Democrazia e illegalità

Novembre 2, 2006 on 3:11 pm | In Libertà, Legalità | 3 Comments

La democrazia - scriveva Vittorio Foa - è quella cosa che se senti bussare alla porta all’alba è sempre il lattaio. Ma qualche eccezione c’è. Può capitare, nella democratica Italia 2006, di essere svegliati all’alba non dal lattaio ma da agenti di polizia giudiziaria con tanto di mandato di perquisizione, e sentirsi rivolgere questa bizzarra accusa: aver pubblicato un documento - tutt’altro che clandestino - sulle infiltrazioni mafiose nell’Asl di Locri. Un documento che descrive l’inquietante contesto dell’omicidio Fortugno e racconta il marciume della pubblica amministrazione in Calabria. La procura di Reggio Calabria avrebbe potuto risparmiarsi questo errore marchiano: il nemico è la ‘Ndrangheta, non chi la denuncia. Ecco il resoconto di Roberta Anguillesi e Marco Ottanelli. Solidarietà a tutto lo staff di Democrazia e Legalità.

“Ci hanno sequestrato i computer. Siamo tristi.
Qua nessuno fa l’indomito eroe. La perquisizione alle prime ore del giorno del 27 ottobre, il sequestro dei computer e di altro materiale, il vagare per casa di impeccabili poliziotti della Polizia Postale NON ci ha fatto piacere. E non siamo “sereni e tranquilli”: siamo un tantino nervosi,sì.
Mentre scriviamo, e aggiorniamo il sito grazie all’aiuto e alla collaborazione di amici fidati, i nostri hard disck giacciono chissà dove, sezionati fin nel midollo da una sorta di autopsia informatica. Che amarezza.
Quando abbiamo ricevuto la “visita” dormivamo della grossa, ognuno nella sua privata abitazione. Chi non ha mai avuto una perquisizione, come noi, non è preparato all’evento: ti ritrovi in pigiama davanti a distintivi e lunghi mandati che non hai il tempo materiale di leggere, confuso come sei, mentre domande e richieste si affollano nella tua mente assonnata. In poche parole, ci hanno contestato un reato di “concorso”, ovvero di complicità, con un pubblico ufficiale che - in ipotesi- ci avrebbe passato la relazione di Locri. Un pubblico ufficiale, per quanto ci riguarda, del tutto inesistente, perchè il documento circolava (uh, se circolava!) da molti mesi negli ambienti giornalistici e non. Questo fantomatico pubblico ufficiale, sempre nella ipotesi della Procura di Reggio, ci avrebbe dunque incontrato (ma dove? In Calabria?) e ci avrebbe passato il materiale, come in una delle peggiori spy story, in una notte buia e tempestosa battuta dal vento dello stretto. Invece come e quando e da chi e con che mezzo l’abbiamo avuto, il documento, è noto alla polizia stessa, che lo ha dedotto con un paio di click sui nostri PC.
Le ore passano lente, mentre sei perquisito ed indagato. Venerdì 27 sono passate lentissime. Mentre Marco seguiva in caserma ispettore ed agenti, e Roberta rimaneva invece in loco, partivano le prime agenzie sull’episodio, e la notizia si spargeva grazie all’intervento di Veltri e di tanti amici.
Portarci via gli hard disck, oltre che privarci del nostro strumento di lavoro, ci ha privato anche delle nostre capacità di comunicare e di tutti i nostri dati - professionali o strettamente personali - memorizzati su quei supporti magnetici così preziosi e ritenuti così “scottanti”.
Non sappiamo perchè possano essere considerati scottanti e neanche perchè debbano essere confiscati: internet è la cosa meno segreta del mondo, e ogni traccia della nostra attività era stata accuratamente analizzata (email mandate e ricevute, pubblicazione su internet, collegamenti con siti ecc.), anche a seguito di una precedente spedizione della Polizia dal nostro server, a Pisa.
Cosa possiamo dire, nella nostra posizione di indagati? Siamo innocenti. Sembra una banalità, ma è proprio così: non abbiamo commesso alcun reato e alcun illecito, tantomeno quello che ci viene attualmente contestato. Il fatto che la relazione Basilone sia tuttora reperibile online, e che sia tuttora leggibile proprio sul nostro sito, dimostrano che non era, non è e non è stato necessario oscurarla o nasconderla.
Oltretutto, è un bel pezzo di verità, che doverosamente deve essere conosciuta, anche da coloro che vi sono citati direttamente per nome e cognome, visto che - magari a loro insaputa - erano stati ritenuti “noti pregiudicati”. Chi si occupa di informazione sa perfettamente che l’informazione è sempre utile, sempre, ma talvolta scomoda. Forse stavolta era scomoda.
La nostra sensazione è che si tratti, come si dice nel gergo della mala, di un equivoco. Dovremmo uscirne presto, e con le ossa intere. Certo, ci sentiamo un po’ violati e un po’ stressati. Ma dalla Procura di Reggio, confidiamo, arriverà il chiarimento in tempi brevi (almeno altrettanto brevi dell’operazione di sequestro). Ora rivogliamo i nostri computer, il nostro materiale, la nostra dignità.
Sappiamo di non essere soli e di non essere isolati, e questo dà molto conforto.
Però siamo tristi, come abbiamo detto nel titolo, perchè abbiamo assistito, stavolta in prima persona, ad un’altra sconfitta dello Stato. Ogni volta che lo Stato, infatti, per proteggere sè stesso, i propri cittadini, per raggiungere la verità su fatti criminali o illeciti amministrativi, ogni volta che lo Stato, per combattere la criminalità e le deviazioni è costretto a segretare, confiscare, sequestrare, apporre sigilli, nascondere e occulatare, ebbene, ogni volta che questo capita, è una sconfitta per lo Stato stesso e per noi tutti. Dalla grande e tragica vicenda del segreto di Stato sul rapimento di Abu Omar, dalla grave e pesante vicenda dei fascicoli sui “nemici di Berlusconi” da “disarticolare” (tra i quali c’era anche - incidentalmente - il direttore di questa testata) fino alla vicenda piccina che ci coinvolge, alla chiarezza e alla verità si contrappone puntualmente la nebbia e il mistero. Peccato, peccato, peccato”. (Roberta Anguillesi e Marco Ottanelli)

