Il doppio Stato

Febbraio 12, 2007 on 4:58 pm | In Legalità | 8 Comments


Armando Spataro

A Puffonia qualche servitore dello Stato c’è ancora. Uno è Armando Spataro. Indagando sul sequestro di Abu Omar, Spataro ha scoperto il marciume del Sismi di Pollari e della banda degli spioni Telecom. Fatti di enorme gravità: la città di Milano resa zona franca per gli abusi della Cia; il servizio segreto militare scagliato contro gli avversari dell’ex presidente del consiglio; la più grande azienda di telecomunicazioni usata, anche attraverso personale di quel servizio segreto, per spiare e ricattare mezza Italia. In uno Stato serio, Pollari e Tronchetti Provera sarebbero da tempo in condizione di non nuocere. A Puffonia no: Pollari si avvale del segreto di Stato ed è consigliere speciale della presidenza del Consiglio, mentre Tronchetti Provera si dice vittima di un raggiro e rimane il dominus di un’azienda che controlla attraverso le scatole cinesi, dall’alto di un debito di oltre 40 miliardi di euro.
Armando Spataro serve lo Stato, ma “lo Stato” ha paura di persone come lui perché non può tollerare la verità. “Lo Stato” a Puffonia ha il volto trimalcionesco di Clemente Mastella, che subito prepara un bel decreto per eliminare i pericolosi tabulati delle intercettazioni. “Lo Stato” a Puffonia ha il volto pacioso di Romano Prodi, che oppone alle indagini il segreto di Stato e sguinzaglia contro l’inchiesta di Spataro l’avvocatura dello Stato. “Lo Stato” a Puffonia ha il volto volpino di Luciano Violante che inserisce nella riforma dei servizi segreti un bel codicillo salva-Pollari.
Insomma: doppia morale e doppio Stato: uno è quello servito da Armando Spataro, l’altro è quello secretato da mastella-prodi-violante.
Da questo angolo della blogosfera desidero far giungere, per quel che vale, la mia solidarietà ad Armando Spataro, servitore dello Stato. Mandiamogli due righe, facciamogli sapere che non è solo. Questo è il suo indirizzo istituzionale:

armando.spataro@giustizia.it

Benny Calasanzio

Gennaio 14, 2007 on 6:57 pm | In Libertà, Legalità | 13 Comments

Benny Calasanzio è quel ragazzo che ha contestato pubblicamente l’arroganza di Salvatore Cuffaro, presidente della Sicilia e frequentatore di mafiosi, con una lettera aperta e in un confronto tv da Santoro. Mi ha scritto questa lettera.

