi accertati ai singoli responsabili, che i vertici della polizia non hanno certo contribuito a identificare.
Dei quarantacinque imputati solo quindici sono stati condannati, e nessuno di loro subirà conseguenze grazie all’indulto e alla prescrizione che incombe sul secondo grado di giudizio. Al contrario, tutti i dirigenti di polizia che hanno avuto un ruolo nelle vicende sono tutt’ora in servizio e hanno ricevuto promozioni. Gli stessi agenti condannati in primo grado con tutta probabilità rimarranno nei ranghi della polizia.
Vittorio Agnoletto, parlamentare europeo e portavoce del Genova Social Forum ai tempi del G8, dà un giudizio pesante sulla sentenza e sul Paese. Dove l’accertamento delle responsabilità penali rallenta man mano che si risale la gerarchia istituzionale. Dove una commissione parlamentare non è mai stata istituita e le responsabilità politiche non vengono nemmeno prese in considerazione. Dove non è imputabile il reato di tortura e non sono ancora stati introdotti quei semplici dispositivi capaci di agevolare il riconoscimento degli agenti di polizia. E’ importante, afferma Agnoletto, sottolineare che la sentenza condanna i ministeri della Giustizia e dell’Interno al risarcimento delle vittime. Non è un fatto scontato, né un automatismo. Si tratta al contrario di una decisione che dimostra un chiaro riconoscimento delle responsabilità di carattere politico, almeno nell’ambito in cui è possibile farlo in un processo penale.

A ottobre è prevista la sentenza per la spedizione punitiva alla scuola Diaz.

QUI trovate l’articolo di Vittorio Agnoletto pubblicato ieri da il Manifesto

La requisitoria della pubblica accusa, corredata delle testimonianze delle vittime, è stata raccolta e commentata da Mario Portanova in un libro uscito in questi giorni: ‘Inferno Bolzaneto‘ (Melampo Editore).

Le ragioni di Piazza Navona

Luglio 13, 2008 on 2:51 am | In Politica, Costituzione, Legalità | 58 Comments


Le facili manipolazioni vorrebbero archiviare Piazza Navona come un episodio da dimenticare, un indegno momento di volgarità. Dietro al palco, decine di giornalisti si contendevano altrettanti personaggi. Si parlava di democrazia, di immunità, di uguaglianza davanti alla legge, di impronte digitali, di rispetto della Costituzione. Purtroppo la maggior parte di queste interviste si è resa inservibile vista la bulimia di interessate polemiche che ha preso a pretesto gli interventi di due comici.
Archiviate le polemiche, non vanno smarrite le ragioni della manifestazione. Siamo ridotti così male che non basta partecipare e contribuire a organizzare le manifestazioni, ci tocca pure raccontarle.
Entrati nel ‘backstage’, alcune interviste le abbiamo raccolte anche noi. Ecco il video.

Franz

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