Pennsylvania Avenue 1600

Ottobre 27, 2006 on 3:57 pm | In Libertà, Democrazia | 1 Comment

 

Eccola, l’altra America. Ha il volto di “Conchita” Picciotto e William Thomas. Dal maggio 1981 (all’inizio lei sola) questi due matti manifestano ininterrottamente, davanti alla Casa Bianca, contro la follia della guerra. I presidenti passano, loro restano. Hanno iniziato con Reagan, in piena guerra fredda; sono ancora lì con Bush jr, nei giorni dell’inferno irakeno. Manifestano, coinvolgono, informano. A turni di sei ore. Sono stati arrestati più volte. Hanno provato in mille modi a farli sloggiare, ma loro resistono con l’energia ostinata degli idealisti. Si sono dati una missione: testimoniare la necessità di un pensiero alternativo a una volontà di potenza che si fonda sull’industria bellica e sull’esercito. Si sono dotati di un sito internet, dove raccontano le loro mille iniziative: www.prop1.org.
Dopo due guerre preventive, dopo la sfilza di misfatti delle agenzie governative, dopo il patriot act, dopo Guantanamo, se la locuzione “democrazia americana” ha ancora un senso, lo si deve anche a persone come Conchita e William. Se passate da Pennsylvania Avenue, andateli a trovare.
 

 

La democrazia non russa…

Ottobre 17, 2006 on 5:44 pm | In Politica, Libertà, Democrazia, Informazione | 9 Comments

Il silenzio dell’Occidente sulla dittatura in Russia e sulla catastrofe cecena è una vergogna.