Caro Piero,

ho iniziato un percorso difficile, quello della lotta alla mafia, la stessa mafia che ha ucciso prima mio zio e poi mio nonno, piccoli imprenditori che non hanno ceduto al ricatto mafioso. Una lotta contro i mafiosi e contro i politici che li favoreggiano
Provo a spiegare il mio pensiero e la mia idea di legalità. In Sicilia operano tante associazioni che lottano contro la mafia in modi diversi. C’è chi si occupa di coltivare le terre confiscate ai boss, chi lotta contro il racket delle estorsioni, chi lotta contro il traffico di droga, chi contro la prostituzione, chi contro la piccola criminalità collegata alla grande. E’ tutta gente che fa il suo lavoro in maniera eccellente e a cui va il merito del cambiamento in atto dagli anni ‘90 ai giorni nostri. E’ chiaro che tutte queste attività sono fondamentali per la lotta alla mafia, tutte e nessuna esclusa.
La mia personale lotta alla mafia nasce da un concetto diverso e più “politico”. Io credo che finchè la mafia sarà tutelata e rappresentata nelle istituzioni, l’antimafia sarà una lotta contro l’infinito, contro l’eternamente rigenerabile. Credo che se non si tranciano definitivamente i legami tra la classe politica siciliana e Cosa Loro ogni vittoria dell’antimafia sarà una vittoria parziale alla quale Cosa Loro saprà prontamente rispondere in maniera dolce e burocratica. La mia idea di lotta alla mafia, conciliabile con tutte le altre è una lotta senza quartiere a tutti quei politici e a tutti quegli organi istituzionali che dalla mafia non sanno stare lontani.
Se i magistrati rischiano la vita per assicurare alla giustizia i vermi mafiosi e poi (secondo le indagini) il presidente della regione svela tutto agli indagati abbiamo già perso prima di iniziare e perderemo tutte le volte che riproveremo ad iniziare se i presupposti rimarranno gli stessi.
Il mio “giustizialismo” nasce da una pretesa di trasparenza e onestà che la classe politica siciliana deve assicurare e deve impegnarsi anche a dimostrare, non solo a mantenere. Negli ultimi anni si è troppo tollerata l’ambiguità di alcuni personaggi, sono passate inosservate alcune amicizie e alcune vicinanze ad ambienti dubbi. Si è riusciti a far passare per buono il concetto che siccome fai politica ad alto livello puoi venire a contatto con chiunque. Questo è aberrante. A me fa paura. Se non sai distinguere tra gente per bene e mafiosi non devi fare politica. Io credo che la nostra esigenza primaria sia quella di pretendere uomini “più attenti”, che sappiano distinguere chi è malavitoso da chi non lo è. Sia la destra che la sinistra in questo momento non hanno la forza per rinunciare a queste vicinanze dubbie, forse perché sono bacini enormi di voti.
La mia pretesa è che nel momento in cui siano emersi fatti (non voci) riguardo ad un esponente di questo o di quel partito che accertano anche solo una vicinanza consapevole con ambienti criminali, il partito politico o l’organo istituzionale competente debba quanto meno sospendere quel personaggio fino al completo accertamento della sua posizione.
Siamo ormai abituati ad accontentarci del leggermente meno peggio, ma in Sicilia non possiamo più permettercelo. E’ una pretesa che tutti dobbiamo avanzare, uomini e donne di destra e uomini e donne di sinistra.
Questi sono i fondamenti della mia lotta. Non ho l’arroganza di dire che è una lotta perfetta e vincente. Ma se ho aperto un blog è perché ho bisogno di sentire la gente, ho bisogno di ricevere critiche e consigli perché so che da solo non posso andare da nessun parte. Diamoci una mano.

Benny

88 candelotti

Gennaio 8, 2007 on 4:55 pm | In Legalità, Informazione | 30 Comments

Sono fuggito dal baule, giusto il tempo per raggiungere Sergino e gli altri amici pazzi di Torino e montare questo filmetto, un doveroso omaggio al Tartarugone in prossimità del 14 gennaio, giorno del suo 88° compleanno. Speriamo che ci sopravviva, per non dover vedere vie e piazze intitolate a un mafioso. Caduto in prescrizione, come la dignità di questo paese.
Ora riprendo il mio silenzio da trappista.
Grazie a tutti!

Ecco il link

Profumo di lavanda

Dicembre 21, 2006 on 12:22 pm | In Legalità | 6 Comments


Giuseppe Fava

A Puffonia il denaro è un’entità immateriale che emana un delicato profumo di lavanda.
La mafia spa è un’impresa florida, con qualche tentazione egemonica, che concorre al benessere della nazione e fa lavorare tanta gente. Lo dicono questi due semplici dati.

a) 100 miliardi di euro
Questo è il giro d’affari lordo annuo della criminalità organizzata, secondo una stima 2005, approssimata per difetto, del procuratore nazionale antimafia

b) 400 milioni di euro
Questo è il valore dei beni confiscati alla criminalitò organizzata negli ultimi dieci anni, secondo un calcolo 2006, approssimato per eccesso, del ministero dell’Interno.

La differenza viene ripulita sul libero mercato.

Funziona così da tempo a Puffonia. Ma ora il viziaccio s’è fatto sistema.
Fateci caso: raramente, anche negli scandali più sordidi, viene fuori un’ipotesi di riciclaggio su vasta scala. I più arditi, i kamikaze della notizia al massimo avanzano un dubbio: ma dove mai hanno preso i soldi i nuovi eroi della finanza facile?

Il Non Detto ha questo nome: dittatura economica del malaffare.

