Lettera alla signora Brichetto Moratti
Maggio 1, 2006 on 6:22 pm | In Uncategorized, Politica, Libertà | 2 Comments
Mi è venuta voglia di scrivere una lettera alla signora Brichetto Moratti, quest’oggi nuovamente contestata al corteo del primo maggio dai soliti scalmanati. Gliela spedisco domani per posta prioritaria, ma cercherò anche di recapitargliela personalmente, per avere un contatto umano con questa donna affascinante.
Cara signora Brichetto Moratti,ho apprezzato che Ella, insieme a Suo padre, ha deciso di partecipare alla recente festa della Liberazione per le strade di Milano. E’ certo segno di rispetto per i valori della Resistenza, da cui scaturisce la nostra Costituzione Repubblicana.
Per questo motivo ho disapprovato le contestazioni, i fischi e gli insulti che Ella, come il sindaco in scadenza Gabriele Albertini, ha dovuto subire da un gruppo, invero ristretto, di manifestanti. E badi che glielo dice uno che contesta spesso i potenti, sempre da solo contro mille, e mai assieme ad altri mille contro uno, tantomeno durante celebrazioni che dovrebbero essere di tutti.
Mi chiedo tuttavia come mai Ella abbia scelto di partecipare alla festa della Liberazione proprio quest’anno. Se non erro, le cronache non hanno segnalato la Sua gentile presenza gli anni scorsi. Impegni inderogabili, come ministro della Pubblica Istruzione: pardon, dell’Istruzione?
E mi chiedo anche come mai Suo padre, che ho letto essere stato un “partigiano bianco”, non sia mai, prima d’ora, sfilato in corteo il 25 aprile, come egli stesso ha riconosciuto?
Come mai la festa della liberazione è divenuta per Lei e Suo padre tanto importante quest’anno?
Mi perdoni, cara signora Brichetto Moratti, avrei un’ultima curiosità. In tutta onestà, Ella reputa coerente venire a celebrare la festa della Liberazione e candidarsi a sindaco – di una città medaglia d’oro della Resistenza – per una coalizione che gode del sostegno di formazioni di dichiarata ispirazione fascista?
E Suo padre, che cosa ne pensa?
Piero Ricca
Quei “garantisti” del Giornale
Aprile 30, 2006 on 7:58 pm | In Uncategorized, Politica, Informazione | 3 Comments
Domenica 30 aprile Il Giornale ha dedicato un articolo alla mia candidatura a consigliere comunale di Milano. A stretto giro ho inviato questa replica. La pubblicheranno, i liberaloni?
Ecco il link all’articolo: Offese il premier Di Pietro lo candida per il Comune.
Signor direttore, ho apprezzato che il Giornale fondato da Montanelli e da Lei diretto ha voluto segnalare nell’edizione di ieri, domenica 30 aprile, la notizia della mia candidatura a consigliere comunale di Milano.Per una questione di ecologia della mente dei Suoi lettori, vorrei tuttavia precisare alcune cose.
- Mi candido come indipendente, nel senso che non sono iscritto ad alcun partito e rappresento solo le mie idee. Alle Comunali, dove resiste il voto di preferenza, questo ha un senso.
- Non sono un “girotondino di professione”, come il Giornale scrive, nè un “morettiano di ferro”. Per me la politica è una passione civile, non certo una professione, proprio come per Moretti, di cui peraltro non sono un seguace.
- Non sono il portavoce dell’inesistente “partito delle manette”, ma un cittadino che manifesta la proprie idee in difesa delle basilari norme dell’etica pubblica e dei principi scritti nella Costituzione, compreso il principio dell’uguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge, che il signor Berlusconi - secondo me e molti altri - non rispetta.
- Il mio urlo del 5 maggio 2003 non fu una “aggressione verbale”, ma una contestazione individuale, fenomeno normale in democrazia.
- Perfino il testo di quell’urlo è riportato in modo errato dal Giornale. Com’è facile verificare in rete, urlai: “Fatti processare buffone! Rispetta la legge! Rispetta la Costituzione! Rispetta la Democrazia! Rispetta la dignità degli italiani! O farai la fine di Ceaucescu o di don Rodrigo!”.
- La mia “missione” non è quella di “tramandare oralmente quel rap”. Più sobriamente, ogni giorno esercito la mia libertà di espressione e vivo il mio impegno civile, senza inibizioni.
- Non cercai “a caldo” di “derubricare” il “buffone in puffone”, per sottrarmi alle mie responsabilità. Era un espediente satirico, volto semmai ad amplificare la notizia di quella contestazione, e con essa le mie buone ragioni. Obiettivo raggiunto. Infatti davanti al giudice di pace ho parlato della liceità, vocabolario alla mano e in un contesto di critica all’abuso di potere, della definizione di “buffone” per colui che mi aveva querelato.