Continueremo a dirlo.

Qui il video del presidio al consolato russo della settimana scorsa.

Messaggio di Furio

Settembre 26, 2006 on 12:18 pm | In Libertà | 22 Comments

Oggi ho trovato nella casella di posta elettronica questo messaggio di Furio Colombo. Non credo di violare alcuna privacy se lo pubblico qui, per condividerlo con voi e in particolare con gli amici che erano con me lunedì scorso.

“Caro Piero Ricca, sono desolato. Posso concorrere alla spesa per riacquistare il megafono. Lo farò volentieri se mi farà sapere come. So che non è il punto, ma è un simbolo per incoraggiare la continuazione del suo lavoro. Un caro augurio”. Furio Colombo

Giornalista galantuomo

Settembre 5, 2006 on 3:01 pm | In Libertà, Informazione | 7 Comments


Corrado Stajano

Non tutto è palude. Qualche esemplare di giornalista galantuomo è ancora rintracciabile. Corrado Stajano, per esempio. Con la scusa di lasciargli il dvd di “Qui Milano libera”, ieri sono andato a fargli visita. Nel film, il giorno stesso delle elezioni, gli chiedevo conto dell’eredità del lustro di governo berlusconiano. Risposta: “Ma è tutto sbrindellato! Sia sul piano economico-finanziario sia a livello etico-civile… Ci sono solo macerie, come dopo una guerra e sarà difficile ricostruire…”. La ricostruzione si sta rivelando più ardua del previsto. Le prime performance del nuovo governo non convincono Stajano. Scelte come l’indulto vip, o l’immobilismo in Rai, di cui ha scritto. E non lo convince per nulla la travagliata preparazione della Finanziaria. “La situazione dell’economia è molto difficile. Il rischio è che Padoa- Schioppa si dimetta, se continuano a tirarlo di qua e di là. E così il governo va con le gambe all’aria”.
Stajano vuole che gli dia del tu e mi suggerisce un tema: la parabola esistenziale degli adepti del partito-azienda, in molti casi convertiti alla religione del potere e del denaro da posizioni di sinistra. Qualcuno, tra loro, un tempo era pure una persona rispettabile. “Bonaiuti, per esempio. Ci conosciamo da tanti anni. Eravamo assieme come cronisti in Irpinia per seguire il dopo-terremoto. Era un bravo giornalista. Adesso fa il portavoce di Berlusconi. Me lo ricordo il giorno delle deposizioni spontanee del capo, al tribunale di Milano. Io ero seduto in prima fila. C’erano lì vicino lui e Pecorella. Mi hanno notato e si sono subito girati facendo finta di niente: m’è sembrato che non volessero incrociare lo sguardo di uno che li aveva conosciuti in un’altra epoca. Alla fine non ho resistito, in corridoio mi sono avvicinato a Bonaiuti e gli ho detto: che vergogna! Per farmi sentire bene, gliel’ho ripetuto due volte”. E lui? “Mi ha battuto la mano sulla spalla e se n’è andato senza dir niente”.
L’umanissimo sentimento del pudore sembra anch’esso in via di estinzione.
Forse si potrebbe scrivere un pezzo di storia d’Italia recente attraverso le biografie di certi personaggi. “Ma bisognerebbe farlo in modo approfondito, con stile narrativo”. Coglierei al volo la sua dritta e mi metterei all’opera, se solo non temessi di concludere poco: non credo che certe luminose figure accetterebbero di farsi intervistare dall’offensore del loro capo…
Chiedo a Stajano quale sia la molla di tutte queste conversioni: solo il denaro? “Il denaro certo conta molto, ma il potere è qualcosa di più complesso: è l’esigenza di contare, di sentirsi qualcuno, di avere le cose prima degli altri, di essere cercati, quelle trecento telefonate quotidiane di Moggi per esempio…”.
Si potrebbe guardarla anche da un altro punto di vista: la famosa cultura di sinistra in questo Paese ha prodotto figure mostruose, bandiere al vento, opportunisti di ogni risma, che magari ora passano per intelligentoni che han capito come si vive. Non è un caso, penso, che nella cerchia dei più risoluti avversari del partito azienda, i cosiddetti “demonizzatori”, di ex ragazzi rossi se ne contino ben pochi. Ma non voglio infierire.
Mi stupisce piuttosto e rallegra che, a margine della palude, ci sia ancora qualcuno come Stajano, che nel giugno del 2003, per nulla preoccupato di non essere più cercato, si dimise dal Corriere della Sera “per protesta” con questa lettera di addio. Una lezione, anche di stile.