Uno che non sopportava il profumo di lavanda era il giornalista Giuseppe Fava. Mi sono annotato una sua affermazione:

“Esiste infatti una verità innegabile: perché la mafia possa amministrare le sue migliaia di miliardi, debbono pur esserci imprese private e istituti pubblici, uomini d’affari e di politica capaci di garantire l’impiego e la purificazione di quell’ininterrotto flusso di denaro. La Nazione ha finalmente il diritto di identificarli!”.

Lo uccisero cinque colpi di pistola alla nuca la sera del 5 gennaio 1984.

Vedere anche:
COSÌ MUORE UN (GIORNALISTA DI INCHIESTA) ITALIANO PARTE PRIMA
COSÌ MUORE UN (GIORNALISTA DI INCHIESTA) ITALIANO PARTE SECONDA

Not in my name

Dicembre 15, 2006 on 2:50 pm | In Libertà, Legalità | 11 Comments

Paolo Scarpis, questore di Milano
Paolo Scarpis

Non mi unisco all’affettuoso messaggio di saluto che il vice-sindaco di Milano, il post-fascista Riccardo De Corato, ha rivolto al questore uscente, il neo-fascista Paolo Scarpis, promosso ”Dirigente Generale di Pubblica Sicurezza”.
Definisco Scarpis neo-fascista in quanto è colui che ha dato l’ordine di sequestrarmi per evitare al Buffone il dispiacere di vedermi a un convegno pubblico dov’era onorato l’ex latitante pluricondannato Bettino Craxi. Si usava così anche durante il Ventennio. Anche allora i codardi facevano carriera.
Ecco il messaggio, tratto dal sito del Comune di Milano: ho evidenziato in neretto le parti più commoventi.

PAOLO SCARPIS LASCIA MILANO PER IL NUOVO INCARICO DI DIRIGENTE GENERALE DI PUBBLICA SICUREZZA

 ”A nome della città e dell’Amministrazione comunale, rivolgo un saluto colmo di gratitudine al questore Paolo Scarpis che lascia Milano per il nuovo incarico di Dirigente Generale di Pubblica Sicurezza. Le più sincere congratulazioni per questa nuova e importante sfida che saprà affrontare con competenza e capacità e che lo vedrà senza dubbio raggiungere ancora nuovi e importanti successi”. Queste le parole del vice Sindaco Riccardo De Corato per Paolo Scarpis, questore di Milano dal luglio del 2003.

“Desidero ringraziare Scarpis, – prosegue De Corato – che conosco da lungo tempo, ancor prima che diventasse Questore, quando era uno dei più validi dirigenti della Questura e dimostrava già allora di avere grande competenza e capacità. Scarpis lascia una città che ha conosciuto a fondo, dove fino al 1997 ha ricoperto importanti incarichi come dirigente per diventare poi Questore nel 2003. In questi anni ha svolto un ottimo lavoro, sempre in perfetta sintonia con l’Amministrazione comunale, e ha saputo garantire sicurezza ai milanesi anche in periodi difficili della vita cittadina. Siamo certi che anche nel nuovo incarico, Scarpis ricorderà la lunga esperienza fatta a Milano e soprattutto ricorderà i milanesi che continueranno a essergli vicini e grati per tutto quello che ha fatto. Ci auguriamo che il suo successore possa assicurare una linea di continuità con l’operato del Questore uscente e che abbia le stesse qualità e competenze nel governare la città e nell’affrontare le questioni di ordine pubblico e sicurezza”.

Lettera a Manlio Minale

Dicembre 10, 2006 on 5:53 pm | In Libertà, Legalità | 10 Comments

Manlio Minale
Manlio Minale

Ho inviato a Manlio Minale, titolare dell’azione penale a Milano, questa lettera. manlio.minale@giustizia.it