- L’Italia dei Valori non “vorrebbe far accomodare a palazzo Marino” la “mia incontinenza verbale”. Il concetto, anche sintatticamente, non regge. Antonio Di Pietro mi ha offerto di tentare di proseguire le mie battaglie in totale libertà dentro l’istituzione cittadina. E io ho accettato, pur prevedendo etichettature disoneste, basse polemiche e facili veleni.
Un’ultima questione: il Giornale scrive nel titolo all’articolo che mi dedica che io ho offeso il “premier”. Intanto è l’ex “premier”. E poi, se l’ho offeso o criticato, lasciamolo dire ai giudici. Tra garantisti si usa così, e io sono in attesa del giudizio della Cassazione. Si terrà il 4 maggio. I processi possono essere veloci, per gli imputati seri, che accettano di farsi processare.
Ps:
Se il Giornale vuole conoscere le ragioni del mio impegno civile e le mie idee per Milano, sono disponibile a rilasciare un’intervista.
Piero Ricca
Nota
Ho visto sull’edizione cartacea del Giornale che l’articolo in questione è corredato da una foto. L’ho riconosciuta: mi ritrae il primo di aprile 2006, in galleria Vittorio Emanuele, a Milano, mentre manifesto per la “liberazione” di Enzo Biagi. La foto è stata opportunamente tagliata in modo da tralasciare lo striscione che sto reggendo, dal titolo: “10 aprile 2006 Enzo Biagi libero”. Meglio non far sapere certe brutte cose ai “moderati” lettori del Giornale…
Vota puffone
Aprile 26, 2006 on 9:42 pm | In Uncategorized, Politica | 13 Comments
Ho deciso: mi candido a consigliere comunale di Milano, come indipendente nella lista Di Pietro.
Mi candido perché ho visto le facce degli altri candidati. Non è prudente lasciare Milano nelle mani di certa gente.
Mi candido perché Tonino Di Pietro mi è simpatico. E in quest’Italia cialtrona mi sembra una persona seria. Lo dimostra il modo in cui ha commentato l’ipotesi di Andreotti presidente del Senato. Gli altri cinguettavano di “inopportunità politica”, lui ha ricordato la collusione di zio Giulio con la mafia, accertata in sede giudiziaria.
Mi candido perché Milano è l’epicentro del degrado nazionale, insieme a Palermo. E infatti Forza Italia, in Lombardia e Sicilia ha le sue roccaforti. A proposito, Forza Rita!
Mi candido perché detesto il gruppo dirigente della Lega e proprio non comprendo come si possa votare per uno come La Russa.
Mi candido perché non mi entusiasma l’idea della targa all’ex latitante Craxi in piazza Duomo 19, sotto l’ufficio dove affluivano le mazzette. La Giunta Albertini l’ha già decisa, ma il diessino Fiano, fresco deputato, la preferirebbe in via Foppa, visto che “la collocazione in piazza Duomo richiama troppo le vicende giudiziarie”. Davvero, non sto inventando!
Mi candido perché Milano mi ha regalato tanti amici.
Mi candido per consentire ai miei amici di votare a sinistra senza provare nausea.
Mi candido perché oggi la partita non è fra sinistra e destra, ma fra onesti e disonesti.
Mi candido perché, se ci penso, mi sembra di essere una persona candida.
Mi candido per illudere gli amici della Digos che sono diventato una persona seria.
Mi candido perché sono curioso di vedere quanti voti prendo.
Mi candido perché per essere eletto ci vorrebbe un miracolo. E io credo nei miracoli del buon senso.
Mi candido perché mi hanno parlato di un’altra Milano, aperta generosa e umana, che non esiste più.
Mi candido per fare opposizione, alla maggioranza e all’opposizione.
Mi candido per fare da sponda in consiglio comunale alle mattane di Beppe Grillo. E a chiunque abbia qualcosa di sensato da dire.
Mi candido per fare un dispetto a Silvio, capolista di Forza Italia.
Mi candido per consentire a tutti quelli che non sopportano i suoi abusi di potere di urlargli “Rispetta le legge, buffone!”, votandomi.
Mi candido perchè non mi sento rappresentato.
Mi candido per proporre l’aumento dell’ICI. Sì avete capito bene, proporrò l’aumento dell’ICI oltre la terza casa di proprietà. Con quei soldi istituirei un fondo per dare un tetto ai senza fissa dimora o agli studenti disagiati. Sì avete capito bene, ai poveri!
Mi candido perché provo rabbia ogni mattina.