PS: per altissimi e magrissimi impegni istituzionali sopraggiunti, Piero Fassino domani non sarà alla festa dell’Unità di Milano. Proprio ora che avevamo tutto pronto per dargli il benvenuto! Dicono che verrà il 18. La nostra iniziativa è rinviata a quel giorno.

Lettera a Giuliano Amato

Agosto 3, 2006 on 4:37 pm | In Libertà, Costituzione, Legalità | 15 Comments

Ho appena inviato per posta prioritaria questa lettera al Ministro dell’Interno.

Milano, 3 agosto 2006

Egregio Ministro Amato,

Le scrive Piero Ricca da Milano.
Mi ha colpito il richiamo alla legalità da Lei fatto nei giorni scorsi, nell’ambito di un dibattito sul problema delle intercettazioni telefoniche.
”La democrazia vive di legalità”, Lei ha ricordato.
Quella Sua affermazione mi ha stimolato a scriverLe questa lettera, in merito al rispetto della legalità da parte delle forze dell’ordine.
Non parlo dei grandi abusi, per esempio quelli perpetrati sotto gli occhi del mondo intero durante i giorni del G8 di Genova. So che se ne sta occupando, prescrizione e indulto permettendo, la Magistratura. E auspico che se ne possa presto occupare una commissione parlamentare ad hoc.
Mi limito a sottoporLe certe cattive abitudini che sembrano entrate nella prassi della polizia, in particolare della parte di essa preposta alla sicurezza degli esponenti delle Istituzioni.
Parlo dell’abitudine di identificare meccanicamente quei cittadini che in un contesto pubblico osino esprimere la propria opinione ad alta voce o interpellare il potente di turno con una domanda scomoda.
Parlo dell’abitudine di insolentire, strattonare con forza, minacciare, tradurre abusivamente in commissariato persone - i “contestatori”, come vengono definiti in sede giornalistica - che altra colpa non hanno se non quella di interrompere il cerimoniale con l’esibizione di un cartello o un intervento fuori copione.
Parlo dell’abitudine di schedarli e trattarli da individui pericolosi.
Sia chiaro: so che la polizia ha il dovere, per garantire l’ordine pubblico, di contenere i malintenzionati, anche con maniere sbrigative. Allo stesso modo, credo di sapere che l’intervento coercitivo della forza pubblica ha un effetto di intimidazione se è rivolto a contenere i disturbatori non già dell’ordine pubblico ma del quieto vivere.
Mi annovero fra quest’ultimi. Da anni, com’è noto a molti, mi concedo il lusso del pieno esercizio della mia libertà di espressione, in difesa - così almeno ritengo - di norme e valori di rilievo costituzionale. Per questo, più volte mi sono trovato in condizione di subire gli eccessi di zelo dei tutori dell’ordine pubblico. E ora mi sono stancato di tollerarli come un inevitabile prezzo da pagare per l’esercizio di quel lusso.
Il 29 gennaio 2005, per esempio, cinque agenti di polizia mi hanno caricato a forza in un’auto e portato per tre ore in un commissariato del centro di Milano, soltanto perché mi trovavo a un convegno pubblico (in memoria dell’onorevole Craxi) al quale era atteso l’onorevole Berlusconi, allora presidente del Consiglio in carica.
Né il conseguente esposto alla Magistratura né un’interrogazione parlamentare rivolta al Suo predecessore, hanno avuto seguito.