“Egregio Procuratore della Repubblica di Milano,

il 28 novembre 2006 sono stato assolto dall’accusa di aver offeso l’onorevole Silvio Berlusconi, poiché “chi agisce nell’esercizio di un diritto non è punibile”.
Per effetto di quell’accusa e della contestuale “identificazione”, tuttavia, negli anni scorsi ho dovuto subire diverse ingiustizie: ho perso collaborazioni professionali di vitale importanza, sono stato diffamato dagli organi di stampa controllati da quel personaggio, sono stato trattato come un sorvegliato speciale dalla polizia di Milano.
Sono stato pedinato, sono stato fermato con motivazioni pretestuose, in molte occasioni mi è stato impedito di partecipare a convegni pubblici: tutto questo per aver gridato allo scandalo dell’impunità del potere.
L’episodio meno piacevole accadde sabato 29 gennaio 2005 in corso Magenta a Milano. In quell’occasione fui trascinato in un’auto da cinque agenti in borghese e portato a forza in un commissariato del centro, dove rimasi per circa tre ore. In tal modo mi si volle impedire, per dichiarati “motivi di ordine pubblico”, di partecipare a un convegno pubblico in memoria dell’onorevole Bettino Craxi. Di quella decisione si è assunto personale responsabilità il Questore di MIlano, dott. Paolo Scarpis, in un colloquio che ebbi con lui il 25 aprile 2006, durante il corteo per la festa della Liberazione.
Ebbene, il 18 marzo del 2005 inviai al Suo ufficio un regolare esposto per chiedere di indagare su quel fermo di polizia, a mio giudizio abusivo. Non ho ottenuto risposta, pur avendo chiesto di essere informato in caso di archiviazione. Sei mesi dopo, ho inviato a Lei, signor Procuratore, e per conoscenza a tutti i Suoi Aggiunti, una lettera con la copia di quell’esposto e una fotografia che ritraeva il prelevamento coatto. Rinnovavo in tal modo la mia richiesta di un’indagine e in subordine di una notifica del provvedimento di archiviazione. Anche in quel caso, non ho ricevuto alcuna risposta.  
Le scrivo dunque questa lettera per rinnovare per la terza volta la mia richiesta: esigo di sapere che fine abbia fatto il mio esposto, che peraltro domani stesso rafforzerò con una formale denuncia per sequestro di persona.
Se insisto, non è per rancore, mi creda Signor Procuratore. Il fatto è che mi sta a cuore la libertà. E dunque avverto l’esigenza di esercitarla e difenderla in ogni sede. E prendo sul serio la Costituzione del mio Paese, che stabilisce l’eguaglianza dei cittadini di fronte alla legge, l’inviolabilità della libertà personale e l’obbligatorietà dell’azione penale. Non voglio perdere la residua fiducia che nutro nello Stato di diritto. Per questo mi auguro che ci sia ancora un giudice a Milano e che quel giudice, egregio dottor Minale, sia Lei”.

Antimafia e spese vive

Novembre 19, 2006 on 7:16 pm | In Legalità | No Comments

La Casa della Cultura e della Legalità di Genova è impegnata da anni in una dura battaglia contro la mafia. Perché anche a Genova c’è la mafia, anche se molti preferiscono non saperlo. Per le minacce ricevute sono costretti a presidiare giorno e notte (da 165 giorni) la propria sede. Ora sono anche alla canna del gas, come sovente capita a chi non ha paura di farsi dei nemici. Se non trovano nuovi contributi finanziari, chiudono. Perché dedizione, coraggio e lucidità non bastano, senza i soldi per le spese vive. Su www.genovaweb.org il loro appello, che merita ascolto.

Lettera di Francesco Giuffrida

Novembre 13, 2006 on 2:56 pm | In Legalità | 18 Comments


Lo “stalliere” di Arcore

A settembre abbiamo contribuito a un tam tam on line per esprimere solidarietà a Francesco Giuffrida, il dirigente della Banca d’Italia che per aver svolto in modo onesto il suo compito di consulente della pubblica accusa nel processo Dell’Utri (passò ai raggi x i primi, oscuri finanziamenti alla Fininvest), è stato citato in giudizio a Palermo con pesante richiesta di risarcimento danni. Continueremo a seguire la vicenda, perché esprime una tendenza sempre più diffusa a Puffonia: il neo-maccartismo verso le persone dalla schiena non flessibile.
Francesco Giuffrida non deve essere lasciato solo. Riporto una sua lettera, giuntami ieri.