Mi candido perché non mi ripugnerebbe, da elettore, votare per uno come me.
Mi candido perché vivo senz’automobile, e penso che questa città potrà vivere solo senz’automobili.
Mi candido per poter tirare un bel sospiro di sollievo se non dovessi risultare eletto, visto che - l’ho imparato da Platone - amministrare non è un privilegio ma una responsabilità.
Mi candido perché non mi piace né ubbidire né comandare. Quindi, caratterialmente, sono il candidato ideale.
Mi candido perché un certo giorno Pierfrancesco Majorino, giovane segretario cittadino dei diesse, mi ha telefonato per dirmi: “Stai al bar!”. Aveva paura che facessi perdere voti al buon Penati.
Mi candido perché non mi fido di uno che mastica gomme americane per ore, anche quando è seduto in prima fila ai convegni, come ad esempio Mirabelli, il segretario provinciale dei diesse. (Certo le colpe politiche di questa gente sono anche più gravi)
Mi candido perché una volta, a Telelombardia, la sempre affascinante Tiziana Maiolo voleva cacciarmi da un dibattito, perché non ero nessuno e non le piacevano i miei sandali.
Mi candido perché ho visto il film Le mani sulla città.
Mi candido per ricacciare indietro una destra incivile, che in questi anni ha calpestato i valori nei quali credo.
Mi candido perchè, diciamolo, nella Margherita ci sono certi ceffi.
Mi candido perché provo pena quando vedo le famigliole con bambini piccoli a passeggio nel cemento e nello smog di Milano.
Mi candido perché almeno stavolta si può scrivere la preferenza, fino a nuova riforma elettorale.
Mi candido perché il 10 aprile notte ero avvilito e volevo mollare tutto. Ma dopo una settimana - accidenti - mi è passata.
Mi candido perché dopo le giunte craxiane, Formentini e l’amministratore di condominio Albertini, alcuni cominciano ad avvertire un vago senso di soffocamento. Altri sono già morti, ma non lo sanno ancora.
Mi candido per fare campagna, da consigliere comunale di una città medaglia d’oro della Resistenza, per il NO alla controriforma della Costituzione.
Mi candido perché ciascuno abbia la possibilità di essere ascoltato.
Mi candido perchè quella telefonata di Enzo Biagi mi ha dato forza.
Mi candido perché hanno segato anche il Bosco di Gioia, per fare il nuovo ufficio di Formigoni.
Mi candido perché si rischia di avere un tipetto come Sgarbi assessore alla cultura.
Mi candido perché ho visto il progetto del nuovo quartiere Fiera e penso che certa gente dovrebbe essere arrestata.
Mi candido per proporre l’istituzione di emeroteche di quartiere, dotate di ogni comfort, per sfaccendati di ogni età.
Mi candido perché Milano, per me, rimane la città di Verdi e Manzoni.
Mi candido perché vorrei dare una mano a don Colmegna.
Mi candido perché i quartieri dormitorio, quindi quasi tutta la città, siano invasi e risvegliati dalla cultura e dall’arte.
Mi candido perché non ho stallieri mafiosi né ville secretate né conti neri alle Caymane.
Mi candido per eliminare la pubblicità esterna, a cominciare dai maxiposter luminosi. Gradualmente, perché sono un moderato.
Mi candido perché provare a dare a tutti internet in banda larga gratis, magari senza fili, mi sembra una buona idea.
Mi candido perché Paolino ha gli occhi in lacrime quando mi parla della sua città.
Mi candido perché fa piacere a Rita, Pina, Luisona, Angelica e tutte le meravigliose signore girotondine di Milano, vere combattenti, che mi amano, riamate.
Mi candido per proporre all’ambrogino d’oro Francesco Saverio Borrelli. Lo merita, forse più di Oriana Fallaci, che l’ha già vinto.
Mi candido perché nessuno mi potrà mai comprare.
Mi candido perchè ho passato gli ultimi cinque anni in strada con volantini megafoni e cartelloni e ho constatato, insieme ai matti come me, che è tutto inutile se dentro le istituzioni non c’è nessuno che ti ascolta.
Mi candido perché quest’inverno, quando al gelo raccoglievamo le firme per il referendum costituzionale, abbiamo fatto fatica a trovare gli autenticatori. Con 50 consiglieri comunali e provinciali eletti nelle liste dell’Unione.
Mi candido per promuovere un’opera di pedagogia di massa su vasta scala, a cominciare dalla sperimentazione di corsi gratuiti di educazione civile. Pian piano li si può far diventare facoltativi, previo superamento di un esame.
Mi candido perché la politica può anche non essere il losco affare che è.
Questa opera è pubblicata da Piero Ricca sotto una Licenza Creative Commons
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