Più recentemente, il 20 giugno 2006, presso l’Università di Milano, sono stato minacciato, inseguito e immobilizzato da alcuni agenti di scorta e poi portato per due ore in commissariato, dopo aver rivolto al senatore Andreotti, nell’ambito di una informale conversazione con i giornalisti, un paio di domande relative alla sentenza della corte di Cassazione che, come Lei certo sa, lo ha assolto per intervenuta prescrizione del reato, ritenuto “commesso”, di associazione a delinquere con Cosa nostra. 
L’elenco completo di queste antipatiche esperienze sarebbe assai lungo, ma sono certo che Lei abbia compreso di cosa parlo. Allo stesso modo confido che Lei sappia che siffatti comportamenti, ai limiti della legalità, delle forze di polizia sono all’ordine del giorno e riguardano numerosi cittadini. Durante la recente campagna referendaria, per esempio, un cittadino di Lecco, durante un dibattito svoltosi a Merate giovedì 15 giugno, ha interrotto un intervento dell’onorevole Castelli, per esprimere il suo sdegno circa le insolenti affermazioni pronunciate dall’ex Ministro di Grazia e Giustizia in merito alla figura del senatore Scalfaro. Questo cittadino, su richiesta dello stesso Castelli, è stato identificato dai Carabinieri, seguito fino a casa da un agente della Digos e fatto oggetto di indagini nei giorni seguenti.
Siffatti comportamenti appaiono tanto più ingiusti in quanto rivelano una concezione della vita pubblica che poco ha a che fare con la democrazia costituzionale. Una concezione che ritiene prevalente l’aspirazione dell’uomo pubblico a non essere contraddetto rispetto all’esercizio della libertà di espressione da parte del cittadino.
Non devo certo ricordare a Lei che la libertà di critica è il sale di una democrazia liberale. E che i cittadini, in democrazia, sono uguali, tanto di fronte alla legge quanto nell’esercizio della libertà di parola.
Pertanto la polizia, a mio giudizio, dovrebbe garantire anziché intimidire la libertà del dissenso, anche in occasione di convegni pubblici ai quali siano presenti esponenti delle Istituzioni.
Mi piacerebbe dunque conoscere il Suo pensiero su questi temi. E verificare se è possibile attendersi, da parte del Ministro dell’Interno, precise direttive atte a ricondurre dirigenti e agenti della polizia a una maggiore tolleranza verso i cittadini interessati alla politica e a un più rigoroso rispetto delle leggi poste dalla nostra Costituzione a salvaguardia della libertà individuale.

Con vivi saluti.

Piero Ricca

Caro Prodi, così non va

Luglio 24, 2006 on 7:42 pm | In Politica, Libertà, Democrazia, Legalità, Informazione | 35 Comments

Prodi
Romano Prodi

Caro Professore, così non va.
Molti italiani hanno votato l’Unione per un radicale cambiamento nel campo
della legalità e dell’etica pubblica rispetto al nefasto lustro
berlusconiano. Lei stesso ce l’ha promesso, ricorda?
Ma alla prima occasione, che fate? Il Parlamento si riunisce per votare
un indulto esteso ai tipici reati della criminalità economica e politica.
Le sembra un buon modo per affrontare la piaga della corruzione?

Con il consueto garbo, insieme ad un gruppo di amici che la calura
estiva non rende indifferenti, porremo al Presidente Prodi questo
interrogativo, domani martedì 25 luglio, a Milano.
L’appuntamento è per le ore 16.30 davanti alla Prefettura, in Corso
Monforte 31,
dov’è previsto un incontro tra governo e autorità locali.

Sono certo che la polizia ci tratterà con la medesima tolleranza
riservata ai tifosi delle squadre di calcio, ai tassisti in rivolta e agli avvocati
in sciopero.