“Le numerosissime manifestazioni di solidarietà, pervenute in mio favore, mi hanno fatto comprendere che su certe vicende, come quella da me oggi vissuta, è ancora possibile coagulare un movimento di opinione che può incidere positivamente nei confronti del contesto esterno.
Come avete avuto modo di leggere nelle e-mail che Giuseppe Giolitti vi ha mandato, all’ulteriore articolo di Marco Travaglio, comparso sull’Unità il 21 ottobre, la Banca d’Italia ha nuovamente risposto effettuando talune precisazioni nonché fornendo rassicurazioni.
Ed in effetti segnali positivi da ultimo mi sono giunti da parte dei vertici della Banca d’Italia che hanno dimostrato la stima e l’apprezzamento per il lavoro da me sinora svolto sia conferendomi nuovi ulteriori incarichi sia coinvolgendomi in attività esterne.
Desidero quindi ringraziare tutti per la solidarietà fattami generosamente pervenire attraverso l’amico Giolitti che si è prodigato, con grande dedizione, per evitare che la provocazione cui sono stato oggetto cadesse nel silenzio mediatico.
Solo attraverso la mobilitazione via internet è stato possibile portare a conoscenza dell’opinione pubblica “le azioni di rivalsa” poste in essere dalla Fininvest contro la mia persona, nel silenzio, o quasi, dei mezzi di comunicazione e dei settimanali e quotidiani in particolare.
Infatti solo pochi giornalisti avevano in precedenza, o hanno successivamente, pubblicato la notizia.
In proposito appare davvero singolare il silenzio di un settimanale che a suo tempo dedicò diverse pagine per informare i lettori sui contenuti della mia consulenza tecnica oltre che l’intera copertina.
In occasione della citazione per danni il settimanale in parola infatti, ha ritenuto di pubblicare solo un piccolo box con informazioni generiche, evitando poi di riprendere la notizia, così come da ultimo comparsa in internet.
Siamo quindi ancora in presenza di una informazione pilotata e limitata? Probabilmente sì.
Ed è per questo motivo che chiedo a Giuseppe Giolitti di continuare a fornire a tutti voi le notizie sull’evolversi della subita citazione per danni”.
(Francesco Paolo Giuffrida)

Il Grande Dubbio

Novembre 7, 2006 on 12:49 pm | In Democrazia, Legalità | 22 Comments

Niente è al di sopra del sospetto a Puffonia, nemmeno la regolarità del voto.
Dalla maledetta serata del 10 aprile mi tormenta il dubbio che qualcosa sia girato storto nello scrutinio dei voti. Troppo alto lo scarto fra exit polls e risultati ufficiali, troppo lento l’afflusso dei voti scrutinati, troppo bassa la quota delle schede bianche, troppo strano quel via vai del ministro dell’Interno Pisanu fra il Viminale e la casa privata di uno dei due contendenti durante la notte elettorale, troppo insistente la richiesta di riconte da parte dello sconfitto.
Sospetti, congetture: nulla di più. Ma alimentati da un lustro di leggi ad personam e affari sporchi, che non ha incoraggiato la fiducia nell’onestà di certa gente.
Subito dopo il voto fu pubblicato un libello anonimo, che affabulava del grande imbroglio in chiave letteraria. Qualche mese fa è uscito su Micromega un altro racconto, di Piero Colaprico, che ha rilanciato i dubbi.
La prima inchiesta giornalistica sull’argomento di cui ho notizia è il nuovo film di Enrico Deaglio, in uscita il prossimo 23 novembre insiema al settimanale Diario.
Ieri ho incontrato Deaglio al British Council di Milano, in occasione della presentazione del nuovo libro di Robert Fisk. Ecco una sintesi del nostro dialoghetto:

Io: “Hai scoperto le prove dell’imbroglio?”.
Lui: “Ritengo di sì”.
Io: “Quanti voti rubati?”.
Lui: “Un milione e mezzo”.
Io: “In favore del Puffone?”.
Lui: “Sì”.
Io: “In che modo?”.
Lui: “Utilizzando le schede bianche. Nel film spiego il trucco”.
Io: “Saranno invalidate le elezioni?”.
Lui: “Non credo proprio”.