Terrorismo di Stato

Luglio 21, 2006 on 3:12 pm | In Libertà, Democrazia | 9 Comments


Jean Charles Menezes

Ricordate? Un anno fa moriva Jean Charles Menezes, sotto il fuoco della polizia di Londra.
La sua colpa? Trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato.
L’ultima mattina dei suoi 27 anni Jean commise l’imprudenza di prendere la metropolitana alla stazione di Stockwell, a sud di Londra. Era il 22 luglio del 2005. La città era ancora sotto shock per gli attentati. Se ne temevano altri, ogni tipo strano rischiava di passare per un kamikaze. La polizia aveva ordine di eliminare i sospetti terroristi sparando alla testa. E l’ordine fu eseguito senza pietà su questo giovane brasiliano, da cinque anni regolarmente in Inghilterra, di professione elettricista.
Gli agenti di guardia al metro lo notarono, gli intimarono di fermarsi, lui impaurito tirò dritto, lo freddarono quand’era già inerme con sette colpi di pistola. Si scoprì che era innocente. Ma i suoi assassini dissero che era colpevole: di portare un giubbotto sospetto, di essere un clandestino, di aver scavalcato i tornelli di accesso alla stazione, di essere uscito da una casa sotto sorveglianza. Il capo della polizia di Londra Ian Blair, il giorno stesso, dichiarò che “la sparatoria era direttamente collegata all’indagine sul terrorismo”.
Quando risultò evidente che era tutto falso, la polizia si scusò ma nessuno si dimise. E presto, su questa brutta storia, calò il sipario. Perché Jean, in fin dei conti, era nulla più che un povero emigrato brasiliano.
Da un’estate all’altra s’è trascinata un’inchiesta, sonnacchiosa come un atto dovuto. 
Martedì 18 luglio la procura generale britannica ha stabilito che il caso va archiviato “per mancanza di prove”. “Hanno insabbiato tutto, lo hanno trattato come un animale morto”, ha commentato Silvia Armani, la cugina di Jean. In una nota diplomatica, il governo brasiliano ha espresso il suo “disappunto”, chiedendo nuove indagini.
Un esito meno ovvio non era possibile.
Jean è solo un danno collaterale, una delle tante vittime innocenti di un terrorismo forse più sofisticato ma non meno spietato di quello dei fanatici in turbante: il terrorismo di Stato. Che spia illegalmente, incarcera senza prove, commette abusi e violenze fino a uccidere innocenti: impunemente, in nome della sicurezza, del diritto, della democrazia. 

Ambrosoli, una storia esemplare

Luglio 10, 2006 on 4:59 pm | In Politica, Libertà, Democrazia, Legalità | 4 Comments

 foto ambrosoli

Domani sono 27 anni. L’undici luglio del 1979 veniva ucciso a Milano l’avvocato Giorgio Ambrosoli. Gli sparò sotto casa, di notte, un sicario al soldo del bancarottiere Michele Sindona. Ogni undici luglio un pensiero devoto e malinconico è per questo italiano anomalo che ha pagato con la vita il rigore morale profuso nell’incarico di commissario liquidatore della Banca Privata Italiana.
Senso del dovere che fatalmente si trasforma in eroismo; corruzione ed eversione che mettono radici nel corpo dello Stato; una politica che coltiva l’arte dell’inganno e calpesta le regole dell’etica: di tutto questo ci parla il ”caso Ambrosoli”.
Ambrosoli fu lasciato solo dalle Istituzioni, mentre decideva di andare fino in fondo nella liquidazione di una grande banca privata, cresciuta nell’illegalità. Lo lasciarono solo i politici, i mass media, le autorità di polizia, gli uomini del potere finanziario. Molti anzi furono complici o succubi di chi tentò di corromperlo e di intimidirlo, prima di condannarlo a morte.
Forse non è casuale che nel diario di Giulio Andreotti, il giorno 11 luglio 1979, non ci sia nemmeno un cenno all’assassinio. Non era evidentemente una notizia degna di nota per l’eminente personaggio che, da presidente del Consiglio, riceveva e rassicurava gli emissari di Sindona, da lui pubblicamente lodato come “il salvatore della lira”.
Ed è significativo che ai funerali di Ambrosoli l’unico rappresentante delle Istituzioni fu il governatore della Banca d’Italia Paolo Baffi, oltre ad alcuni magistrati di Milano. Assente il governo, assenti i vertici della polizia, non andò nemmeno il prefetto di Milano. L’indifferenza fu la reazione al sacrificio di un uomo che per la sua intransigenza si era messo contro il regime collusivo.
Era consapevole, Ambrosoli, del suo compito e dei rischi che vi erano connessi. “A quarant’anni, mi son trovato a fare politica, non per un partito ma per lo Stato”, si legge in una famosa lettera alla moglie. “La pagherò cara”, aggiungeva. Lavorare per lo Stato, per il mite professionista milanese, uomo schivo e di idee moderate, significava semplicemente contribuire a farne rispettare le leggi, garantendo l’interesse generale, senza arrendersi alla volontà di dominio e alla pretesa di impunità di chi non riconosce alcun limite.
Fa mostra di sé, nel “caso Ambrosoli”, tutto il peggio dell’Italia degli anni Settanta: il mondo della P2, smascherato negli anni seguenti ma tutt’altro che sconfitto; uomini e partiti di governo che poi affondarono in Tangentopoli; uomini e partiti di opposizione, in ritardo sulla questione morale; il capitalismo d’avventura, legato a doppio filo con i poteri occulti e con la mafia; un’opinione pubblica distratta o indifferente. Quel Paese a civiltà limitata, insomma, che emargina o criminalizza i difensori della legalità e santifica i corrotti e i barattieri. Un quarto di secolo dopo - esauritasi l’onda anomala di Mani Pulite - avremmo imparato a conoscerlo assai bene, nel suo volto più sfrontato.
Negli anni, ad Ambrosoli sono stati tributati importanti onori, gli sono state intitolate vie, piazze, scuole, biblioteche, mentre i livelli dell’etica pubblica e della legalità - i valori evocati dalle lapidi - cadevano ai minimi termini.
“È rimasta come una spina dolorosa nella coscienza di molti”, bene ha scritto Corrado Stajano, “la storia di un uomo che si fa uccidere in nome dell’onestà. Ma questo accade in un Paese dove la legalità non sembra un valore, dove le regole sono nemiche, dove un governo e una maggioranza parlamentare si sono impegnate per scardinare la Costituzione e hanno ingaggiato da anni una indecente battaglia contro la magistratura…”. Cambierà mai questo Paese? Si comprenderà che la questione morale è una vera priorità nazionale? Cedo la parola alla vedova Ambrosoli: “Mi guardo intorno e penso che il malcostume, il malaffare, la corruzione non sono diversi da allora, da quegli anni bui. Fosse vivo, mio marito sarebbe avvilitissimo, ma in nome dei suoi valori conserverebbe la speranza in un cambiamento”.

Per non dimenticare, può esser utile la lettura dell’ultimo saggio sul tema:
“Il caso Ambrosoli, mafia, affari, politica”,
di Renzo Agasso
Edizioni San Paolo