Vedremo il film e quale dibattito sarà in grado di generare. Può darsi che Deaglio si sbagli. Può darsi che i nostri dubbi siano infondati. Ma può darsi anche che figuri senza scrupoli, utilizzando il nuovo metodo di selezione degli scutinatori, abbiano provato a ingannare un intero popolo. E che non ci siano riusciti per un pelo. E che magari questo pelo sia il residuo senso di responsabilità di qualche membro del clan di vecchia scuola democristiana. E che l’Unione sia stata zitta, per viltà, furbizia o quieto vivere, avendo garantita la vittoria, sia pure con margini ridotti al Senato.
Se fosse vera l’ipotesi Deaglio, sarebbe arduo continuare a definire l’Italia una democrazia prima che i responsabili di questo crimine fossero assicurati alle patrie galere per attentato alla Costituzione.
Meglio non pensarci? No, meglio dubitare e non stancarsi di esigere e cercare la verità.
 

Nei secoli prescritto

Novembre 3, 2006 on 12:39 pm | In Legalità | 8 Comments

Un avvocato londinese ha raccontato prima al suo fiscalista e poi agli inquirenti milanesi di aver percepito su un fondo di copertura un bonifico di 600 mila euro da parte dell’organizzazione di un suo cliente italiano, per testimoniare il falso in un procedimento penale nel quale quel cliente era imputato. Il passaggio di denaro è documentato. Una lettera dell’avvocato londinese al suo fiscalista ne racconta la motivazione.
L’avvocato londinese si chiama David Mills, il suo cliente italiano si chiama Silvio Berlusconi. Per questo fatto i due sono stati recentemente rinviati a giudizio per il reato di corruzione in atti giudiziari.
In un Paese sano, le opinioni dovrebbero fermarsi qui, in attesa che le parti si confrontino davanti a un giudice imparziale per l’accertamento della verità.
In un Paese malato come il nostro, al contrario, le opinioni si sovrappongono ai fatti, l’accertamento della verità passa per accanimento, l’imputato di corruzione in atti giudiziari fa la vittima, strepita dell’ennesimo complotto, da accusato diventa accusatore, contando sulla benevolenza degli avversari politici e sull’assuefazione dell’opinione pubblica.
In tale contesto pochi osservatori hanno l’onestà di ricondurre la vicenda al suo nucleo essenziale, alle due sole domande che abbiano senso: 1 Quel passaggio di denaro fu il prezzo della corruzione? 2 Interessa o no, sul piano politico, sapere se il capo dell’opposizione parlamentare è un corruttore o una persona onesta?
Il meccanismo dell’occultamento e della mistificazione delle notizie di reato funziona a meraviglia da più di dieci anni, sempre uguale. Ed è segno di un analfabetismo morale difficilmente reversibile.
L’assurdità delle procedure completa il quadro. L’azione giudiziaria, già preventivamente screditata, diventa un mero esercizio accademico per effetto della famosa prescrizione: una norma di garanzia trasformata in un salvacondotto per imputati capaci di difese agguerrite. (Logica vorrebbe che si fermasse all’inizio del dibattimento: invece no. Anzi, una legge confezionata dagli avvocati di quell’eterno imputato, la Cirielli, ne ha dimezzato i tempi per gli incensurati, e il nostro pluriprescritto e amnistiato eroe, incredibilmente, lo è). Il processo a Mills e Berlusconi - i quali pure potrebbero, se avessero una reputazione da difendere, cercare l’assoluzione nel merito, evitando le scorciatoie procedurali - non ha scampo: i termini della prescrizione scadono a febbraio 2008.
Questo vuol dire che è un processo nato morto e senza senso, puramente virtuale, come tutti sanno e ben pochi dicono, sicché il cittadino Silvio Berlusconi la farà franca per l’ennesima volta, com’è coerente che sia sotto i cieli di Puffonia: un Paese moralmente analfabeta e dotato di un buffonesco sistema giudiziario, ritagliato sulla stazza dei criminali in doppiopetto.

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