Gli inflessibili

Luglio 5, 2006 on 5:07 pm | In Politica, Libertà, Democrazia | 9 Comments

La politica come carriera a vita: ecco un tema che i riformisti nostrani di rado affrontano nei loro convegni. Opportunamente Giovanni Bachelet, ieri, ha fatto un cenno all’argomento nella lunga assemblea romana per il futuribile partito democratico.
Si vinca o si perda, a meno di eventi traumatici, dalla scena politica italiana non se ne va mai nessuno. Basta guardare i dati anagrafici e l’anzianità di servizio dei rappresentanti del popolo sovrano, per verificarlo. Da Napolitano in giù, un ceto di mandarini, garante di quei famosi trecentomila italiani che vivono nel sottobosco della politica, cresce, matura, invecchia e muore in tarda età dentro le istituzioni, incollato alla poltrona. E più invecchiano, più acquisiscono autorevolezza. Ci si era illusi di un possibile ricambio del ceto politico, per l’appunto traumatico, ai tempi di Mani Pulite. Abbiamo visto che i sopravvissuti sono tornati tutti a galla. Fanno a gara, sgomitano, sudano sette camicie pur di servire la Nazione… Che uomini inflessibili! Tra i perpetui, un club d’eccellenza è il clan degli avellinesi: Gerardo Bianco, Ciriacuzzo De Mita, Giuseppe Gargani, Nicola Mancino… Più vicino agli ottanta che ai settanta, quest’ultimo è stato eletto ieri al Consiglio Superiore della Magistratura. Se l’accordo politico sarà rispettato, Mancino verrà nominato presto vicepresidente, ovvero presidente di fatto visto che la presidenza dell’organo di autogoverno della magistratura spetta al capo dello Stato. Nato a Montefalcione irpino nel 1930, Mancino è stato segretario della Dc in Irpinia, due volte presidente della Regione Campania, da trent’anni ininterrotti è parlamentare, è stato ministro dell’Interno e presidente del Senato. Si è parlato di lui, in un paio di occasioni, come candidato al Quirinale. Se tutto va bene, compirà l’ottantesimo compleanno a palazzo dei Marescialli, pronto per nuovi traguardi. Gli passa il testimone Virglnio Rognoni, classe 1924.
Quando la natura inesorabile fa il suo corso, scatta la trasmissione familiare. Da Raffaele Fitto a Bobo Craxi, sempre più frequente è il caso di figli e nipoti d’arte: si eredita il collegio, la presidenza, il ministero. E’ ancora democrazia? No, si chiama oligarchia.
Perché ciò accade? Per un evidente deficit di competitività e dinamismo della nostra società, in politica come nella vita economica.
Come se ne esce? Liberalizzando. In politica questo, per esempio, significa:
- Modificare lo status dei partiti, riconducendoli alla loro natura costituzionale di associazioni private di cittadini che intendono contribuire alla politica nazionale
- Cambiare la legge elettorale, dando potere effettivo di scelta agli elettori
- Prevedere il metodo delle primarie per ogni elezione a istituzioni rappresentative
- Stabilire per legge la non ricandidabilità dopo due, al massimo tre mandati parlamentari
- Stabilire per legge l’impossibilità di far parte del governo nazionale e delle amministrazioni locali, a qualsiasi livello, per più di dieci anni, anche non consecutivi
- Rendere più severa e articolata la disciplina delle incompatibilità, anche successive a un mandato istituzionale, estendendola anche ai familiari dei politici
- Eliminare i gettoni pubblici, diretti o indiretti, a chi lavora per i partiti 
- Fissare rigorosi tetti alle spese elettorali, pena l’ineleggibilità o la decadenza dall’incarico

Mi fermo qui, perché mi accorgo che mi sta uscendo dai polpastrelli una Bersani bis: in favore dei consumatori-elettori, contro i privilegi dei professionisti della politica.
E occorre andare per gradi.
Dopo un paio di mandati parlamentari, è impossibile ricandidarsi: inizierei da qui. Il rischio è quello di chiudere la porta in faccia a qualche genio della politica. Il vantaggio è di non ritrovarsi, fra vent’anni, Francesco Rutelli presidente del Senato, ormai canuto e pur sempre piacione.

« Pagina PrecedentePagina Successiva »

Questa opera è pubblicata da Piero Ricca sotto una Licenza Creative Commons

Powered by WordPress with design based on Pool theme by Borja Fernandez.
Entries and comments feeds. Valid XHTML and CSS. ^Top^